Archivi del mese: febbraio 2010

Un’altra sfida, stare a galla

Le coincidenze della vita sono davvero strane. Mentre i giornali inseguono gli scandali di corruzione e riciclaggio di soldi che attraversano l’Italia, al di fuori dei mainstream media il dibattito sull’identità del centrodestra, attualmente la parte politica più colpita dalle vicende in corso, si accende. A tutto vantaggio di chi è convinto che la discussione possa fare soltanto del bene a dimostrazione del fatto che se da una parte la politica è più che mai mero pragmatismo, dall’altra rimane ancora ancorata non tanto alle ideologie, quanto ai modi di intendere l’individuo all’interno della società.

Va da sé che incide il contesto, un Paese dove la magistratura si sveglia sempre in occasione delle tornate elettorali. Al di là degli intrighi e dei retroscena, non appena Berlusconi ha dichiarato che le Regionali sarebbero valse come test nazionale, è caduta la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Le scosse alla Tangentopoli non si profilano al momento all’orizzonte, anche se in Italia è tutto da mettere in conto quando escono allo scoperto grandi interessi per il semplice fatto che da molto tempo la classe dirigente è la stessa di sempre. Un segno ben chiaro del conservatorismo che affligge questa nazione: conservatorismo inteso come status quo per forza di cose, gran brutta bestia.

Il Cavaliere da parte sua sta affrontando una sfida molto interessante, quella di tenere saldo il Popolo della libertà, una sua creazione come lo furono Forza Italia e Gianfranco Fini – e come fu in parte anche la Lega, scegliendola come alleato di governo. Le elezioni di marzo sono davvero un test per la maggioranza, più che altro perché in caso di una mezza vittoria voleranno seduta stante i coltelli. Ma cos’altro si può chiedere a Berlusconi?

Le riforme liberali tante volte promesse non arriveranno nemmeno stavolta, ormai ci abbiamo messo una pietra sopra. Vale però le pena di richiamare i suoi all’ordine per portare a termine questo mandato che, il giorno dopo le elezioni del 2008, era apparso come l’ultima carta da giocare con destrezza per evitare il peggio. Non si chiede tanto, solamente di non fare la fine del centrosinistra che ora si aggrappa a quella boa in mezzo al mare chiamata Partito democratico.

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Il placido fiume e l’onda nera

Il reportage di Simone Spetia di Radio 24.

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Quella volta di Travaglio alla Cattolica

Come il nostro non accetti domande, nemmeno dai tanti studenti accorsi per pendere dalle sue labbra.

Che Marco Travaglio gradisca non avere confronti, è un dato di fatto. Tanto che non appena qualcuno prova soltanto ad interromperlo, perde quell’aplomb che si porta dietro ogni volta che si ritrova di fronte alla telecamera, in piedi, con il moleskine tra le mani e via che, tutto d’un fiato, ci racconta la sua storia della settimana.

Questo è il suo modus operandi e, piaccia o meno, non ha alcuna intenzione di cambiarlo. Il 29 ottobre del 2008 di presentò all’Università Cattolica di Milano per recitare un altro dei suoi monologhi. Grande folla ad ascoltarlo, tanto che gli organizzatori dovettero cambiare aula all’ultimo minuto per ospitare tutti. Travaglio, dopo essere stato introdotto, ha preso in mano il microfono e nessuno ha più potuto fiatare (…).

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I corruttori

Da noi non ci si annoia mai: ora è tutto un gran parlare di corruzione, il cancro che attanaglia l’Italia e che opprime la nostra società. Giusto, sacrosanto, sottoscriviamo. Certo che poi alzano tutti il ditino e dicono, ad esempio, che “la lotta alla corruzione è un’impresa titanica, il Paese deve reagire”;  che “occorrono riforme”; che “è peggio di Tangentopoli”.

Ordunque, magari è il caso di levare albi, controalbi e sottoalbi professionali ai quali è difficile accedere e allora si paga; oppure di piantarla con le aziende assistite dalla Stato, per cui alla fine si sistema tutto politicamente e non secondo le logiche dell’economia; magari si potrebbero pure accertare gli stati di salute di certe tipi che diventano prestasoldi e poi salta fuori che di sghei non ne hanno. Così, giusto per dire: noi siamo poveri cristi, mica abbiamo tempo di andare in giro a dire che c’è la corruzione.

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Sindaci polverosi

Domenica 28 febbraio le macchine resteranno parcheggiate in 80 comuni del Nord Italia dalle 9 alle 17, così come hanno deciso i sindaci dell’Anci, guidati da quel genio di Chiamparino, primo cittadino di Torino, che ha scovato il modo per ridurre i problemi di inquinamento. «Chiederemo un incontro urgente al governo – ha detto – e avanzeremo anche un suggerimento su come trovare le risorse: una piccola sovrattassa sul pedaggio delle autostrade e delle tangenziali da distribuire ai Comuni e vincolata agli investimenti per l’ambiente».

Il contribuente da spennare ancora di più, insomma. E pazienza se entrando negli uffici comunali si è sopraffatti dai termosifoni a manetta; se le aziende dei trasporti pubblici sono terreno di lottizzazione, dove il tecnico è messo lì non perché ne sa, ma perché ha la tessera giusta; se le piste ciclabili rimangono al palo; se gli amministratori locali dicono che sono necessarie nuove infrastrutture, ma not in my backyard, non nel mio giardino; se circolano più auto blu di quanto siano consiglieri e assessori; se poi si pensa che piantando alberi l’aria diventi magicamente pulita, pur affidandosi in seguito ad architetti che varano progetti a peso di catrame.

Pazienza se le risorse economiche vengono sprecate in progetti cretini: tanto c’è sempre lo sfigato di turno da spremere.

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E fanno le fiaccolate, loro

Strano modo di fare politica, a Milano: dopo aver scoperto l’acqua calda, vale a dire che via Padova è in mano ai delinquenti extracomunitari, ma soprattutto clandestini, la maggioranza dà appuntamento in piazzale Loreto per una fiaccolata per la sicurezza. Magari risponde al principio con il quale in passato si mettevano i lampioni nelle strade: più luce, meno criminalità.

Le fiaccolate dovrebbero farle chi sta all’opposizione, piuttosto, per protestare. Chi governa dovrebbe lavorare per affrontare il problema, che è particolarmente complesso. Ma anche molto semplice: mandare gli uomini delle forze dell’ordine in quella via (senza pretenderne di nuove, ci sono già, basta sdoganarli dagli uffici e farli scendere dalle macchine), chiedere i documenti di residenza, andare a pescare quegli italiani che affittano in nero degli appartamenti, se così si possono chiamare, ai clandestini. Quest’ultima cosa è la più semplice di tutte, visto che lo Stato pretende di sapere tutto dei nostri guadagni.

Popolo della libertà e Lega Nord non hanno più tanti alibi da giocarsi: hanno in mano Regione, Provincia e Comune. E governo nazionale. I cosiddetti amministratori conosco a fondo la questione. In Stazione Centrale, sotto il Pirellone, già dalla mattina se ne beccano di alcuni che carburano a forza di bottiglie alcoliche: se lor signori ogni tanto facessero le persone normali e non abusassero delle loro posizioni, se ne renderebbero conto.

Invece si danno appuntamento per fare le fiaccolate.

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Obama non fa più ridere i giornalisti

Alla Casa Bianca la festa è finita e i musi si fanno lunghi. Soprattutto nelle sala stampa, dove il clima gioviale che si respirava all’inizio del mandato di Barack Obama è un lontano ricordo e a testimoniarlo sono i numeri che indicano le interruzioni per qualche risata e battuta durante i briefing con i reporter accreditati: nel primo semestre dell’amministrazione la media era di 179 risate nel corso della conferenze, oggi è scesa a 89. La conferma arriva anche dal volto del portavoce del presidente, Robert Gibbs, immortalato dai flash: con il passare del tempo il suo sguardo si è fatto assente e perplesso.

Le cifre apparentemente potrebbero dire poco, ma come ha ricordato Politico.com, quotidiano on-line che segue la vita politica di Washington, un anno fa gli Stati Uniti erano nel pieno della grave crisi finanziaria, la Corea del Nord faceva test nucleari e il fronte di guerra in Afghanistan stava diventando sempre più caldo: eppure nella James. S. Brady Press Briefing Room, intitolata al portavoce di Reagan rimasto paralizzato nell’attentato del 1981, era tutto un ridere, grazie anche all’accondiscendenza dai mass media al nuovo inquilino Obama, che non si è mai risparmiato una comparsata davanti alle telecamere, sia che fossero di un notiziario televisivo che del “David Letterman Show” o  del “Tonight Show” di Jay Leno.

Nei precedenti otto anni l’aria che si respirava era decisamente diversa: Scott McClellan, che è stato portavoce di George W. Bush dal 2003 al 2006, nei suoi primi quattro mesi di lavoro aveva strappato solo 66 risate, mentre Dana Perino, che lo ha sostituito dal settembre 2007, si era fermata a 57. Forse erano meno simpatici alla platea, ma secondo Tim Graham, che si occupa di monitorare i pregiudizi e le preferenze della stampa liberal per il Media Research Center, si tratta di «un altro segno subliminale del fatto che i reporter stanno bene con un portavoce che rappresenta la speranza e il cambiamento per i quali hanno votato». Così almeno fino alla scorsa estate. Julie Mason, cronista del Washington Examiner, è dell’idea che le battute di Gibbs non divertano più e che «i reporter sanno quanto l’addetto stampa sia vicino al presidente, eppure la qualità delle informazioni che riceviamo non è pari».

Il picco di sorrisi e battute è stato registrato lo scorso primo maggio, quando il presidente si è presentato a sorpresa nella sala stampa per affrontare un tema delicato: la nomina di un nuovo giudice della Corte suprema che andasse a sostituire David Souter, giudice conservatore che aveva deciso di ritirarsi dall’incarico. Le trascrizioni di quel giorno indicano 30 interruzioni per “laughter”, risata.

Poi qualcosa si è rotto, a partire da luglio quando la popolarità di Obama è cominciata a scendere con l’avvio della battaglia per la riforma sanitaria. A febbraio solo il 48% degli americani approva il suo operato, mentre i democratici hanno dovuto mettere in conto tre sconfitte elettorali tra il 2009 e il 2010: nella corsa per i governatori di Virginia e New Jersey e nel seggio al Senato per il Massachusetts vacante dopo la scomparsa di Ted Kennedy, un feudo finito nella mani repubblicane. Nel mezzo lo scontro con Fox News, emittente conservatrice di proprietà di Murdoch, che a ottobre venne definita «un avversario politico, non un mezzo di informazione». Pareva un dispetto nei confronti di feroci oppositori ed invece, scrutando le espressioni sui volti, pare proprio che l’amore tra Obama e i media sia meno dolce che all’inizio.

Dario Mazzocchi, Libero, 12 febbraio 2010

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