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UK alla prova referendaria

Domani mattina i britannici andranno alle urne non solo per le amministrative ma soprattutto per votare il referendum sul sistema elettorale. I sudditi di Sua Maestà si dovranno esprimere sul passaggio dall’attuale maggioritario uninominale a meccanismo proporzionale con preferenza: una svolta a U per un Paese dove da sempre il primo della lista prende tutto. L’Alternative vote, come è stato ribattezzato, è un vecchio cavallo di battaglia liberaldemocratico. Non è un caso che Nick Clegg e i suoi abbiano imposto il referendum come condizione per aiutare Cameron a formare una maggioranza parlamentare dopo il risultato di un anno fa. Dopo decenni di dominio di laburisti e conservatori, per la prima volta in UK i partiti minori potrebbero avere uno spazio nell’arena politica.

(continua su Linkiesta.it)

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Rebel Rebel

Hanno chiesto scusa per le battute della campagna elettorale e hanno assicurato che la coalizione è destinata a durare per cinque anni. Ieri hanno lanciato ufficialmente il programma del governo. David Cameron e Nick Clegg sono cordiali tra loro, sorridenti, volenterosi, ma il Primo ministro conservatore deve fare bene i conti: 118 ribelli conservatori hanno detto di no al patto tra i Tories e i liberaldemocratici.

Prima ancora del Queen’s Speech, momento in cui la Gran Bretagna verrà a conoscenza di quelle che sono le intenzioni del primo anno del governo, Cameron ha una fronda all’interno del suo partito. E per tutta risposta ha deciso di alzare le tasse alla middle class. Le voci della vigilia sono state confermate: in materia fiscale, i discendenti di Maggie hanno ceduto al terzo partito d’Oltremanica.

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David Cameron, Primo ministro

Il leader dei conservatori David Cameron ha ricevuto dalla regina Elisabetta II l’incarico di formare il nuovo governo del Regno Unito. Lo farà con una coalizione alla quale parteciperanno i liberaldemocratici di Nick Clegg per il quale già si parla di un ruolo da vice di Cameron, mentre George Osborne avrà le chiavi dell’economia in qualità di Chancellor of the Exchequer. La sfida del nuovo esecutivo, secondo le intenzione di Cameron, è di assicurare una “piena coalizione” per affrontare i problemi della Gran Bretagna e ridare responsabilità alla politica e alla società.

L’addio di Gordon Brown

Il laburista Gordon Brown si è dimesso dalla carica di Primo ministro una volta apparsa chiara che l’ipotesi di un patto con i lib dem era divenuto impossibile. Brown si è detto “privilegiato” per aver potuto servire il Paese sia come segretario che come capo del governo. Una volta raggiunto il quartiere generale del partito laburista in Victoria Street, ha nuovamente ringraziato tutti coloro che lo hanno affiancato, tra cui Tony Blair. Poi, commosso, ha ringraziato anche la moglie Sarah.

Tredici anni dopo la rivoluzione del New Labour, i Tories sono tornati a Downing Street.

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Keep calm

Se David Cameron è il New Churchill, chissà che faccia farebbe il vero Winston a vedere un accostamento del genere. L’amico Simone ha una gran voglia di vedere un Primo ministro conservatore al numero 10 di Downing Street e noi con lui, ma è buona cosa rallentare, rifiatare e ripartire. Non tanto perché Churchill venne chiamato a guidare un governo di coalizione con la Seconda guerra in corso, la Francia ormai conquistata dai nazisti e la Lutwaffe pronta a scatenare l’inferno sui cieli britannici per preparare l’invasione terrestre dell’esercito di Hitler (e dunque lo scenario non è assolutamente paragonabile a quello di oggi); quanto per via del fatto che Sir Winston aveva il polso della situazione e nessuno avrebbe nemmeno osato chiedere di trattare con lui.

Cameron e Clegg si stanno parlando da giorni, ormai. E se è vero che il loro interesse è quello di salvaguardare l’economia della Gran Bretagna, le troppe ore spese a raggiungere un accordo non fanno altro che smentire i loro presupposti. I numeri dicono che i conservatori hanno 305 seggi, i liberaldemocratici 57. I primi ne hanno conquistati 97 rispetto al 2005, i secondi ne hanno persi 5. Quanto altro tempo occorre a Cameron per mettere alle strette Clegg, al quale offre l’insperata occasione di passare da terzo incomodo trombato ad alleato di governo? Churchill se lo sarebbe pappato a colazione e poi ci avrebbe fumato sopra un ottimo sigaro.

Keep calm, gentlemen, con certe uscite. Che Cameron è già arrivato corto una volta, non vorremo mica bruciargli anche questa volata, no?

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Lasciatelo dov’è

C’è un sicuro sconfitto dalle elezioni britanniche che hanno determinato l’hung Parliament: non è né il sistema elettorale, né il bipolarismo, ma soltanto Nick Clegg con il suo partito dei liberaldemocratici. Ha toppato alla grande, mentre i media lo incensavano e conquistava cuori anche in Italia. Lui stesso ha ammesso che quella delle elezioni è stata una “disappointing night”: i lib dem si sono fermati a 57 seggi, lasciandone cinque sul campo rispetto al 2005.

Poi va a finire che viene investito del ruolo di kingmaker perché il suo magro bottino diventa fondamentale per ottenere una maggioranza abbastanza consolidata nella House of Commons. Il primo a lanciargli segnali è stato il Primo ministro Gordon Brown, poi ci ha pensato il leader dei Tories, David Cameron, con il quale sono già state avviate le trattative. Salvo accorgersi che l’87% dell’elettorato conservatore preferirebbe un minority Government piuttosto che una coalizione gialloblu.

Non a caso, Clegg ha perso. Quindi lasciatelo dov’è oppure sarebbe come se da noi Berlusconi tirasse a bordo Rutelli e Tabacci. Non ne vale la pena.

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Un’effimera cotta per Clegg

Per Flavia Perina è “uno sveglio”. Per Farefuturo “altri paese mettono in campo i Blair, gli Aznar, gli Obama, o Clegg: solo l’Italia è ferma alla guerra civile simulata tra due fazioni che invecchiano”. Sempre per Farefuturo, Gianfranco Fini o Francesco Rutelli potrebbero essere come lui.

Lui chi? Nick Clegg. D’altra parte, in Italia non verranno schierati i Blair, gli Obama e soci: ma basta che un tipo prenda un po’ di voti nei sondaggi all’estero perché diventi paladino del nuovo che avanza. Nel frattempo David Cameron e i conservatori allungano (vengono dati attorno al 38%), mentre i laburisti di Gordon Brown sono staccati di dieci punti e i lib dem di Clegg si attesterebbero attorno al 25%. Dopo il terzo ed ultimo dibattito sull’economia, i liberaldemocratici hanno accentuato la fase calante.

A parte la guerra di percentuali, ai Tories mancherebbero all’incirca sei seggi per poter essere maggioranza assoluta in Parlamento. Nel corso dell’ultimo mese per l’agenzia di scommesse Betfair, la distanza tra le due ipotesi di un “hung Parlaiment” e di una vittoria conservatrice si è sottilizzata e le quotazioni di Cameron al numero 10 di Downing Street sono salite.

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Qualcosa si muove

L’orizzonte si fa più chiaro per David Cameron e i Tories a meno di una settimana dalle elezioni. Dopo il dibattito di ieri sera sulle frequenze dalla BBC dove il tema centrale era l’economia, i conservatori sembrano finalmente aver trovato lo sprint per l’allungo finale, complice anche la buona impressione del loro leader agli occhi dei telespettatori che lo hanno gradito ben più di Clegg e Brown.

D’altra parte, alla luce del trambusto finanziario attraverso il quale è passato il Regno Unito negli ultimi tre anni, era inevitabile che sul campo dell’economia si combattesse la battaglia più importante di questa campagna elettorale. Se l’agenzia di scommesse Betfair ha rifatto i conti (l’ipotesi di un “hung Parliament” è quotata ora a 1.84, mentre i Tories a 2.28), le proiezioni dei seggi dicono che – a sondaggi non del tutto freschi – Cameron ne otterrebbe 316: un balzo in avanti rispetto alle ultime due settimane.

I laburisti ristagnano, i liberaldemocratici pare abbiano smarrito la lucidità e il fattore novità, i conservatori hanno tenuto botta. Circola addirittura un grafico che dà quest’ultimi al 42%,  i Lid Dem al 32 e il Labour Party al terzo posto (25). Forse anche per questo oggi ha parlato Blair, per il quale “Brown non ha fallito”. Sarà…

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