Archivi del mese: settembre 2010

Vicenza addio

Il governo è al capolinea e allora adattiamoci alle nuove realtà, quelle per cui con i numeri di questa sera alla Camera difficilmente Silvio Berlusconi potrà andare lontano. I voti di Pdl e Lega non bastano per evitare il sistema ricattatorio che Futuro e libertà e Mpa sapranno orchestrare dai prossimi giorni. Tanto che settimana prossimo quello di Fini non sarà più solo un gruppo parlamentare, ma avrà tutti i crisi di un partito: a questo punto sarebbe lecito attendersi le dimissioni del Fini stesso dallo scranno di presidente della Camera, memore del gesto di Giuseppe Saragat quando nel ’47 uscì dal Partito socialista per dare vita ai socialdemocratici.

Se non c’è un codice della costituzione che prevede la sfiducia per la carica in questione, c’è il precedente storico che dovrebbe pesare sulla coscienza di un leader – Fini -, il quale non perde occasione per rimarcare il ruolo delle istituzioni e per celebrare i padri della Patria. Ecco, lo faccia prendendoli davvero ad esempio.

Meglio prepararsi alle urne: costa dirlo perché questo centrodestra poteva contare su una maggioranza intoccabile, se non dall’interno e così infatti è stato. Costa dirlo anche perché non può sperare di migliorare una nazione che ogni due anni e mezzo è chiamata a rinnovare la fiducia nei suoi rappresentanti: le tanto acclamate riforme nascono sul sorgere, l’opinione pubblica si stanca e il dibattito politico non solo si fa trito, ma addirittura scadente. A tutte queste cose stiamo assistendo da troppo tempo. E non è certo il caso di stare qui a intuire il significato delle espressioni facciali di un sergente che sbatte i tacchi come Italo Bocchino e del suo entourage che si presenta alle telecamere tronfi del loro corredo di colletti bianchi.

A tutto questo si aggiunge l’ultimo ruggito del leone: magari, con un sussulto di orgoglio simile a quello di Vicenza nel 2006, il Cavaliere si sarebbe fatto ancora più nemici, ma almeno ci avrebbe regalato qualche emozione. Anche solo una frase, rivolgendosi a quello che gli stava alle spalle: “Ricordati che se non era per me, tu e i tuoi non stavate qui a guardare tutti con la puzza sotto il naso. E per fortuna che non vi ho lasciato in mano l’intero centrodestra, altrimenti ora sareste ancora a guardarvi in faccia nei circoli o nei centri studi”. No, nessuna Vicenza: è destino che Berlusconi non debba fare lo statista che porge i dovuti omaggi ad un grigio Parlamento e ad un apparato istituzionale imbalsamato, ma affilare gli artigli per difendersi dai cacciatori che osano mettere piede nella sua tana.

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Noia

Berlusconi ha parlato alla Camera. Fini ha detto che Futuro e libertà darà la sua fiducia ai 5 punti esposti dal presidente del Consiglio. Due minuti dopo aver votato, Bocchino porrà altre condizioni. E’ tutto così tremendamente scontato. E noioso.

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Old Labour

Nella sfida in famiglia per il ruolo di leader del Partito laburista inglese, Ed Miliband ha avuto la meglio sul fratello David. L’ha scampata per pochi pesanti voti. Ed è nato il 24 dicembre 1969, David il 15 luglio 1965. Ed deve mostrare ancora molto, David ha avuto modo di rendersi noto politicamente nelle vesti di segretario degli Affari estera. Ma a fare le differenza tra i due è la tonalità di rosso: con la vittoria di Ed, i laburisti lasciano in disparte il progetto di Tony Blair e cercano di recuperare terreno negli ambienti operai più duri e puri: se la strategia funzionerà, lo scopriremo presto.

Da parte sua, David ha pagato lo scotto di essere arrivato dopo Gordon Brown, al termine di una epopea ormai in declino e cominciata con l’ingresso di Blair a Downing Street nel 1997. Quando questo lasciò l’incarico per Brown, nel 2007, molti commentarono la scelta di David di restarsene fuori dai giochi di potere come la miglior tattica per non bruciarsi troppo presto. Alla congresso di Manchester dove si erano dati appuntamento i delegati laburisti per scegliere il futuro, ci è arrivato troppo tardi.

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Rette, mense e genitori

Strano mondo. Tenere i bambini a pane e acqua non è un piacere, hanno da crescere e quindi bisogno di mangiare. Però il mangiare costa ed è per questo che le scuole chiedono ai genitori dei ragazzini di pagare le rette: tu paghi e la scuola ti rende un servizio. Capita che qualcuno non lo faccia, che la scuola chiuda un occhio una volta, un altro occhio un’altra volta, ma alla terza non può farci nulla se il babbo e la mamma perseverano.

E allora via, accuse a tutto spiano al preside di turno colpevole di accanirsi sul più debole, l’alunno indifeso. Mai, mai una parola sul comportamento dei genitori. Davvero strano questo mondo.

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Civilissima

E’ un gran mormorio in Italia, tra i mezzi di informazione: la Svezia non è più un paese civile. Colpa dei 20 deputati di destra eletti dall’elettorato svedese alle Legislativa di domenica. Le xenofobia, ci raccontano, ha preso piede anche a Stoccolma, terra di libertà e di diritti civili: dalle vichinghe bionde alla liberazione sessuale, dalle coppie gay all’integrazione multikulti baciata dalla socialdemocrazia e che ogni tanto sfocia in qualche incidente di piazza nei quartieri di periferia delle grandi città. Ma quest’ultima parte non fa notizia.

Il tg di La7 sempre domenica sera ha mandato in onda un servizio che pareva celebrare il funerale del mito scandinavo.

Classico vizio di un certo modo di fare informazione: la democrazia va innalzata, ma se una parte di elettori opta per candidati brutti, sporchi e cattivi – ma legittimamente eletti -, allora il rispetto del voto democratico viene meno. Pare, nel frattempo, che in Svezia tutto proceda tranquillamente. In modo civile.

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Questioni di identità

Balza all’occhio una cosa in queste prime ore del viaggio di Benedetto XVI in Gran Bretagna. La prima tappa è stata la Scozia e, ascoltando le interviste ai fedeli cattolici che si sono dati appuntamento a Edimburgo e Glasgow, è tornato a farsi vivo un certo orgoglio identitario, che nel dibattito politico si è appannato a causa delle trame tra laburisti e Scottish National Party e dei favori economici concessi dal governo londinese.

Oggi si è visto qualcosa di diverso. E’ dovuto arrivare un capo di Stato estero perché accadesse.

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Buon viaggio, Santità

Benedetto XVI sarà impegnato da oggi fino a domenica nella prima visita di Stato di un papa in Inghilterra e Scozia.

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Meglio irresponsabili

Di gente che ripropone usi e costumi della Prima repubblica, salvo poi far dire agli amici che saremmo alla vigilia di una Terza, ce n’è fin troppa e ha parlato pure da un palco a Mirabello. Ci mancava soltanto il cosiddetto gruppo di responsabili millantato da Nucara (Pri), ma che pare ormai destinato a fallire. Tanto meglio.

Questo governo ha – giustamente – rimarcato di aver ricevuto un mandato da una maggioranza di elettori che ha votato per il Pdl e la Lega Nord. Qualcuno non c’è più (Fli), amen: lo stesso governo ha deciso di proseguire sulla sua strada e quindi ora deve farlo con le proprie gambe, non andando a ritroso nel tempo quando erano i partiti, spacciando la cosa per Parlamento, a decidere le sorti delle elezioni: dal risultato delle urne, la Dc cominciava a tessere le alleanze per avere i numeri alla Camera e al Senato.

Quel sistema non ha partorito molto che sia degno di nota a cinquant’anni di distanza. Tanto meglio quindi vestire i panni degli irresponsabili, presentarsi alle Camere e rendere chiare le intenzioni per i prossimi tre anni. Se poi qualcuno farà lo sgambetto, sarà suo dovere spiegarlo ai propri elettori.

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E il partito di Repubblica disse no ai finiani

Italo Bocchino è intervenuto su Repubblica Tv dove ha affrontato diversi argomenti: il rapporto con il Pdl, la Lega Nord che tira le fila del governo, il 7,2% al quale si sarebbe attestato Futuro e libertà. Ha detto che la legge elettorale va cambiata e ha spostato l’attenzione mediatica su Schifani, riferendosi all’inchiesta sulle dichiarazioni di pentiti di mafia, pubblicata dall’Espresso, che tirano in ballo il presidente del Senato.

Ma anche dichiarato:

Anche noi di Futuro e Libertà vogliamo processi più brevi, ma non possiamo appoggiare una norma transitoria che ne farebbe decadere centomila. E per quanto riguarda la figura del Presidente del Consiglio siamo per la sospensione di tutti i suoi processi, in modo che possa governare, come prevedeva il lodo Alfano.

Tanto è bastato perché Repubblica respingesse, a suo modo, un’intesa con i finiani.

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Ci eravamo tanto odiati

Dunque pare che ci sia una destra in Italia cresciuta con i libri comprati alla Standa, ergo ignorante. Mentre l’altra destra, quella che guarderebbe al futuro, avrebbe una vera identità – e nessun libro preso ai grandi magazzini nella propria biblioteca, ma solo pezzi da collezione. Una destra con la spina dorsale. Una spina dorsale talmente robusta che ora gli ex commilitoni si azzannano manco fossero due rottweiler particolarmente incavolati.

A questo punto, sorge un dubbio: se si odiano così tanto, non dev’essere un caso. Insomma: la fine fallimentare di Alleanza nazionale, ormai sotto gli occhi di tutti, a chi va imputata? Ai colonnelli o al generale che tanto si vanta di non essere un aziendalista prestato alla politica?

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