Archivi del mese: giugno 2010

Alto tradimento

I ragazzi di Generazione Italia lavorano, si danno da fare, si impegnano e la cosa non può che fare piacere. Oggi se la prendono, giustamente, con la promessa berlusconiana di una rivoluzione liberale mai compiuta, come da copione. Il Cavaliere non è né Reagan né la Thatcher, mentre le pressione fiscale nel nostro Paese è pari a quella di tredici anni fa, oltre il 43% del Pil. Dati incontrovertibili.

I ragazzi di Generazione Italia ripropongono, saggiamente, le parole di Antonio Martino e Marcello Pera che sottolineano le disillusioni. Ma concludono male: “La Rivoluzione liberale è stata tradita. Dopo 16 anni, è giusto che qualcun altro sventoli quella bandiera. Chiunque esso sia”. Certo, come no? Chiunque esso sia, meglio se l’ipotetico precursore di una nuova destra moderna ed europeista, come Gianfranco Fini: non lo diciamo per spirito polemico, ma perché da un gruppo che sostiene il presidente della Camera, sarebbe illogico aspettarsi l’investitura di un Casini o un D’Alema, no?

E allora si faccia pure avanti il buon Gianfranco, che quando affronta il tema economia si intuisce subito come non possa essere il destinatario del passaggio di consegne sull’eterna incompiuta, la Rivoluzione liberale. Già uno che parla di “economia sociale di mercato” pare fuori luogo: ma questa è l’Italia, dove al posto di una rivoluzione in molti si accontentano di un botto di mortaretti.

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Fallimento

Funziona che ti chiamano a fare il lavoro sporco: insegnare a vincere a gente che dal ’66 non sa cosa significhi quel verbo. Il problema è dettare le condizioni, senza dubbio, altrimenti si concretizza il rischio di dover far coabitare due giocatori identici, che si pestano i piedi, a scapito di tutto il resto. I presupposti per far bene ci sono, i numeri dicono che tutto è fattibile: si tratta solo di convertire la teorica alla pratica e dimostrare che la matematica è logica, non opinione.  E quindi si vince facile? No, beh. Perché poi ci sono gli avversari: sia quelli che ti vengono incontro sia quelli che alle tue spalle pregano per poter fingere di darti una pacca sulla spalla ed invece fanno il gesto dell’ombrello? Ah sì? Tipo? Beh, tipo quello che voleva il tuo posto no, da capitano della truppa ecco. Certo, certo, ma almeno se vinci sta quieto anche lui. Insomma, mica è certo: può cominciare a rompere le scatole, insinuando cose che non vanno e organizzando la fronda per i tempi di magra. Addirittura? Addirittura, sarà per invidia o sarà per altro, ma funziona così. Però, mica pensavo potesse arrivare a questo punto Gianfranco. Gianfranco chi? Gianfranco Fini, no? Mica di lui si sta parlando? Ma chi se ne frega di Fini, qua si parlava di Capello. Ah…

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Truppa senza coraggio, comandante senza idee: il Mondiale di Gianni Brera

Di Andrea Maietti *

Gianni Brera, per gli amici Gioanbrerafucarlo, non si sarebbe divertito se fosse stato alle prese con questi Mondiali sudafricani. Ormai scriveva con la mano sinistra e, quando stava con gli amici, dettava le condizioni: “Parliamo di tutto, ma non di football”. Ma se proprio avesse dovuto scendere a patti con quest’Italia di Marcello Lippi, sarebbe stato come tornare nel 1982, quando prese male quella di Bearzot, salvo poi ribadire che avrebbe partecipato alla processione dei flagellanti il dì di San Bartolomeo se avesse superato Argentina e Brasile – come poi accadde – e dimenticandosi che la pratica penitenziale era ormai vietata da almeno cinquecento anni. Questa non è andata oltre la Slovacchia.

Non avrebbe risparmiato critiche ad un permaloso come Lippi e non avrebbe speso parole per i Cassano lasciati a casa. L’Antonio di Bari vecchia come l’Evaristo Beccalossi, scaricato prima del Mondiale spagnolo: gente che dribla, brava per carità, ma non lotta.  Mica come Tarcisio Burgnich o Gigi Riva, che alla Nazionale ha sacrificato le gambe con due infortuni. Questa Italia, continuerebbe, non ha avuto il coraggio, ma piuttosto un comandante incapace di dare stimoli e attanagliato da incertezze tattiche, che fa giocare dei pensionati fuori condizione e “i resti dei resti dell’indio” Mauro German Camoranesi. Avrebbe sparato sulla paura di osare e avrebbe chiesto la staffetta, un Totti da infilare nell’ultima mezz’ora in questa povera Italia, ancor prima che la sciagurata spedizione avesse inizio.

Stravedeva per Di Stefano e Schiaffino, bandiva i ghirigori e non avrebbe preteso la luna, anche perché ci sarebbe stata sempre quella faccenda degli abatini, per l’appunto: i numeri 10 fini a se stessi, quando i numeri sulla schiena indicavano il giocatore. Eccezion fatta per Maradona (e non per Messi, che non ti cambia le partite come faceva Diego) e Pelé, al quale dedicò il leopardiano verso “Dolce e chiara è la notte e senza vento” (attacco della poesia “La sera del dì di festa”) dopo un dribbling che aveva trovato giustificazione nell’immediata e conseguente conclusione in porta.

È mancato il coraggio che ha mostrato Mourinho contro il Barcellona nell’andata della semifinale di Champions a Milano, con la sua Inter inferiore ai catalani per uomini e mezzi, ma che ha saputo arroccarsi dietro per difendere e poi ha punto in contropiede. Con coraggio, va da sé, perché ci sono due modi di applicare il contropiede: o come Mazzandro, al secolo Sandro Mazzola, che fuggiva in avanti per scappare agli interventi dei diretti marcatori; o con inventiva ed intelligenza, perché il contropiede – ci terrebbe a sottolineare – non è un banale modo di far trincea.

Quelle degli allenatori sono strane teste, si sa. Ma Gioanbrerafucarlo avrebbe parlato bene del filosofo di Setubal? Avrebbe battagliato alla grande anche con lui, come fece con Helenio Herrera, per poi riscoprirlo quando non sarebbe più stato sulla cresta dell’onda, sorte riservata al Mago e Gianni Rivera. È l’arte dei galantuomini, quella di ricordarsi di chi non è più sotto le luci dei riflettori. In compenso, per il Gran Bisiaco avrebbe eretto un muro difensivo a prescindere: Fabio Capello, nato in quella parte di Friuli che sta tra Udine e Trieste, detta anche Bisiacaria, che fa capo a Monfalcone. Avrebbe tratto la spada a suo favore perché da nordico ha saputo adattarsi alla grande al clima romano e perché a lui, italianuzzo, gli inglesi si sono rivolti per imparare a vincere.

Gli annali del calcio ci ricorderanno a lungo quello che è accaduto nel pomeriggio del 24 giugno 2010. Alla vigilia di un giorno così nefasto, sarebbe stato lui a precedere Umberto Bossi nell’esclamare che “tanto se la comprano” la partita, roba da scatenare la retorica istituzionale. Stai a vedere che, di fatto, era l’unico modo plausibile per passare il turno per degli uomini con le gambe tremanti nella partita che valeva tutto. D’altronde, Brera era attento osservatore del calcio e conosceva il cinismo che lo abita. Attenzione, però: quella frase poi non l’avrebbe fatta sua, ripetendola. Ci avrebbe semplicemente messo il diritto d’autore.

*biografo ufficiale di Gianni Brera.

(Testo raccolto da Dario Mazzocchi)

© Libero, 26 giugno 2010

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E Fini creò la Padania

Toh, che fregatura: uno sta qui a pensare e far girare le meningi e poi viene a sapere che la Padania non esiste. Glielo avevano confermato le mappe prima che le parole del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Però, vuoi mettere con le dichiarazioni di una importante carica dello Stato? Bene, non esiste la Padania. Esistono i problemi del Sud, di Roma, della Salerno – Reggio Calabria, mentre al Nord – che non è la Padania – esistono quelli della macchina economica del Paese, con un motore ingolfato. Da cosa? Mah, si dice in giro dalla burocrazia, dalle tasse, dal peso dello Stato. Quale Stato? Quello che legifera. Quindi quello che si dà appuntamento a Roma? Beh, sì, in un certo senso. Senti, ma oggi Fini ha detto che il Nord non lo si rende competitivo sventolando un drappello color verde, ma combattendo la burocrazia e sciogliendo i lacci. Ha ragione da vendere, ma una settimana fa diceva che l’intervento pubblico è uno strumento utile per controllare alcune dinamiche spontanee del mercato. Ma se sono spontanee, perché allora controllarle? Beh, lui ripete ormai che occorre un’economia sociale di mercato? Un’economia sociale di mercato? E che roba è? Siamo sicuri che esiste? Esiste, esiste: è quella roba per cui poi al Nord si incazzano e dicono di volere la Padania. Ah, ecco.

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Nel pallone

Sono i Mondiali della crisi e se non ci credete, date un’occhiata ai moduli delle squadre. Vanno di moda il 4-2-3-1, il 4-3-2-1 e il 4-2-2-2. O almeno così la Gazzetta dello Sport dispone in campo il Brasile di Dunga. Un numero imprecisato di trequartisti o mezze punte, palliativi per regalare qualche falsa emozione in assenza di attaccanti veri e propri.

Il bel gioco latita, a centrocampo la gente si pesta i piedi e si smarrisce in una serie infinita di passaggi contro muri difensivi di sei – sette uomini. A quel punto si tenta la conclusione da fuori, una botta dalla distanza che deve fare i conti con un pallone che va dove meglio crede e intanto fallisce il tentativo di coniugare il palleggio del Barcellona al modus operandi di José Mourinho: pure il ct del Camerun ha schierato Eto’o come terzino destro nel match di esordio con il Giappone, perso 1-0.

Prendete poi la Francia che è arrivata in Sud Africa grazie al colpo di mano di Henry: come al solito sbruffona, anche nel gestire l’affare Anelka – Domenech pubblicamente. Da quando Sarkozy ha perso la testa per Carla Bruni, Oltralpe ne succedono di tutti i colori. L’Inghilterra di Capello è annoiata e per niente pop come il governo libdem uscito dalle elezioni di un mese fa che David Cameron ha gettato alle ortiche. L’Italia è casinara come la sua capitale sudamericana, Roma, dove il sacro si mescola al profano e quello che capita nel resto del Paese è solo un’eco lontana. Gli Stati Uniti pareggiano, ma per i media vincono: è tipo Obama, che sbaglia, “ma non per colpa sua”. La Spagna ha addirittura perso al debutto con la Svizzera e ogni commento geopolitico è superfluo.

In attesa di tornare agli schemi classici (4-4-2, gioco sulle fasce, terzini che si sovrappongono, centrocampisti che coprono il campo, il fantasista che detta e le punte che eseguono, punto-e-basta, tutto il resto è noia), attendiamo impazienti la B Zona di Oronzo Canà.

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Governo amico

E’ evidente che in Italia le cose siano destinate a ripetersi. Silvio Berlusconi litiga con Gianfranco Fini. Gianfranco Fini litiga con Silvio Berlusconi: lo hanno fatto in privato, poi sono usciti allo scoperto, ora si mandano le frecciatine a distanza, armando quando occorre i rispettivi ambasciatori. In primavera il guaio era l’alleanza con la Lega Nord, oggi sono le intercettazioni.

In più, mentre Tremonti promette che darà un colpo alla burocrazia per facilitare l’avvio delle nuove imprese, il presidente della Camera ribadisce il concetto per cui «l’intervento pubblico non è soltanto rappresentato, come maliziosamente si è fatto credere, dal costo imposto dalla classe politica per la sua “legittimazione”, ma anche, e soprattutto, dallo strumento attraverso il quale si cerca di controllare alcune delle dinamiche spontanee del mercato, sanzionandone i difetti e le potenziali anomalie e correggendo anche talune carenze».

In attesa di trovare un traduttore, il vero pensiero dell’ex leader di Alleanza nazionale potrebbe essere espresso in modo molto più semplice. Gli basta ricordare quella volta in cui il democristiano De Gasperi definì “amico” il governo democristiano di Pella. Si fidi, presidente: si accoltella meglio alle spalle, fingendosi amici.

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Il bavaglio no, ma almeno il correttore sì…

Una nota cantante italiana aderisce alla campagna di Repubblica.

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