Archivi del mese: aprile 2010

Qualcosa si muove

L’orizzonte si fa più chiaro per David Cameron e i Tories a meno di una settimana dalle elezioni. Dopo il dibattito di ieri sera sulle frequenze dalla BBC dove il tema centrale era l’economia, i conservatori sembrano finalmente aver trovato lo sprint per l’allungo finale, complice anche la buona impressione del loro leader agli occhi dei telespettatori che lo hanno gradito ben più di Clegg e Brown.

D’altra parte, alla luce del trambusto finanziario attraverso il quale è passato il Regno Unito negli ultimi tre anni, era inevitabile che sul campo dell’economia si combattesse la battaglia più importante di questa campagna elettorale. Se l’agenzia di scommesse Betfair ha rifatto i conti (l’ipotesi di un “hung Parliament” è quotata ora a 1.84, mentre i Tories a 2.28), le proiezioni dei seggi dicono che – a sondaggi non del tutto freschi – Cameron ne otterrebbe 316: un balzo in avanti rispetto alle ultime due settimane.

I laburisti ristagnano, i liberaldemocratici pare abbiano smarrito la lucidità e il fattore novità, i conservatori hanno tenuto botta. Circola addirittura un grafico che dà quest’ultimi al 42%,  i Lid Dem al 32 e il Labour Party al terzo posto (25). Forse anche per questo oggi ha parlato Blair, per il quale “Brown non ha fallito”. Sarà…

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Il fuori onda del Primo ministro

Gordon Brown ha definito “bigoted woman” una sostenitrice dopo un incontro pubblico. Tornando in macchina, si è sfogato con un assistente senza accorgersi che il microfono era ancora aperto.

Quota scommesse

Il 6 maggio è alle porte ed è di nuovo tempo di dare un’occhiata alle previsioni elettorali di Betfair. Dunque: i numeri non sono propriamente dalla parte dei Tories di David Cameron perché secondo l’agenzia di scommesse, le probabilità di un hung parliament sono pari al 63%, mentre la vittoria dei conservatori è calcolata al 33%.

Le quote: i conservatori sono dati a 3, il parlamento bloccato a 1.58, i laburisti addirittura a 32. Non compaiono i liberaldemocratici di Nick Clegg solo perché hanno la maggioranza di quel 63% che mette i brividi a David Cameron.

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Perché David

A poco più di una settimana dal fatidico 6 maggio, l’esito delle elezioni britanniche è quanto mai complesso e imprevedibile. L’ipotesi che si vada verso un parlamento bloccato, senza una maggioranza assoluta, ha preso corpo in termini di numeri reali pochi giorni dopo il via ufficiale della campagna elettorale: i liberaldemocratici di Nick Clegg, con il suo exploit televisivo, hanno confermato la tendenza. Clegg avrà dei meriti, come David Cameron,  leader dei conservatori, ha dei demeriti. Non ha saputo amministrare il largo vantaggio che lo aveva ormai portato al numero 10 di Downing Street. Ma erano conti fatti senza l’oste.

Cameron non è il prototipo del conservatore che ci piace. Non è nemmeno il prototipo del politico che apprezziamo: ha un’aria snob che si porta appresso e che tenta di mascherare goffamente in ogni occasione. Ha però fino ad ora svolto il compito di riportare i Tories ad un passo dalla vittoria – per quanto anche in questo caso pesino tredici anni di governo che hanno logorato i laburisti. Cameron non sopporta il patrimonio della Thatcher e si sforza per mettere in luce le modernità del partito, come se la lezione della Lady di Ferro non fosse attuale. A volte è più preoccupato di far notare a tutti che il pollice verde piuttosto che gli attributi per dire chiaro e tondo: taglio la spesa pubblica.

Ma Oltremanica si sta combattendo una nuova battaglia per l’Inghilterra. Il Paese di re e regine, di Shakespeare, del piede destro di David Beckham,  di Web Ellis, inventore del rugby, di Sir Winston Churchill, dei Beatles e del Brit pop ha deragliato in modo preoccupante: si è ritrovato con i terroristi islamici fatti in casa, ha fatto i conti con la legge del Londonistan, ha affrontato i costi della crisi finanziaria, ha dovuto difendere i pub dalla marmaglia salutista, ha visto diminuire il consumo di birra e salire i rimborsi spese per i suoi parlamentari.

Nick Clegg, come scrive giustamente lo Spectator, per l’opinione pubblica media simbolizza al momento il cosiddetto “blowing a rasperry”: una pernacchia di protesta. Non è la soluzione, inciucia con Brown per accaparrarsi il diritto di dire: io sono al governo, dettando i termini per una coalizione. Per quanto il suo conservatorismo sia smorto e a volte addirittura veltroniano, Cameron è pur sempre un Torie. E dunque diciamolo una volta per tutte: noi il 6 maggio tifiamo per lui.

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Cameron si sporca le mani, ma nemmeno troppo

Dopo due settimane di intensa campagna elettorale, David Cameron ha deciso di prendere in seria considerazione i liberaldemocratici di Nick Clegg e ha inaugurato una sette giorni intesa a recuperare più voti possibili tra i britannici che sono rimasti colpiti dal terzo incomodo di queste General Election. Per farlo, è tornato a calcare su alcuni temi che ha stressato dal 2005 a questa parte: ambiente e diritti civili.

Già durante il dibattito televisivo andato in onda giovedì su Sky News, il leader dei Tories aveva rimarcato come il colore del suo nuovo partito non fosse più soltanto il blu, ma anche il verde a testimoniare il green heart che Cameron si porta dietro anche quando si reca a Westminster in bicicletta. “Vote Blue, Go Green!” è uno degli slogan maggiormente ripetuti. Ed oggi se n’è aggiunto un secondo: “If you want a government with liberal values, vote Conservatives”.

I più duri e puri del partito conservatore probabilmente si stanno turando il naso, ma non si tratta di un’uscita a sorpresa per un leader che nel dicembre 2006 fece chiaramente intendere di preferire a Margareth Thathcer la very left columnist del Guardian Polly Toynbee.

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La ridotta

Il parallelo potrà sembrare azzardato, ma ha semplicemente un valore storico diciamo così, non certo ideologico. Quando ormai le cose volgevano al termine, a Mussolini venne presentato un piano impossibile che prevedeva una ridotta in Valtellina: lui e i suoi fedeli gerarchi, armi in pugno, a difendere l’ultimo baluardo della Rsi in attesa che arrivassero gli Alleati con i quali trattare la resa. Domenica cade il 25 aprile, tra l’altro.

Oggi Gianfranco Fini si trova nella stessa situazione: alcuni fidi gli si sono stretti attorno, lo hanno difeso dal fuoco nemico e hanno ribattuto alle offensive, alzando la voce nei salotti televisivi nei confronti di chi osava criticare il capo. Una ridotta con pochi numeri, come ha chiarito la direzione del Pdl di ieri. Il presidente della Camera ormai è un generale senza colonnelli che, sull’esempio di quanto accaduto l’8 settembre 1943, hanno indossato i panni dei badogliani: spariti, hanno abbandonato in fretta e furia gli uffici e bruciato le carte compromettenti. Nulla di strano, è nel dna degli ex di An un atteggiamento del genere e lo avevamo fatto notare lo scorso autunno.

Uno può condividere in toto, in parte o per niente quanto ha detto Fini alla presenza di Silvio Berlusconi. Il fatto grosso è quel gesto di La Russa quando si è trovato nel bel mezzo dello scontro tra i due pezzi da novanta del Popolo della libertà: ha allargato le braccia quando è giunta l’accusa che il partito fosse, al Nord, una fotocopia della Lega. Come a voler dire che lui, La Russa, non sapeva che diavolo rispondere. In quel momento è risultato lampante che l’ex re era nudo e che il 25 luglio della destra italiana si era celebrato di fronte alle telecamere.

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La Lega spacca

Lo scontro verbale tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini ha monopolizzato l’attenzione di tutti: d’altronde non capita tutti i giorni di vedere due leader che se la suonano di santa ragione davanti alle telecamere. Per alcuni è il segnale che la politica è ancora viva; per altri rappresenta il testamento del presidente della Camera; per altri ancora è invece il suo sussulto di orgoglio. E per i restanti è una cosa un po’ così, preoccupante. Ma alla base del battibecco c’è la Lega.

La Lega Nord con il suo nuovo peso spacca: nel senso che, evidentemente, nel centrodestra non avevano messo bene in conto l’ipotesi non così improbabile che il movimento di Umberto Bossi raggiungesse proporzioni inaspettate e che il suo atteggiamento risultasse, nella maggioranza di oggi, il più governativo fra tutti. Per un semplice motivo, ovviamente, vale a dire la volontà di portare a casa le riforme che interessano a quelli del Carroccio che in cuor loro si augurano che l’emergenza pidiellina rientri per proseguire la marcia verso il federalismo.

Ma nel momento stesso in cui il Nord è piombato a capofitto nell’agenda parlamentare, gli equilibri si sono rotti. Non è un caso – non lo è, davvero – che le prime avvisaglie del duro faccia a faccia di oggi siano arrivati da uomini legati a Fini di origine meridionale: Bocchino, Granata e Urso. Non è una faccenda localistica, si badi bene. Non è la guerra tra polentoni e terroni: no, è soltanto che gli interessi in gioco sono troppo alti e la classe dirigenziale del Pdl che presumeva di detenerli ora si ritrova scoperta.

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Cesare e Bruto ai giorni nostri

Silvio Berlusconi:

“Hai cambiato totalmente posizioni: martedì nel tuo studio davanti a Gianni Letta mi hai detto ‘sono pentito di aver fondato il Pdl’ e che volevi fare gruppi autonomi in Parlamento. Gianfranco, valeva la pena di fare contrappunto politico quotidiano al Pdl, al premier, al governo? Diciamocele tra noi queste cose! Ma tu alle riunioni non sei mai voluto venire e non c’eri neanche a piazza San Giovanni. Un presidente della Camera non deve fare il politico, se vuoi farlo lascia quella poltrona”.

Fini si alza e dice:

“Che fai mi cacci?”.

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