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I comuni fan cassa, ai cittadini la portano via

La questione della sicurezza, prima che politica, dovrebbe essere quantomeno amministrativa. Capita infatti che nel Basso Lodigiano da qualche settimana i topi di appartamento sono particolarmente attivi. Stanno passando in rassegna i piccoli comuni della zona, infilandosi nelle case e nei bar. Settimana scorsa, a Castiglione d’Adda, un uomo ha scoperto i ladri nella sua abitazione nel pieno della notte, intenti a cercare le chiavi della Bmw X3 parcheggiata in giardino.

Oggi i sindaci della zona si lamentano perché non ci sarebbero abbastanza fondi per tentare di arginare il fenomeno. Che non è nuovo, dato che ciclicamente si ripete: ma questa volta sembra molto più accentuato. Non ci sono soldi, quindi. Ma ci sono le strutture: tra polizia municipale, provinciale e caserme dei carabinieri, la Bassa non è lasciata a se stessa. A Codogno, Casalpusterlengo, Cavenago, Castiglione, Maleo e Castelnuovo Bocca d’Adda sorgono alcune centrali della Benemerita, alle quali si aggiungono le forze dell’ordine locali, grande risorsa dei comuni della zona che li spediscono in lungo e in largo a mettere multe, armati di autovelox.

Di giorno le gazzelle dei carabinieri in perlustrazione sono cosa rara. Di notte vanno in letargo. Eppure l’area da tenere sott’occhio non è così estesa, basterebbe unire gli intenti tra le amministrazioni interessate dalle serie di furti per cominciare a porvi un rimedio. Invece salta fuori che i vigili, nel solo capoluogo, hanno raccolto un tesoretto di un milione di euro dalle contravvenzioni.

O la cassa o la vita. Tanto sono entrambe dei cittadini.

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E fanno le fiaccolate, loro

Strano modo di fare politica, a Milano: dopo aver scoperto l’acqua calda, vale a dire che via Padova è in mano ai delinquenti extracomunitari, ma soprattutto clandestini, la maggioranza dà appuntamento in piazzale Loreto per una fiaccolata per la sicurezza. Magari risponde al principio con il quale in passato si mettevano i lampioni nelle strade: più luce, meno criminalità.

Le fiaccolate dovrebbero farle chi sta all’opposizione, piuttosto, per protestare. Chi governa dovrebbe lavorare per affrontare il problema, che è particolarmente complesso. Ma anche molto semplice: mandare gli uomini delle forze dell’ordine in quella via (senza pretenderne di nuove, ci sono già, basta sdoganarli dagli uffici e farli scendere dalle macchine), chiedere i documenti di residenza, andare a pescare quegli italiani che affittano in nero degli appartamenti, se così si possono chiamare, ai clandestini. Quest’ultima cosa è la più semplice di tutte, visto che lo Stato pretende di sapere tutto dei nostri guadagni.

Popolo della libertà e Lega Nord non hanno più tanti alibi da giocarsi: hanno in mano Regione, Provincia e Comune. E governo nazionale. I cosiddetti amministratori conosco a fondo la questione. In Stazione Centrale, sotto il Pirellone, già dalla mattina se ne beccano di alcuni che carburano a forza di bottiglie alcoliche: se lor signori ogni tanto facessero le persone normali e non abusassero delle loro posizioni, se ne renderebbero conto.

Invece si danno appuntamento per fare le fiaccolate.

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Bologna, la rossa allo sfacio

Leggere il sito di Libero. Non solo perché ci lavoro io. Ma perché c’è la prima puntata dell’inchiesta sulla Bologna di Cofferati. Uno sceriffo senza stella.

Però Bologna ce l’ho nel cuore.

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Ai rom no, a noi sì

Dario Mazzocchi – Libero-news.it

Ai rom non si possono prendere. E’ un atteggiamento razzista. E l’Unione europea certamente non vuole apparire tale, così ordina al ministro dell’Interno italiano, Roberto Maroni, di non continuare sulla strada delle impronte digitali ai nomadi. Però le impronte digitali degli italiani sulle carte d’identità non fanno notizia, anzi. Ci sono già. Per esempio nel comune di San Bendetto al Tronto, località turistica in provincia di Ascoli, sulla costa adriatica dell’Abruzzo. La conferma non arriva solo dal sindaco della località, Giovanni Gaspari, ma anche dal vice prefetto Felice Colombrino, dirigente dell’ufficio stampa del Viminale: “E’ un progetto che era partito, poi era stato interrotto, poi ripreso nuovamente”, dichiara a Libero-news facendo riferimento alle carte d’identità elettroniche. “Contengono un microchip con tutti i dati, comprese le impronte digitali degli italiani. In questo modo non funzionano soltanto da carta d’identità, ma sono utili per altri scopi, ad esempio quelli sanitari”.
A San Benedetto del Tronto le carte elettroniche sono arrivate nel 2002 e, come si legge in articolo del 15 settembre di quell’anno su Sambenedetto oggi, “entro il 2003 tutti residenti del Comune di San Benedetto avranno in tasca la carta di identità elettronica, una piccola tessera. L’idea in fase di sperimentazione partì circa due anni fa e fu seguita dall’allora Assessore alle Finanze Giovanni Gaspari. Una tessera con microchip in grado di memorizzare dati e programmi, con la quale sarà possibile accedere ai propri dati in tutti gli sportelli di Enti Pubblici e Privati”. Poche righe sotto la conferma che queste carte contengono le tanto vituperate impronte digitali: “Inoltre nella smart card verranno inserite anche le impronte digitali non leggibili a occhio nudo ma solo con un lettore ottico”.
Ma non è tutto. E’ datato 10 dicembre 2004 un documento del Consiglio dell’Unione europea che ha per oggetto il “regolamento del Consiglio relativo alle norme sulle caratteristiche di sicurezza e sugli elementi biometrici dei passaporti e dei documenti di viaggio rilasciati dagli Stati membri”. Il linguaggio è quello tecnico e burocratico, ma basta sfogliare le pagine del regolamento per venire a sapere, all’articolo 2, che “i passaporti e i documenti di viaggio hanno un supporto di memorizzazione che contiene un’immagine del volto. Gli Stati membri aggiungono inoltre le impronte digitali in formato interoperativo”. L’articolo seguente riporta che “il presente regolamento si applica ai passaporti e ai documenti di viaggio rilasciati dagli Stati membri”. Interessante il fatto che “non si applica alle carte d’identità rilasciate dagli Stati membri ai loro cittadini”.
I documenti così prodotti sarebbero già dovuti essere in circolazione, ma alcuni problemi tecnici hanno compromesso il loro rilascio. Non erano mancate le polemiche in ambito europeo sull’adozione degli elementi biometrici, ma da un articolo di EurActiv.com pubblicato il 9 novembre 2004 e poi aggiornato il 24 aprile 2006, si possono reperire le pozioni ufficiali dell’Europa. Antonio Vitorino è l’ex commissario portoghese alla Giustizia e agli Affari interni per l’Unione e, di fronte alle critiche per questi provvedimenti, rispondeva che i nuovi documenti accoglievano le richieste dell’Organizzazione dell’aviazione civile internazionale e che l’introduzione di elementi biometrici avrebbero dovuto migliorare l’accuratezza di identificazione e reso più sicuri i documenti dal rischio di contraffazione. Appare evidente come la strategia dell’Ue fosse condizionata anche dall’allarme terrorismo scattato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 a New York e Washington da parte di Al Qaeda.
Evidentemente all’Europa devono fare più paura i suoi cittadini già in possesso di documenti d’identità piuttosto che le popolazioni nomadi che si muovono sul continente senza nemmeno poter essere censiti. Giusto per capire chi passa per casa nostra.

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Soldati nelle città

“Come in Colombia” – Antonio Di Pietro.

Sarà pure colpa di qualcuno che c’era prima.

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Se Napolitano esonda

  In Italia il Presidente della Repubblica è simbolo non tanto di unità nazionale (vecchia leggenda costituzionale) quanto di falso moralismo. Le cronache ci inondano con fatti di sangue, gente ammazzata e appartamenti svuotati. Si sente parlare di arresti di bande di delinquenti stranieri e italiani. Dopo l’indulto, per quanto si sforzino gli ipergarantisti di casa nostra, la situazione è ulteriormente peggiorata. In tutto questo baccano, il governo Prodi non ha mai dato segni di vita e il ministro degli Interni Giuliano Amato non fa eccezione.

  Al contrario Giorgio Napolitano si fa sentire, rilanciando il vecchio adagio che i nemici ce li abbiamo in casa, non vengono da fuori. Così i rom si trasformano in pecorelle smarrite alla ricerca del buon pastore, la società, che le conduca all’ovile. Traduzione: noi italiani, con tutti i problemi che ci portiamo appresso, dobbiamo pure insegnare agli immigrati come si vive dalle nostre parti.

  E’ evidente che al Quirinale non fanno i conti tutti i giorni con queste truppe di sbandati che riempiono non più solo le grandi città, ma anche i piccoli centri e lentamente i paesi di campagna. Il loro arrivo ha l’effetto di un uragano che sconvolge tutto attorno, ma a pagarne gli effetti sono solo i cittadini. Perfino le autorità e le istituzioni locali, seguendo alla lettera il pensiero presidenziale, invitano i padroni di casa a rendersi disponibili e ad imparare la buone maniere di accoglienza, perché questi poveri disgraziati non vanno lasciati soli.

   Peccato che siano pochi, se non pochissimi, quelli che si attengono alle regole. La maggior parte degli immigrati pretende da subito quello che nemmeno un comune italiano oggi può permettersi: sicurezza economica e stabilità famigliare. Ma al nostro Presidente la cosa non pare interessare granché: non possiamo farci gli affari nostri, siamo obbligati a prendere a cuore quelli degli altri.

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