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A mano armata

Nel Paese dove “i fumogeni non hanno mai ucciso nessuno”, anche se finiscono nel giubbotto di un segretario sindacale, ieri sera hanno provato a far la pelle al direttore di Libero, Maurizio Belpietro. Per fortuna nessuno si è fatto male: né il giornalista né il capo della scorta che lo accompagna dall’abitazione in redazione e viceversa. L’attentatore si è dato alla fuga. Sembrano cronache di trent’anni fa, gli Anni ’70. E’ accaduto una sera di ottobre del 2010.

Fosse accaduto a qualcun altro, uno che non rientra nel gruppo di Belpietro, avremmo le volanti dei difensori civici per le strade, campagne on line con post-it e volti preoccupati, appelli firmati da Saviano e quant’altro. Ma questo è il Paese dove la gente va in fibrillazione per chi accusa un capo del governo di essere uno “stupratore della democrazia”: la quale, ben si sa, la si costruisce anche a colpi di rivoltella se necessario. Brutti tempi, signori miei.

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Il ballo del mattone (e strani cambiamenti)

L’ultimo duro scontro nel centrodestra tra berlusconiani e finiani ha per protagonista la casa di Montecarlo dove alloggia la famiglia Tulliani, della quale fa parte Elisabetta, compagna del presidente della Camera. D’altronde, Scajola si è dimesso da ministro dello Sviluppo economico per colpa di un appartamento pagato a sua insaputa: in Italia si può tirare in ballo di tutto, eccetto le case.


I mattoni però volano in ogni senso, da quelle parti. Generazione Italia ieri ha pubblicato un post di Adriano Falanga il cui titolo originale “Ma non dobbiamo puntare (solo) sull’antiberlusconismo” oggi si è trasformato in “Una scelta coraggiosa“. Un modo forse per stemperare gli animi (o una ritirata precipitosa?), se non fosse che dall’altra parte l’ha sparata grossa Giorgio Stracquadanio, direttore del Prederllino.it che ha tirato in ballo la vicenda Boffo, aggiornandola di un anno, con nuovi protagonisti e scenari. Nel frattempo, Gianfranco Fini ha querelato il Giornale: la compagna Elisabetta ha raddoppiato, puntando anche su Libero. A Farefuturo, invece, hanno individuato un clan di giornalisti nelle vesti dei manzoniani “bravi”, al soldo del padrone Cavaliere.

Meglio chiudere il cantiere e andare tutti in vacanza. Arrivederci.

(thanks to Simone Bressan per le immagini).

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L’Aquila, il nostro inviato nella sua casa distrutta

Provate a immaginare la vostra casa crollata. Un esercizio teorico, un gioco di fantasia, roba da realtà virtuale. Nessuno, infatti, ci pensa mai. Nemmeno sapendo di abitare in una zona sismica colpita in passato da numerosi terremoti. Sembra sempre un fatto impossibile, una tragedia che tocca agli altri. Storie di un’altra epoca, di altri Paesi. E invece.
Invece eccomi qui. Sono le quattro di pomeriggio e sto risalendo via Roma a piedi. Mi hanno fatto lasciare la macchina alla Rotonda e ora sto cercando di raggiungere piazza San Pietro, nel cuore del centro storico dell’Aquila. I miei genitori mi hanno avvertito in mattinata via sms: “Terremoto, noi tutti bene, casa distrutta”. Così, da un lato ovviamente sollevato, dall’altro con un magone in gola, tenendomi al centro della strada per evitare eventuali ulteriori crolli dai tetti e dai cornicioni e facendo lo slalom tra macerie e calcinacci, mi affanno in salita. Ai lati, dei palazzi ci è rimasto ben poco, sono tutti lesionati o addirittura sfondati e crollati. Ai vari piani, mancando i muri, si vedono gli interni delle stanze, i letti, i mobili distrutti… La poca gente rimasta da queste parti della città ha lo sguardo inebetito, quasi perso nel vuoto. Qualcuno trascina valigie, altri non hanno la forza di fare niente. So già cosa mi aspetta in piazza. Ma il colpo d’occhio è davvero un colpo al cuore. La facciata della chiesa di San Pietro si è sbriciolata, il campanile è collassato su se stesso. Alcuni edifici stanno su per miracolo, al posto di altri ci sono dei buchi. E casa mia, quella dove sono vissuto per anni, con tutti i ricordi…
Casa mia, un palazzo di tre piani (al terzo abitava la mia famiglia, ai primi due c’erano uffici) di inizio Novecento, è più o meno in piedi. Ma grandi crepe la attraversano dal tetto fino alla base. Soprattutto, il palazzo accanto è caduto su di lei, ha sfondato il tetto e ha spazzato via un’ala, con una camera da letto e un bagno. Fortuna che ero a Milano e non all’Aquila come mi accade spesso e volentieri durante i week end: della mia mansarda non deve essere rimasto molto. Se penso alla grande finestra che si apriva sul soffitto, mi vengono i brividi.
Entrare è impossibile, vigili del fuoco e protezione civile non vorrebbero neanche farmi avvicinare, il pericolo di nuovi crolli è troppo elevato. Ma in mattinata mio padre, scappato in piena notte con mia madre per rifugiarsi in auto, era riuscito a recuperare qualche vestito e qualche effetto personale. Mi racconta cosa è successo all’interno. Io non l’ho quasi mai visto piangere, ma stavolta non riesce a trattenere le lacrime. Quadri, vasi, cristalli, ceramiche, antichi orologi, tavoli, armadi, librerie, cassettoni… tutto a pezzi e sommerso dalle macerie. Le pareti sono rivestite di stoffa e così non si può sapere il loro stato, ma non c’è da essere ottimisti.
Mio padre, architetto, lo sa bene: «In trenta secondi se n’è andato il lavoro di una vita. È difficile accettarlo». Io non so cosa dirgli, la ricostruzione, i fondi… Per ora sono cose troppo lontane. Il problema è che la tua casa non c’è più, non hai il tuo posto dove dormire, gli oggetti familiari… E comunque forse non ci andresti nemmeno. Lo shock deve essere stato troppo forte, precipitarsi giù per le scale al buio mentre attorno viene giù tutto, il cemento armato che si spacca più dei sassi vecchi di secoli (anche se non c’è alcuna logica: chiese della stessa epoca sono l’una intatta e l’altra cancellata), i vicini in pigiama che urlano correndo tra i vicoli… Mi ritrovo anche io senza parole e senza pensieri, al centro di una piazza fantasma. Ci si lamentava della musica del bar di sotto, degli universitari che ballavano all’aperto fino all’alba…
Adesso l’unica cosa che mi viene in mente sono le fotografie di città bombardate durante la seconda guerra mondiale. E poi, un poi solo cronologico, i morti. Nel primo vicoletto a sinistra, ad appena cinquanta metri dal mio portone, stanno ancora scavando. Mi avvicino e chiedo cosa è accaduto. Nell’abitazione al primo piano c’era la famiglia di un forestale. Non si è salvato nessuno: lui, il figlioletto di due anni e la moglie incinta che avrebbe partorito da un momento all’altro. E allora che vuoi dire, che vuoi scrivere?

Miska Ruggeri, Libero del 7 aprile 2009

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Nulle le nozze in Chiesa se marito e moglie fanno sesso protetto

Nozze gay e confine tra legge canonica e statale: la Corte di Cassazione di Roma è nuovamente al centro di polemiche dopo la sentenza 814 di ieri che ha annullato un matrimonio concordatario di una coppia della capitale. Infatti Secondo i giudici della prima Sezione civile, i coniugi che fanno sesso protetto corrono il rischio di vedersi annullate le nozze, anche se le misure precauzionali vengono prese per tutelare la salute della moglie e del nascituro di fronte ad una malattia trasmissibile del marito.
I protagonisti della vicenda sono Elisabetta T. e Fabio N., convolati nel 1992 a nozze, poi sciolte nel 1999 con tanto di imprimatur nel 2003 della Segnatura Apostolica, dicastero della Curia di Roma che si occupa anche di cause matrimoniali. Fabio aveva avviato le pratiche davanti ai giudici vaticani sostenendo l’invalidità del “sì”, dal momento che entrambi avevano concordato di non avere bambini. Una scelta presa di fronte alla malattia di cui soffre il marito, la “sindrome di Reiter”, un’infiammazione ad articolazioni, occhi e organi genitali che è sessualmente trasmissibile. Può essere curata nel giro di 3-4 mesi, ma Fabio ha preferito cancellare tutto. Secondo il diritto canonico, la consumazione di rapporti protetti che escludono la procreazione, fa venire meno il legame matrimoniale, come se non fosse mai stato celebrato.
A questo punto è partita la difesa di Elisabetta, destinata a non ricevere un aiuto economico da Fabio. Tramite il suo avvocato Ettore Travarelli ha impugnato la decisione della Corte di Appello di Roma che nel frattempo aveva ratificato, nel 2005, l’annullamento. Il legale della donna in Cassazione ha puntato sul fatto che lo Stato non può accettare tale provvedimento per contrasto con i principi dell’ordine pubblico, tra i quali compare quello della salute, da tutelare come valore in generale: i coniugi facevano sesso sicuro per il semplice fatto che in questo modo Elisabetta non rischiava di contrarre la malattia del marito. Argomento troppo debole per gli uomini in ermellino che hanno replicato: «La nullità di un matrimonio concordatario per esclusione della prole, quando tale intenzione sia accettata da entrambi i coniugi, non trova ostacolo sotto il profilo dell’ordine pubblico, nella circostanza che la legge statale non include la procreazione tra i doveri scaturenti dal vincolo matrimoniale». Un’ammissione, quest’ultima, che ha acceso la miccia. Perché se dunque è vero che la legge italiana non include la procreazione come vincolo matrimoniale, «la Cassazione apre un grande portone al riconoscimento dei matrimoni gay». È la provocazione dell’avvocato matrimonialista milanese Annamaria Bernardini De Pace che non ha risparmiato critiche: «La Cassazione cade in grande contraddizione perché rattifica la decisione della Chiesa che ritiene indispensabile la procreazione all’interno delle nozze». Un’occasione persa per “prendere le distanze” dal Vaticano, lo stesso che «ha dichiarato di non volere recepire le nostre leggi». Insistendo su questa linea, l’avvocato ha sottolineato che «nella Costituzione si parla di coniugi, non di moglie e marito».
Nel merito è entrata anche l’Associazione matrimonialisti italiani, che ha chiesto «maggiori tutele» per la donna che decide di «non procreare figli al fine di non sottoporli al rischio concreto di gravi patologie genetiche»: il presidente nazionale, Gian Ettore Gassani, ha ricordato ai giudici italiani che «quando sono chiamati alla deliberazione di una sentenza straniera» com’è quella ecclesiastica «devono verificare se e quanto i principi di questa sentenza siano compatibili con l’ordine pubblico ed i principi dell’ordinamento italiano».

Dario Mazzocchi, Libero del 17 gennaio 2009, pag. 15

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La Cina è vicina

A chi si chiede che diavolo sto combinando, una riposta la trova in questo blog.

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Che mascalzoni

Fossi stato io il vescovo…

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Feltri vs. Veneziani

Bel botta e risposta tra Marcello Veneziani e Vittorio Feltri sulle pagine di Libero di ieri, riguardo alle dichiarazione di Gianfranco Fini sul ’68: la contestazione giovanile fu tutt’altro che negativa. Finì a sinistra per l’incapacità della destra di recepire con valori veri l’ansia che aveva i giovani.
Io nel ’68 non c’ero e nemmeno ero nei piani dei genitori. E sono contento così. Piuttosto, sono incavolato per quello che il ’68 ha prodotto. Vale a dire la società in cui mi tocca vivere adesso che al mondo ci sono.
Concordo con Veneziani quando scrive “l’impianto parricida del ’68 lo rende incompatibile con il dna di qualsivoglia destra. Il caos può essere un disordine creativo a livello individuale, ma non può essere un progetto politico, di destra per giunta”. E da romantico quale sono, non posso che concordare con Veneziani quando ricorda i tre esiti di quel periodo: l’estremismo e l’intolleranza che hanno partorito il terrorismo e gli anni di piombo; la fuga dalla realtà per inseguire il desiderio, generando la diffusione della droga; la cultura della liberazione che produsse non solo, ma soprattutto l’attuale deserto cinico e benestante, con la famiglia ridotta in poltiglia, l’aborto e il sesso come luogo pubblico, la femminilità inacidita dal femminismo, la distruzione della scuola e dell’università, del merito e delle capacità personali, della responsabilità e l’odio per la tradizione. Insomma, riassumendo, tutte robe che con la destra non hanno niente a che spartire.
Sensata però anche la risposta di Feltri sul conservatorismo che, secondo il direttore di Libero, non è un valore i sé perché il conservatore decide cosa merita conservazione e cosa merita distruzione. Poi viene citato Blair come esempio e su quello potrei aprire un altro discorso lunghissimo. Certo che il concetto è quello e quello rimane. Altrimenti saremmo nelle caverne, come chiosa Feltri prendendo le difese del leader di Alleanza Nazionale.
Tutto bello, tutto giusto. Ma quanto siamo certi che AN sia conservatrice? Sembra troppo un partito incapace di darsi un tono. Ed è risaputo che i conservatori hanno stile.

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