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Senza enfasi

Forse tra i futuristi c’è chi crede di essere più furbo degli altri o magari è semplicemente annoiato e così, per trascorrere al meglio la giornata, si inventa una battuta giusta per le agenzie stampa e per farsi quindi un po’ di pubblicità. Stranamente non si tratta di Italo Bocchino, ma di tale Maurizio Saia, esponente di Fli in commissione Affari costituzionali. Il quale ha fatto sapere di aver parlato con Giulia Bongiorno e che lui i suoi voteranno sì al lodo Alfano, “ma senza enfasi”, ha tenuto a precisare. E’ un po’ come Fabio Granata, talmente fedele alla linea finiana che ha votato no alla fiducia al governo settimana scorsa.

Senza enfasi è l’espressione migliore per riassumere il tutto. Non è ancora chiaro se i futuristi ci siano o ci facciano, ma assomigliano e non poco ai leghisti a questo punto, visto che assieme al Cav. pure i lumbard sono il loro pallino fisso: dicono di sì, ma con tutte le riserve del caso. Se Bossi dichiara di aver dato il via libera a Roma Capitale perché il sindaco Alemanno si era presentato in Consiglio dei ministri piangendo, Futuro e libertà non gradisce molto lo scudo giudiziario, però via, darà il suo assenso. E’ appena nato, questo partito, che già è sulla buona strada. In qualsiasi direzioni porti.

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La censura? Colpa dei giornalisti poco coraggiosi

De Bortoli contro Scalfari. Corsera contro Repubblica. Via Solferino contro largo Focchetti: i due maggiori quotidiani italiani affilano le lame nei giorni immediatamente successivi alla manifestazione per la libertà di stampa e alla bocciatura del lodo Alfano che finisce per tirare in ballo l’altro lodo, quello che scotta, quello Mondadori. Non è un caso, soprattutto quando di mezzo ci sono editori potenti (come le banche o gli ingegneri).

Al di là di quello che ha scritto f. d. be. sul fondatore di Rep., ecco la risposta dello stesso f. d. be alla domanda “a proposito di giornalismo libero, quanta libertà c’è oggi nei giornali?” di Stefano Natoli, pubblicata nel libro L’informazione che cambia (editrice La Scuola):

C’è la libertà che ogni giornalista sa conquistarsi. Se uno è autorevole e ha le notizie difficilmente viene bloccato. Se un giornalista va dal suo direttore con una buona storia, un buon direttore non può non pubblicarla. Diciamo che molta della libertà che non abbiamo è perché non la cerchiamo. E molta della censura che qualche volta subiamo è frutto delle nostre incertezze, delle nostre inaccuratezze e, forse, anche del nostro scarso coraggio.

Ps: ironia della sorte, il libro è stato regalato ad alcuni allievi di una scuola di giornalismo dall’ordine dei giornalisti lombardo. Si legge nelle dedica firmata Letizia Gonzales, presidente della sede milanese: “Una testimonianza da parte del consiglio dell’ordine. La Gonzales era in piazza a Roma.

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La lunga stagione dell’odio

L’Italia è un paese fondato sull’odio. Personale, politico, culturale. Comunque la si metta è così perché è la storia a ricordarcelo in queste ore che seguono il pronunciamento della Corte costituzionale sul lodo Alfano. È una repubblica, l’Italia, nata da una guerra civile mai sanata perché la parola è sempre stata concessa solo ai vincitori. È uno stato, l’Italia, che ha vissuto la terribile stagione delle stragi, una stagione che spesso viene rievocata da una certa parte politica e culturale (appunto) come un’epoca di ideali, lotte civili e quindi democratiche. Però c’era gente, da ambo le parti della barricata, che cadeva sotto i colpi di pistola o per le esplosioni di ordigni nelle banche, nelle stazioni o direttamente sui treni.

È una nazione dove la passata classe dirigente è stata smantellata a furia di sentenze giudiziarie. Con il particolare che certa classe dirigente è sempre stata tenuta al di fuori della bagarre di Tangentopoli. Tant’è che nulla è cambiato da allora, se non ché Silvio Berlusconi, nel 1993, decise di fare a modo suo e di dare via alla rottura. Un piano prestabilito si è trovato un bastone tra le ruote, un imprenditore che ha deciso di tutelare certi interessi, quelli che non rientravano in una determinata classe dirigente. Quella uscita immacolata da Tangentopoli.

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E allora perché lo ha firmato?

“Io sto dalla parte della Costituzione”

Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, oggi, dopo la bocciatura della Consulta.

E allora perché firmò il lodo Alfano, lo scorso 22 luglio?

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Quale uguaglianza?

E così la Consulta ha bocciato (9-6) il lodo Alfano: “E’ in conflitto con il principio di uguaglianza dei cittadini”. Un principio sano e giusto che in Italia non è mai stato preso in considerazione, tanto che i magistrati scarcerano i colpevoli di omicidio e non hanno osato indagare chi non appartenesse ad una certa sfera politica-economica.

Ma non è il caso di fare del sano populismo. Certo, per il premier Silvio Berlusconi si mette male, soprattutto alla luce di un altro lodo, quello Mondadori, tirato fuori – guarda caso – alla vigilia della sentenza della Corte costituzionale. Ma è solo coincidenza, per l’appunto, non facciamo del sano populismo.

Dall’altra parte, questo governo ha ricevuto il sostegno di Confindustria, di Montezemolo e, in particolare, dell’elettorato italiano che lo ha votato un anno e mezzo fa, lo ha riconfermato alle Amministrative e alle Europee. E, ci scommettiamo, si comporterà allo stesso modo alle Regionali della prossima primavera. Insomma, questo esecutivo ha i numeri per dover governare. E l’augurio che continui a farlo.

Poi, quando un giorno il cittadino qualunque avrà la possibilità di incriminare certi poteri forti e certe caste corporativiste, ecco che forse quel giorno potremmo davvero avvallare l’ipotesi che il lodo Alfano non andava bene dal momento che contrastava con il principio di uguaglianza dei cittadini.

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Il Senatur serra i ranghi

«Ci siamo chiariti le idee, mentre aspettiamo la decisione sul Lodo Alfano. Io e Fini non vogliamo le elezioni, perchè dobbiamo fare le riforme, altrimenti cosa andiamo a dire alle persone?». Umberto Bossi ha il dono di non usare mezzi termini e dire quanto va detto. Fortuna che nel centrodestra c’è lui: che prima fa sapere che la Lega non teme il responso delle urne, dando un chiaro segnale di come la maggioranza della popolazione riponga ancora fiducia in questo esecutivo. Poi aggiunge che, comunque, un voto è già stato espresso un anno e mezzo fa, che è stato confermato a giugno alle Europee e alle Amministrative e che, quindi, «non vogliamo le elezioni, altrimenti cosa andiamo a dire alle persone?».

Ci voleva tanto per capire che la democrazia funziona così?

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Quella monarchia assoluta che non esiste già più

Sabato erano in 300mila a dirsi preoccupati perché l’informazione, in Italia, rischia di essere al guinzaglio del presidente del Consiglio. Ma in meno di 24 ore, la preoccupazione si è trasformata in certezza: è Silvio Berlusconi il vero farabutto ed ora rischia pure di finire sul lastrico per via di quei 750milioni di euro chiesti dal tribunale per il lodo Mondadori. Quando ne erano stati chiesto 460 dal nemico di sempre, Carlo De Benedetti, che ha visto impennate le quotazioni della Cir a Piazza Affari.

Oggi un lodo, domani un altro (quello Alfano) e, zitti zitti, a sinistra provano a mettere in tavola i bicchieri per lo champagne. Strano, se fossimo una monarchia assoluta, questa esaltazione non avrebbe ragione di esistere. Là dove ha fallito Repubblica, con tutto l’affare D’Addario, ci potrebbero riuscire i magistrati. Di mezzo c’è sempre Carlo De Benedetti, l’uomo che vantava la tessera #1 del Partito democratico.

Ecco allora che per quanto Berlusconi possa essere stanco e nervoso, come ha sottolineato Giampaolo Pansa (uno che gli ambienti dell’Espresso li conosce bene, tanto che non li frequenta più), noi continueremo a preferire lui alle elite auto-incoronate e pronte a tagliare le teste. Come ai tempi della rivoluzione francese, quando il popolo si fece gabbare da quattro borghesi da salotto. Con le pezze al culo, ma le amicizie giuste.

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