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Qui non c’è aplomb

I luoghi comuni sono fatti per essere messi in discussione. Tra i commentatori italiani si è fatta immediatamente largo l’opinione che il nuovo presidente del Consiglio, Mario Monti, sfoggi un aplomb tutto britannico, a sostegno dell’idea che l’Italia stia vivendo una nuova epoca politica, lontana anni luce dal berlusconismo e dai suoi connotati. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato il vicedirettore di Repubblica, Massimo Giannini, e non ci sarebbe da stupirsi se nei prossimi giorni i quotidiani svelassero che Monti, alle cinque, si ritira nello studio a bere una tazza di tè.

L’aplomb britannico, in sede politica, non porta lontani. Se il nuovo premier italiano si presentasse alla House of Commons così come ha fatto alla Camera e al Senato, si ritroverebbe nel giro di pochi minuti con le spalle al muro. La battaglia dialettica non risparmia nessuno a Londra e la retorica è materia nella quale applicarsi al massimo, soprattutto per schivare i colpi, tanto che i futuri avvocati e professionisti cominciano ad esercitarsi durante gli anni universitari. Sono quattro i punti da tenere a mente: definire la mozione, presentare il caso, rispondere alle istanze, rimanere pertinenti al tema.

(continua su NotaPolitica)

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5 Novembre 1605, nasce la faccia di Anonymus e Indignados

Remember, remember, the fifth of November, Gundpower Treason and Plot”, recita la filastrocca. Ricorda il 5 di novembre, il giorno della congiura delle polveri: era il 1605 e quella notte il Parlamento londinese sarebbe dovuto saltare in aria per mano di un gruppo di cattolici tra i quali figurava Guy Fawkes, oggi volto noto per via di quella maschera resa famosa dal film “V for Vendetta”, emblema della battaglie di hacker e indignati. L’obiettivo dell’attentato di quel 5 novembre era Giacomo I, sovrano protestante. I papisti d’altronde non piacevano nemmeno ad un filosofo come John Locke: sudditi di un re straniero e quindi una minaccia per la stabilità dell’Inghilterra e del suo impero.

La storia della Gran Bretagna è un continuo susseguirsi di complotti, traditori e spie che spesso si muovevano tra i corridoi di corte. Come Roger Mortimer, nobiluomo che non solo divenne amante della moglie di Edoardo II, Isabella di Francia, ma l’aiutò a deporre il marito dal trono dopo aver fatto da garante al contratto matrimoniale tra i due. La sua gloria durò tre anni, prima di essere fatto prigioniero dal figlio più grande di re Edoardo: i suoi giorni finirono il 29 novembre 1330 e il suo corpo fu lasciato appeso alla forca per due giorni e due notti, come monito ai sudditi. Oppure come James Scott, duca di Monmouth e figlio illegittimo di Carlo II che nel 1685 si pose a capo di una sollevazione nei confronti di Giacomo II. Sconfitto in battaglia, riuscì a scappare prima di essere catturato e condannato per tradimento. I suoi sostenitori, all’incirca un migliaio, furono anch’essi condannati a morte o esiliati nelle Indie Occidentali. Una fine drammatica venne riservata anche a William Wallace che se nell’immaginario comune è il patriota scozzese per eccellenza, per gli inglesi era un pericoloso nemico: catturato il 5 agosto 1305 a Glasgow, il 23 agosto fu prima trascinato da un cavallo per la strade di Londra e in seguito il suo corpo venne diviso in quattro parti, con la testa appesa al London Bridge.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/guy-fawkes-v-for-vendetta#ixzz1d6nNueBn

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Hugh and Boris

Mitigata dai piacevoli effetti dell’Indian Summer che ha interessato l’isola, la politica inglese si prepara a concludere la stagione delle conferenze dei suoi tre maggiori partiti, prima di tornare a fare sul serio in Parlamento. Gli ultimi in ordine di tempo a ritrovarsi a corte sono i conservatori del Primo ministro David Cameron che nel suo discorso ha chiesto ai cittadini britannici di saldare i propri debiti per permettere all’economia di uscire da una recessione anormale.

Capi alle prese con una leadership da rafforzare se non riaffermare, come hanno dovuto fare Nick Clegg tra i liberaldemocratici o Ed Miliband con i laburisti. Salvo incappare in due imprevisti capaci di conquistare spazio e attenzione: un attore con una missione politica e un politico che veste ottimamente i panni dell’attore. Perché se apparentemente Hugh Grant e Boris Johnson hanno ben poco in comune, a conti fatti hanno lasciato un segno allo stesso modo.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/hugh-grant-e-boris-johnson-la-politica-inglese-non-la-fanno-piu-i-leader#ixzz1Zz7xiLx4

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Un liberal

C’è un aggettivo di troppo nella definizione che David Cameron ha dato di sé qualche settimana fa durante il dibattito del mercoledì alla House of Commons: Liberal Conservative.

Il guaio grosso è che quello che stona è il secondo, come il Primo ministro inglese ha confermato con il discorso di oggi alla conferenza di Manchester, nel corso del quale ha riproposto i suoi cavalli di battaglia, Big Society inclusa. Un concetto che tale rimane e Cameron è troppo impegnato a rimarcare di volere una “stronger and bigger society” da dimenticarsi di aggiungere che per far ripartire l’economia occorrerebbe anche meno stato.

Di solito i conversatori ci tengono a sottolinearlo, i liberal no. (continua su Right Nation)

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Il sogno tramontato di Miliband

Un anno fa di questi tempi, Ed Miliband era l’uomo del momento in Gran Bretagna e, per riflesso, tra la sinistra europea. I laburisti si erano dati appuntamento a Manchester per scegliere il successore di Gordon Brown e darsi un nuovo tono, dopo la sconfitta alle General Elections del maggio 2010 che chiuse un ciclo cominciato con Tony Blair nel 1997. La nomina di Ed, avvenuta nella migliore delle rivalità familiari a discapito del fratello David, venne salutata come il felice ritorno all’Old Labour.

Nato la vigilia di Natale del 1969, Ed Miliband aveva cominciato con il piede giusto, raccogliendo attorno a sé i movimenti ecologisti e socialmente impegnati e stringendo rapporti saldi con i sindacati. Mentre la coalizione conservatori – liberaldemocratici metteva mano all’agenda economica varando il risanamento dei conti pubblici su istruzione di George Osborne, il Chancellor of Exchequer braccio destro del Primo ministro David Cameron, con tagli alla spesa per 6,2 miliardi di sterline, il partito laburista guadagnava punti nei sondaggi e Miliband la stima dei colleghi nel corso dei faccia a faccia con Cameron alla House of Commons. L’occasione propizia per aumentare il bacino di sostenitori si presentò proprio lo scorso autunno, quando gli studenti invasero le strade di Londra contro l’aumento delle tasse universitarie e scaricando Nick Clegg, il leader dei Libdem che nel corso della campagna elettorale aveva garantito che, con lui al governo, nessuno vi avrebbe messo mano.

Tutto girava per il verso giusto, finché non è arrivata la tornata amministrativa di maggio: doveva essere il coronamento di sei mesi trascorsi all’attacco ed invece i Tory ressero all’urto, mentre i laburisti perdevano la maggioranza in Scozia a vantaggio dello Scottish National Party. La cura Miliband non aveva sfondato e in questi giorni, con il partito che si è riunito a Liverpool, i nodi stanno venendo al pettine.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/labour-la-speranza-miliband-e-durata-un-anno#ixzz1Z8kgs8wr

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Cameron è ancora in corsa?

Il primo capitolo dello scandalo che ha colpito News International ha lasciato intendere che il Primo ministro britannico David Cameron è un tipo da non sottovalutare. Circondato da avversari e non solo (scaricato anche dal sindaco di Londra Boris Johnson), Cameron si è presentato di fronte alla House of Commons per rispondere alle insinuazioni e alle accuse nate dalle cattive frequentazioni con i vertici della società di Rupert Murdoch e dall’assunzione dell’ex editor del News of the world Andy Coulson quale addetto alla comunicazione del suo ufficio.

Ha colto l’occasione per contrattaccare, ricordando ai laburisti che non possono fingere di essere immacolati, visti i rapporti che hanno legato tanto Tony Blair quanto Gordon Brown al gruppo editoriale del magnate australiano. Si scommetteva sulle sue dimissioni, ci si è ritrovati con un Cameron ostinato e deciso ad andare avanti.

In attesa di seguire gli sviluppi una volta che James Murdoch sarà tornato di fronte alle autorità ed istituzioni di Londra, il leader conservatore ha spostato l’attenzione della propria agenda politica sul futuro della nazione, richiamando i vertici all’ordine perché la popolazione possa riacquistare la fiducia smarrita dopo la crisi finanziaria, la vicenda sui rimborsi spese che ha colpito il Parlamento alla vigilia delle elezioni di un anno fa, i rapporti oscuri tra polizia, media e politica. La Gran Bretagna soffre di una crisi di confidenza, ha dichiarato Cameron nell’intervista rilasciata a Big Issue, mensile che si occupa di temi sociali e che offre sostegno a disoccupati e senzatetto.

La scelta dell’interlocutore non è casuale dal momento che il Primo ministro, per l’ennesima volta, ha giocato la carta della Big Society, il progetto che ai più pare difficilmente realizzabile e poco chiaro, ma che per Cameron è una delle priorità del suo mandato: là dove lo stato non può arrivare, devono pensarci le associazioni private. Facile nelle intenzioni, meno nell’applicazione. “La Big Society vuole creare una cultura dove la gente si chieda ‘cosa posso fare di più?'”, sono le parole usate da Cameron. Il dovere del cittadino non è solo quello di pagare le tasse e rispettare la legge, va oltre.

Perché accada, ha lasciato intendere, è necessario che il Paese torni ad avere fiducia nei propri mezzi e nella classe dirigente e che gli inglesi rispolverino l’orgoglio di sentirsi membri di una stessa comunità. I sondaggi dicono che l’opinione pubblica non ha irrimediabilmente bocciato Cameron per le amicizie con Rebekah Brooks e la famiglia Murdoch e così, lui, forte anche del riconoscimento arrivato da alcuni critici per la dose di capacità politica con la quale ha gestito la situazione, ha rilanciato.

E con tutte le differenze del caso, sembra di rivedere la scena di un Primo ministro conservatore con il volto di Hugh Grant che ricorda come la Gran Bretagna, dopo tutto, sia la terra di Churchill, Sean Connery e del piede destro di David Beckham.

(via notapolitica.it)

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Miliband vs. Murdoch

Sul caso Murdoch ormai la giostra delle dichiarazioni si è messa a girare e le notizie che arrivano da Londra non fanno altro che contribuire al gioco. Sono saltati i vertici di Scotland Yard, il parlamento si prepara per la commissione di fronte alla quale tanto il magnate australiano quanto la sua ex spalla destra Rebekah Brook dovranno chiarire quello che è accaduto all’interno del gruppo editoriale News International: nel tritacarne ci sono finiti tutti, dai vip alla gente comune, quella che compra tabloid come il defunto News of the World per arrivare alla conclusione che condividono con le star gli stessi problemi dietro le mura di casa.

La politica britannica registra forti scosse sismiche, il Primo ministro David Cameron è accerchiato per via delle sue frequentazioni con le persone indagate e finite dietro le sbarre, mentre gli alleati liberaldemocratici e gli avversari laburisti hanno colto l’occasione al balzo per arrestare l’avanzata di Murdoch nel gruppo BSkyB. I conservatori si sono allineati, dopo aver fatto finta di nulla e d’altronde quotidiani come il Sun o il Times si erano schierati al loro fianco in vista delle General Elections di un anno fa. Come avevano fatto con Tony Blair già a partire dal 1995, quando il futuro Primo ministro laburista era sceso in Australia, nella tana del lupo, per raccogliere l’appoggio del tycoon.

L’aria è cambiata da allora, adesso a dirigere le operazioni nel Labour Party è Ed Miliband: all’inizio della vicenda si presentò di fronte alle telecamere pronunciando un discorso imbarazzante, goffo com’era nel leggere il testo che gli scorreva davanti. Poi ha preso confidenza e si è messo l’elmetto da guerra, rilasciando al The Observer, il domenicale del Guardian, parole di fuoco contro Murdoch: il suo impero va demolito, smantellato.

L’aria è cambiata ed è aria da Old Labour. Secondo Miliband, Murdoch ha troppo potere sulla vita pubblica britannica. Un’affermazione tutta da dimostrare: indagini condotte dalla società Nielsen e pubblicati soltanto lo scorso ottobre, mostrano come dal 2002 al 2009 la popolazione d’Oltremanica abbia di gran lunga preferito la BBC ai notiziari di Sky News, il canale d’informazione 24 ore su 24 che fa parte della galassia BSkyB, di cui Murdoch e figli detengono il 39%. Parliamo di cifre ragguardevoli: il 70% dei telespettatori segue tg o prodotti giornalistici sulla BBC, solo il 6% su Sky News. E l’emittente di stato spadroneggia anche sul web, raccogliendo il 39% delle pagine viste nella classifica dei 50 siti d’informazione più cliccati, contro l’1,7% di Sky News.

Per Miliband è in gioco la libertà di informazione se una sola persona detiene il 20% del mercato dei quotidiani e investe sul satellitare. Occorrono nuove regolamentazioni, quelle esistenti sono da epoca digitale, mentre la Gran Bretagna vive quella dei new media. “Minimizzare l’abuso di potere è francamente piuttosto pericoloso”, ha lasciato detto al quotidiano. Esatto. Quindi la prossima volta dovrebbe suonare ai citofoni della BBC, dove un anno fa facevano il tifo per Gordon Brown.

(via notapolitica)

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