Archivi del mese: agosto 2010

I negrieri

Il colonnello Gheddafi sa come usare le parole: pretende 5 miliardi di euro dall’Unione europea altrimenti il Vecchio continente diventerà come l’Africa, la parte nera. E qui i volti si fanno preoccupati. Perché i maestri del pensiero politicamente corretto non si faranno certo delle paranoie: spazio al multicolor, vengano pure perché in Europa si accoglie chiunque, la minaccia del dittatore libico non ci spaventa, anzi è un assist perfetto.

Pare però che sia partita una colletta tra i salotti della buona società perché van bene i neri in giro per le strade, ma che almeno stiano lontani dai loro appartamenti in centro.

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Niente orgoglio, solo pregiudizio

Silvio Berlusconi ha dunque deciso di tirare avanti con il governo. Tra le tante letture che sono state date a questa decisione, trova spazio anche quella per cui potrebbe essere un modo per lasciare i finiani allo scoperto: Pdl e Lega garantiscono la maggioranza, Futuro e libertà contratta su un 5% del programma definito dal Cavaliere una settimana fa e, a rigor di logica, se i numeri venissero meno, sarebbe per colpa di quest’ultimi.

Intanto tra i “dissidenti” si fa strada un virus pericoloso, quello del pregiudizio. Le omelie di Filippo Rossi su Farefuturo e di Italo Bocchino su Generazioneitalia hanno ben poco di orgoglioso, quanto piuttosto il sapore di pregiudizio nei confronti della figura del Cavaliere, sintomo diffuso dalle parti di Repubblica, Unità e il Fatto e che non ha mai portato a nulla. Dato per spacciato un sacco di volte, Berlusconi è ancora in sella.

Ci si è messa d’impegno anche Flavia Perina, urlando al linciaggio nei confronti di Elisabetta Tulliani. Ha aggiunto la sua, come sempre, Farefuturo. Eppure non ci pare, a memoria, di aver letto certe cose quando – molte volte – sono state messe in circolo insinuazioni, comprese quelle spudoratamente sessuali, sul conto del ministro Mara Carfagna. E pensare che arriva dalla scuderia campana di Bocchino.

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Agosto, è tempo di tagliare

La seconda metà di agosto un agricoltore se la segna sul calendario già ad inizio anno. È in questo periodo che attacca con la mietitura del mais, pianta di origine messicana: per gli studiosi, la culla del mais risiede nella valle di Tehuacàn, nella regione meridionale di Oaxaca, una delle zone più povere del Paese sudamericano. Per migliaia di anni l’Oaxaca ha ospitato gli insediamenti delle civiltà precolombiane zapotechi e mixtechi.

A chi lo lavora, dalla semina alla raccolta, poco importano queste parentesi storiche, non ci sarebbe nemmeno il tempo di rifletterci sopra perché le giornate sono già abbastanza ingombranti. I motori della trincia e dei trattori che la seguono si avviano di primo mattino, quando un ingenuo potrebbe pensare al fresco. Infilarsi nei campi di mais invece provoca sempre lo stesso effetto quando il sole se ne sta tutto solo nel cielo: è come se una coperta di umidità avvolgesse il malcapitato. L’unica sensazione si frescura è quella che si sprigiona dal basso, dalla terra polverosa: una sensazione destinata a durare il tempo per realizzare che anche quella è umidità.

Il rituale è piuttosto semplice: la trincia si avventura tra le file di mais, accanto procede il trattore che traina il carro dove finisce il raccolto. Ben presto l’operazione si trasforma in una processione costante: quando un carro è colmo, riprende la strada di casa e se ne fa sotto un altro e così via, salvo imprevisti come la rottura di qualche marchingegno o un leggero ritardo sulla tabella di marcia. In cascina un trattore alla volta procede a scaricare il trinciato nella trincea. Potrebbe essere altrimenti? Due solide pareti di cemento da riempire: ne esce una figura geometrica simile ad un parallelepipedo.

Nella pianura padana, soprattutto sulla riva sinistra del Po, ce ne sono a distese di questi campi. Nulla a che vedere con gli spazi immensi dell’America del Nord, ma fatte le dovute proporzioni geografiche, si difendono. Interi paesi affogano nel mais durante la bella stagione, le strade che li raggiungono ne sono circondate e quando si imboccano quella piccole e tortuose che spesso calcano i confini tra una proprietà e l’altra, capita di vedere sbucare il campanile della chiesa sopra le foglie verdi che nascondo le pannocchie. Spesso, se non ha altro di meglio da fare, il titolare dell’azienda agricola siede ai posti di comando della trincia. Con un occhio si preoccupa di procedere dritto, con l’altro da un’occhiata al trattore al suo fianco: è una questione di polso, quella di riempire il carro da cima a fondo e in ogni angolo, al centro e ai lati, evitando di ritrovarsi con una montagna di roba che alla prima buca – e i campi sono pieni di buche – finirebbe per terra. Non è un caso che qualcuno imprechi per il mal di collo, di tanto in tanto.

Mettersi sulle tracce di chi è all’opera non è difficile. Basta seguire gli indizi. Anzitutto bisogna decidere a quale mezzo di trasporto affidarsi. Andare a piedi non conviene se fa caldo, nemmeno in auto a meno che non sia provvista di solide sospensioni e la si voglia impolverare in un battibaleno. Meglio la bicicletta a questo punto. Solitamente il tragitto della processione è accompagnato da una nuvola chiara: la polvere che si leva da terra e va ad imbiancare le rive dei fossi o l’erba dei campi vicini a quelli di mais. Bisogna stare attenti a non finire nella morsa di un trattore che arriva e di uno che va, si corre il rischio di avere la polvere appiccicata su tutto il corpo. Altra indicazione utile: meglio essere provvisti di due solide gambe che spingano perché facilmente il sentiero finisce per avere tre dita di sabbia che fanno slittare le ruote: si spreca del fiato per rimanere dove si è.

Se nella distesa di piante non si rintraccia il campo giusto – e non c’è anima viva che sollevi un nuvolone -, rimane l’udito. La trincia ha la caratteristica di essere produrre un rumore come quello di un moscone che ha deciso di ronzare attorno alle orecchie. Non si può sbagliare.

Nella seconda metà di agosto il sole comincia a calare presto, segno di manca poco a quella parte dell’anno che accompagna all’autunno. Più il sole cala, più si cerca di portarsi avanti con il lavoro in vista del giorno dopo. Una volta che la processione ha compiuto l’ultimo atto, radunando tutti i mezzi sull’aia della cascina, ci si dà da fare con le aggiustature: spesso un trattore fa tribolare e servono dei ricambi o un paio di martellate per rimetterlo in riga. Faccenda più delicata se è la trincia a impiantarsi. Anche in questo caso partono le imprecazioni.

Il giorno seguente, si ricomincia da capo.

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Paesello libertarian

Si è parlato, nei mesi scorsi, di Colorado Springs dove, di fronte alla crisi economica, i libertarian hanno messo in pratica la loro strategia: tagli alla spesa pubblica e privati che si danno da fare in nome dell’autogoverno. Roba da americani, uno pensa. Poi capita, un lunedì mattina come tanti altri, di tornare dalla piazza dopo aver preso il giornale e vedere all’opera dei pensionati con macchina per tagliare l’erba, rastrelli, forbici, forconi. Inzuppati di sudore: sono i soliti volontari di una sottospecie di cooperativa che si occupa del verde al villagio.

Sono dei compagni: a dirglielo, mica si offendono. Anzi, si inorgogliscono. E’ una questione di famiglia, tanto che del gruppo fa parte un parente stretto del sindaco. Che sia già cominciata la mobilitazione di massa ordinata da Bersani?

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Abbagli estivi

Può capitare, strano sarebbe se accadesse il contrario. Quando il sole se ne sta divinamente nel cielo agostano e picchia sulla terra, può capitare di avere un abbaglio. Salvo poi rendersi conto che quanto si è visto corrisponde alla realtà.

Una parte di landa occupata da campi di mais. File dopo file di sottili fusti verdi e pannocchie, qualche pianta selvaggia sopravvissuta al diserbo, il fosso pieno d’acqua, bestiole che si muovono tra le sterpaglie delle rive. I trattori che fanno avanti e indietro con i carri colmi di trinciato e la trincia che attende il passante di turno ferma nel campo.

Una bicicletta da inforcare per tornare sulla via di casa ed ecco che si incrocia un volto esotico avvolto, due occhi scuri, un passante avvolto in un largo vestito sull’arancione. Toh, l’India. Che poi ci sta, per via del caldo, dell’umidità, di quell’angolo lontano dalle case e in riva ad un fiume: la cornice è quella.

Chiamiamola come vogliano: emigrazione, globalizzazione, integrazione. La quale, da queste parti, non si mette in marcia con i servizi sociali, i fondi delle istituzioni pubbliche presi dai contribuenti, gli appelli delle autorità cittadine per il quieto vivere. Roba che si sentono al bar che sta proprio davanti al comune, dove sventola pure la bandiera arcobaleno della pace. Macché: qui l’integrazione pedala su una bicicletta da uomo, inforcata da una donna, con tanto di cestello sul parafango posteriore per infilarci dentro la spesa.

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Ci portano via tutto e ci infilano un casco

Luigi Ceffalo è un fedele lettore di questo blog, oltre che un ragazzo in gamba – e non perché è un lettore di questo blog. Tramite “Il Fogliaccio”, quadrimestrale del Club dei 23, abbiamo letto questo post pubblicato lo scorso aprile su chicago-blog sotto il titolo “Epicèdio sentimentale della bicicletta senza casco“. Lo riproponiamo con gusto.

Ci stanno portando via tutto. Non ce ne accorgiamo ma ci stanno portando via tutto. Legge dopo legge. Codicillo dopo codicillo. Emendamento dopo emendamento. Senza troppo chiasso. Perché quando si tratta di dar del danno non c’è uno straccio di opposizione, non c’è un surrogato di corrente (né antica né moderna), non c’è un facsimile di movimento: niente. Ci stanno portando via tutto. Non soltanto parte significativa del nostro tempo, non soltanto quasi metà del nostro reddito, non soltanto il 49% della nostra libertà. Ci stanno portando via tutto. Non soltanto il nostro presente fatto di quotidiani affanni burocratici, di continue batoste fiscali, di onnipresenti insensati divieti e obblighi. Ci stanno portando via tutto. Non soltanto il nostro passato fatto di valori, tradizioni e consuetudini troppo genuine per essere compatibili con spietati programmi ministeriali di solidarietà pubblica e dunque laica. Ci stanno portando via tutto. Non soltanto il nostro futuro e quello dei nostri figli che dovranno vedersela con uno dei debiti pubblici più grandi del mondo, un sistema previdenziale insostenibile e in generale un’economia (e quindi una società) al collasso.

Ci stanno portando via tutto. Non soltanto ciò che abbiamo. Ci stanno portando via tutto. Anche ciò che siamo. Siamo stati creati intelligenti, capaci di badare a noi stessi, in grado di valutare i rischi e le insidie della vita. E ora stiamo forzosamente diventando stupidi, pavlovianamente dipendenti dallo Stato, senza facoltà di discernimento. Dio ci ha creato responsabili; il parlamento ci sta facendo irresponsabili. Per legge non possiamo anzi non dobbiamo più pensare alla nostra salute. Siamo tenuti invece a sottoscrivere una polizza in bianco al sistema sanitario nazionale. Pagando un “premio” che si fa sempre più alto in funzione degli insaziabili appetiti dei nostri governanti. Prima è stata la volta dell’obbligo di cintura in macchina; e superficialmente abbiamo detto: “sì, in effetti ci sono tanti incidenti, forse vale la pena di patire sempre quel terribile fastidio al collo: tanta gente avrà salva la vita e forse anch’io”. Poi è toccato all’obbligo di casco sui motorini; e abbiamo ancora giustificato l’imposizione riflettendo: “eggià, quanti ragazzini potrebbero farsi male e perfino lasciarci la pelle: son pur sempre veicoli motorizzati che possono raggiungere 50-60 Km/h…”. Quindi a essere finito nel mirino dei legulei salutisti è stato il fumo e ancora abbiamo supinamente concluso: “beh sì, il fumo è cancerogeno, non è poi così grave che nei locali (privati!) destinati al pubblico non si possa fumare, lo si può sempre fare fuori senza troppi incomodi”.

Ma adesso a essere bersaglio del parlamento è pure la bicicletta. Anche per guidare il caro vecchio velocipede a pedali l’uso del casco sarà coatto a pena di sanzione. E allora pensiamo alla nonna che ci accompagnava all’asilo sul portapacchi della “Graziella” con in testa solo un coloratissimo “mandillo” fiorito (che le aveva insegnato a portare sua madre e che non aveva dismesso perché aveva avuto la fortuna di andare a scuola solo fino alla terza elementare). Pensiamo a come allora ci sentivamo sicuri: di certo più sicuri di quanto ci potremo sentire con tutti i caschi omologati del mondo. Pensiamo poi alle prime scorribande adolescenziali che nella bicicletta hanno trovato non solo un mezzo ma anche una filosofia, quella dei primi allontanamenti senza la presenza talvolta ingombrante dei genitori, che in futuro saranno seguiti da contravvenzioni e sgridate. Pensiamo agli amori della gioventù, a quanto era bello portare “in canna” la fidanzatina che si è amata come nessuna poi mai, affrontare insieme l’aria che si infrangeva fra i capelli e la vita che ci si mostrava per la prima volta nella sua compiuta bellezza. Pensiamo all’importanza di potersi muovere privi dei soldi per la benzina o per il biglietto della corriera senza la paura ansiosa di dimenticare o vedersi rubato un ignobile elmetto di plastica. Pensiamo a tutto questo, e anche ad altro. Pensiamo a quanto siamo stati fortunati a non appartenere alle generazioni che verranno dopo di noi, vittime innocenti della insensibile dittatura del codice della strada. E ci prende un’assurda nostalgia. Vorremmo gridare, berciare, vomitare qualche mala parola verso i responsabili della fine di tutto questo. Ma noi -uomini qualunque che non sappiamo cosa significhi qualunquismo e non ci importa punto nemmeno di saperlo- non lo faremo. Perché sarebbe cedere ai loro facili costumi. Sarebbe dargliela vinta.

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Archiviato in Giovannino Guareschi, società

Verginelle al pascolo

Uno non fa in tempo a concedersi qualche lunga escursione sulle montagne che, tornando a valle, sente salire uno strano odore. Viene per esempio a sapere che Berlusconi dovrebbe dimettersi da presidente del Consiglio perché inquisito; che questo governo non ha neppure la minima intenzione a combattere la mafia; che in sedici è andato tutto a ramengo; che moralità e legalità sono finite accoppate da una certa classe dirigente. E pensi: orco cane, Gad Lerner è arrivato fin qui.

Invece no: sono affermazioni che hanno il copyright di Italo Bocchino, Fabio Granata e compagine futurista. Le allegre verginelle che un giorno sì e l’altro pure stanno lì con le dita alzate, impegnati ad immolare il capo che non si era accorto di aver un cognato babbeo in famiglia. Gente che sarebbe ancora a pulire i cessi, se non fosse stato per quel tale che, da dirigente aziendale antidemocratico, li ha presi sotto l’ala quando ancora si vantavano di chiamarsi missini, camerati e si salutavano romanamente.

Tutti lì, a pascolare come vacche (con tutto il rispetto per le quadrupedi).

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