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Mary Poppins comanda l’opposizione

L’opposizione italiana sembra aver trovato una linea comune. Prima Bersani, poi Di Pietro, oggi addirittura Vendola: si danno il cambio sul tetto della facoltà di Architettura in quel di Roma, per mostrare il loro sostegno agli studenti che in questi giorni si danno appuntamento in piazza contro la riforma universitaria. Il tutto a servizio dei fotografi, giusto per ribadire che il marketing è tutto, anche quando si ha da protestare.

E allora eccoli, magari memori di quando loro erano universitari di belle speranze, tra studi in filosofia e giurisprudenza: giacca, cravatta, addirittura un bel toscano tra i denti per il segretario democratico, in piena forma fisica, non c’è che dire. Almeno una volta si scambiavano qualche tiro di canna: si vede che si sono imborghesiti troppo.

Finalmente a sinistra hanno trovato un leader comune che sappia unire e non dividere e non poteva essere che Mary Poppins, la tata che insegnava ai figli di una famiglia benestante della Londra ottocentesca che è meglio dare qualche cent alla povera donna dei piccioni, piuttosto che alle banche capitaliste. Per la prossima volta, attendiamo con fiducia un raduno di spazzacamini, giusto per mettere in scena una coreografia come solo nella vecchia Hollywood sapevano fare.

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Ritardatari

Alla fine si sono accorti che quello in Veneto, tra Vicenza e Verona, non era solo un rivolo d’acqua sceso lungo le strade o sui campi. Quasi per magia, sono pure comparse le foto dall’alto per rendere meglio l’idea che qualcosa fosse successo e sono cominciati i tam tam mediatici per raccogliere fondi  a sostegno delle popolazioni colpite che da una settimana sono al lavoro per levare il fango dalle case. Immigrati compresi: così magari la prossima volta qualcuno ci penserà due volte, prime di dire che il Veneto è xenofobo e razzista.

Aveva ragione Dario Di Vico ieri sul Corriere della Sera: nel week end non sono arrivati messaggi di sostegno né da Perugia con Fini, né da Roma con Bersani, né da Firenze con Renzi, eppure tutti e tre erano alle prese con convention di partito. Il Nord Est rimane nell’immaginario della classe politica la terra che produce da spremere all’osso e dove si annidano i grandi evasori fiscali. E poi quelli che non i pregiudizi sarebbero i veneti: ma d’altronde è normale, sono due categorie di persone che viaggiano su binari diversi. I primi tre hanno sempre vissuto di parole, quelli che producono hanno investito soldi a loro rischio e pericolo.

Oggi arriveranno nei luoghi interessati il presidente del Consiglio Berlusconi e il leader leghista Bossi. Il presidente della Confindustria vicentina ha minacciato di non pagare le prossime tasse. Che i tre si incontrino, si parlino e capiscano che l’opportunità fornita da questa emergenza è irripetibile, al di là dei giochetti sottobanco dell’élite politica.

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Omertà

Non si capisce per quale motivo una notizia finisca sempre in secondo piano. Ieri il segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani, è stato fatto oggetto di minacce con una lettera inviata all’Ansa di Bari: “Bersani deve morire, la sua macchina esploderà”. Un messaggio recapito in quel clima di scontro che è tornato a farsi sentire nel mondo del lavoro, con le sedi della Cisl prese di mira perché il sindacato, a detta di chi rimpiange la lotta di classe, è troppo molle con gli imprenditori. O meglio, i padroni, sempre secondo quei tali.

Non basta il sostengo espresso dalla classe politica nei confronti di Bersani. Occorre portare la questione a galla, mettendo in evidenza che in Italia, nel 2010, le polveri della violenza – anche solo verbale – che nasce nei substrati sociali non sono bagnate. Basta anche solo un zolfanello perché attacchi fuoco, non un gesto eclatante come un fumogeno sparato contro Bonanni.

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Paesello libertarian

Si è parlato, nei mesi scorsi, di Colorado Springs dove, di fronte alla crisi economica, i libertarian hanno messo in pratica la loro strategia: tagli alla spesa pubblica e privati che si danno da fare in nome dell’autogoverno. Roba da americani, uno pensa. Poi capita, un lunedì mattina come tanti altri, di tornare dalla piazza dopo aver preso il giornale e vedere all’opera dei pensionati con macchina per tagliare l’erba, rastrelli, forbici, forconi. Inzuppati di sudore: sono i soliti volontari di una sottospecie di cooperativa che si occupa del verde al villagio.

Sono dei compagni: a dirglielo, mica si offendono. Anzi, si inorgogliscono. E’ una questione di famiglia, tanto che del gruppo fa parte un parente stretto del sindaco. Che sia già cominciata la mobilitazione di massa ordinata da Bersani?

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Popolo dei Tafazzi

Nel centrodestra a quanto pare hanno trovato la soluzione: in piazza Farnese per chiedere indietro un voto che è stato il Pdl a perdere da una parte; i sostenitori del Cavaliere che chiedono di ritirare tutte le candidature in tutte le regioni dall’altra. Di mezzo, l’ipotesi di un decreto legge, ma non prima che Berlusconi sia salito al Colle. La politica offre colpi di scena degni di nota, come quello di confondere le parti e di far assomigliare la maggioranza ai soliti Tafazzi del centrosinistra.

In merito al caos liste ci sono probabilmente solo un paio di considerazioni da fare: la prima è che la burocrazia in Italia uccide e questo lo sanno bene i comuni mortali che se dovessero sbagliare una virgola nella propria dichiarazione dei redditi, si troverebbero la Guardia di finanza a piantonarli fuori di casa. La seconda è che il Popolo della libertà non ha la spina dorsale, tanto che nelle ore concitate di Roma e Milano il suo numero due, Gianfranco Fini, se n’è uscito con una infelice considerazione (“Così com’è non mi piace”). Magari sarebbe stato meglio sintonizzarsi sulle parole di Berlusconi che ha sbraitato per l’incapacità di certi funzionari. Avrebbe ottenuto applausi.

Il buon senso ispirerebbe una riforma dei partiti perché questi siano leggeri, non apparati, sostenuti dai volontari e non dai nominati. Ma tra un ricorso e l’altro, l’ipotesi è finita immediatamente sotto il malloppo di scartoffie. Gli unici a ragionare, per quanto li si voglia sempre criticare, sono quelli della Lega Nord (gente che impara la politica nelle sedi, non nei convegni e ai soggiorni in montagna): “Adesso bisogna parlare con Napolitano”, afferma Calderoli. “Lasciamo stare il decreto. Si troverà una soluzione politica”, ha aggiunto Bossi.

Anche perché dal Pd arriva un sano ragionamento (caso più unico che raro) di Bersani: “Di questa situazione è responsabile la maggioranza e se ne prendano la responsabilità, poi si vedrà. Certo non abbiamo mai pensato di vincere per abbandono degli avversari“. E invece tutti in piazza a fare i Tafazzi.

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Il partito dei Repubblica

A sinistra la linea la detta il quotidiano di De Benedetti. Si sapeva da tempo, ma oggi è giunta l’ennesima conferma: perché mentre il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, auspica un “ripensamento” dopo l’aggressione al premier e afferma che occorre una “larga condivisione” per le riforme, pur non essendoci al momento il “clima propizio” (e da qui la richiesta di un ripensamento), ecco che sul sito di Repubblica si legge che il Capo dello Stato se l’è presa con il governo. “Non paventare complotti contro esecutivo, la Costituzione non li permette”, si legge nel sommario di apertura.

Corretto, ma la “larga condivisione” intende anche quella dell’opposizione che, guarda caso, per bocca del segretario del Pd Bersani, poche ora prima aveva fatto sapere di essere pronta a confrontarsi con la maggioranza in Parlamento, dopo che La Stampa, nell’edizione in edicola sempre oggi, aveva indicato la possibilità di un vertice ufficiale Berlusconi – Bersani a Palazzo Chigi. Ma da largo Fochetti è arrivato il tassativo altolà.

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Il Soviet di Bersani all’opera in Emilia

da Notapolitica.it

Nel Partito democratico emiliano c’è del malumore. Colpa di alcune decisioni prese dal neosegretario, di origine piacentina, Pierluigi Bersani. Solo pochi giorni fa, a gamba tesa sulla nuova gestione era intervenuto Gianfranco Pasquino, politologo e tra i fondatori del Pd, che su Italia Oggi ha definito il partito «lento e per niente eccitante, ancora senza identità».

«A parte Ivan Scalfarotto, che proprio non capisco in base a che criterio sia stato premiato», osservava Pasquino, «gli incarichi a Rosi Bindi, Marina Sereni e Enrico Letta erano del tutto prevedibili e non lasciano presagire alcun cambio di passo. Ma il vero scandalo è stato l’aver nominato in blocco la direzione nazionale: un’operazione che neanche il Soviet supremo avrebbe fatto». Un Soviet. Parolone grosso. O semplicemente azzeccato perché Bersani pare seriamente intenzionato a mettere in atto quanto affermato nel corso della campagna elettorale per le primarie: no al partito liquido e senza tessere, sì al sistema bocciofila. E così capita che abbia (ri)imposto Vasco Errani come candidato del Pd alle Regionali in Emilia.

Errani ha già vinto nel 1999, è stato confermato nel 2004 ed è così pronto a presentarsi una terza volta come presidente. Una legge ad hoc è pronta, nero su bianco. A Bologna sta quindi andando in scena uno spettacolo simile a quello in programma a Milano, dove Roberto Formigoni è pronto a correre per la terza volta per la sedia di governatore della Lombardia a nome del Pdl. A creare mal di pancia è la posizione inamovibile di Bersani perché, fanno sapere dagli ambienti democratici emiliani, le alternative ci sono, eccome.

In particolare si guarda ad un assessore importante nell’attuale giunta regionale, Giovanni Bissoni, che si occupa di Sanità. Ma l’ex ministro non ha alcuna intenzione di cambiare opinione a riguardo. Errani è il candidato unico, altri nomi non sono ammessi. I vertici del Pd devono dunque prestare molta attenzione alle loro parole: se dovessero fare polemica per le scelte del centrodestra in Lombardia, qualcuno potrebbe far loro presente di guardare a casa propria.

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