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Le relazioni pericolose

Quasi un mese fa, alla House of Commons è andata in scena la più larga rivolta all’interno di una maggioranza di governo sul tema Europa: il 25 ottobre il Primo ministro conservatore David Cameron ha dovuto fare i conti con 81 ribelli che avevano avanzato una mozione contraria alla linea del partito, perché come da accordi elettorali si tenesse un referendum popolare sul ruolo della Gran Bretagna all’interno dell’Unione. Una proposta bocciata dal resto dei Comuni, ma che ha portato a galla tutto il malcontento che serpeggia tra i Tory – in particolare tra i Mainstream Conservatives legati a David Davis – sulla decisione del loro leader di fare retromarcia: prima di arrivare a Downing Street, Cameron aveva più volte confermato l’ipotesi di sottoporre il quesito all’opinione pubblica, salvo poi cambiare opinione.

Regno Unito ed Europa: un romanzo che dura da anni e che periodicamente si aggiorna. Settimana scorsa a Berlino, Cameron e Angela Merkel davanti ai giornalisti hanno fatto buon viso a cattivo gioco, suggerendo quanto sarebbe necessario che l’Ue facesse di fronte alla crisi economica che la sta investendo, adottando tutte le misure che occorrono. Ma Londra non ha alcuna voglia di impiegare i propri soldi nel piano e non è un caso che Berlino da qualche settimana stia punzecchiando la Gran Bretagna per tirarla del tutto nell’agone.

(continua su Notapolitica)

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Un liberal

C’è un aggettivo di troppo nella definizione che David Cameron ha dato di sé qualche settimana fa durante il dibattito del mercoledì alla House of Commons: Liberal Conservative.

Il guaio grosso è che quello che stona è il secondo, come il Primo ministro inglese ha confermato con il discorso di oggi alla conferenza di Manchester, nel corso del quale ha riproposto i suoi cavalli di battaglia, Big Society inclusa. Un concetto che tale rimane e Cameron è troppo impegnato a rimarcare di volere una “stronger and bigger society” da dimenticarsi di aggiungere che per far ripartire l’economia occorrerebbe anche meno stato.

Di solito i conversatori ci tengono a sottolinearlo, i liberal no. (continua su Right Nation)

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Cameron è ancora in corsa?

Il primo capitolo dello scandalo che ha colpito News International ha lasciato intendere che il Primo ministro britannico David Cameron è un tipo da non sottovalutare. Circondato da avversari e non solo (scaricato anche dal sindaco di Londra Boris Johnson), Cameron si è presentato di fronte alla House of Commons per rispondere alle insinuazioni e alle accuse nate dalle cattive frequentazioni con i vertici della società di Rupert Murdoch e dall’assunzione dell’ex editor del News of the world Andy Coulson quale addetto alla comunicazione del suo ufficio.

Ha colto l’occasione per contrattaccare, ricordando ai laburisti che non possono fingere di essere immacolati, visti i rapporti che hanno legato tanto Tony Blair quanto Gordon Brown al gruppo editoriale del magnate australiano. Si scommetteva sulle sue dimissioni, ci si è ritrovati con un Cameron ostinato e deciso ad andare avanti.

In attesa di seguire gli sviluppi una volta che James Murdoch sarà tornato di fronte alle autorità ed istituzioni di Londra, il leader conservatore ha spostato l’attenzione della propria agenda politica sul futuro della nazione, richiamando i vertici all’ordine perché la popolazione possa riacquistare la fiducia smarrita dopo la crisi finanziaria, la vicenda sui rimborsi spese che ha colpito il Parlamento alla vigilia delle elezioni di un anno fa, i rapporti oscuri tra polizia, media e politica. La Gran Bretagna soffre di una crisi di confidenza, ha dichiarato Cameron nell’intervista rilasciata a Big Issue, mensile che si occupa di temi sociali e che offre sostegno a disoccupati e senzatetto.

La scelta dell’interlocutore non è casuale dal momento che il Primo ministro, per l’ennesima volta, ha giocato la carta della Big Society, il progetto che ai più pare difficilmente realizzabile e poco chiaro, ma che per Cameron è una delle priorità del suo mandato: là dove lo stato non può arrivare, devono pensarci le associazioni private. Facile nelle intenzioni, meno nell’applicazione. “La Big Society vuole creare una cultura dove la gente si chieda ‘cosa posso fare di più?'”, sono le parole usate da Cameron. Il dovere del cittadino non è solo quello di pagare le tasse e rispettare la legge, va oltre.

Perché accada, ha lasciato intendere, è necessario che il Paese torni ad avere fiducia nei propri mezzi e nella classe dirigente e che gli inglesi rispolverino l’orgoglio di sentirsi membri di una stessa comunità. I sondaggi dicono che l’opinione pubblica non ha irrimediabilmente bocciato Cameron per le amicizie con Rebekah Brooks e la famiglia Murdoch e così, lui, forte anche del riconoscimento arrivato da alcuni critici per la dose di capacità politica con la quale ha gestito la situazione, ha rilanciato.

E con tutte le differenze del caso, sembra di rivedere la scena di un Primo ministro conservatore con il volto di Hugh Grant che ricorda come la Gran Bretagna, dopo tutto, sia la terra di Churchill, Sean Connery e del piede destro di David Beckham.

(via notapolitica.it)

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Miliband vs. Murdoch

Sul caso Murdoch ormai la giostra delle dichiarazioni si è messa a girare e le notizie che arrivano da Londra non fanno altro che contribuire al gioco. Sono saltati i vertici di Scotland Yard, il parlamento si prepara per la commissione di fronte alla quale tanto il magnate australiano quanto la sua ex spalla destra Rebekah Brook dovranno chiarire quello che è accaduto all’interno del gruppo editoriale News International: nel tritacarne ci sono finiti tutti, dai vip alla gente comune, quella che compra tabloid come il defunto News of the World per arrivare alla conclusione che condividono con le star gli stessi problemi dietro le mura di casa.

La politica britannica registra forti scosse sismiche, il Primo ministro David Cameron è accerchiato per via delle sue frequentazioni con le persone indagate e finite dietro le sbarre, mentre gli alleati liberaldemocratici e gli avversari laburisti hanno colto l’occasione al balzo per arrestare l’avanzata di Murdoch nel gruppo BSkyB. I conservatori si sono allineati, dopo aver fatto finta di nulla e d’altronde quotidiani come il Sun o il Times si erano schierati al loro fianco in vista delle General Elections di un anno fa. Come avevano fatto con Tony Blair già a partire dal 1995, quando il futuro Primo ministro laburista era sceso in Australia, nella tana del lupo, per raccogliere l’appoggio del tycoon.

L’aria è cambiata da allora, adesso a dirigere le operazioni nel Labour Party è Ed Miliband: all’inizio della vicenda si presentò di fronte alle telecamere pronunciando un discorso imbarazzante, goffo com’era nel leggere il testo che gli scorreva davanti. Poi ha preso confidenza e si è messo l’elmetto da guerra, rilasciando al The Observer, il domenicale del Guardian, parole di fuoco contro Murdoch: il suo impero va demolito, smantellato.

L’aria è cambiata ed è aria da Old Labour. Secondo Miliband, Murdoch ha troppo potere sulla vita pubblica britannica. Un’affermazione tutta da dimostrare: indagini condotte dalla società Nielsen e pubblicati soltanto lo scorso ottobre, mostrano come dal 2002 al 2009 la popolazione d’Oltremanica abbia di gran lunga preferito la BBC ai notiziari di Sky News, il canale d’informazione 24 ore su 24 che fa parte della galassia BSkyB, di cui Murdoch e figli detengono il 39%. Parliamo di cifre ragguardevoli: il 70% dei telespettatori segue tg o prodotti giornalistici sulla BBC, solo il 6% su Sky News. E l’emittente di stato spadroneggia anche sul web, raccogliendo il 39% delle pagine viste nella classifica dei 50 siti d’informazione più cliccati, contro l’1,7% di Sky News.

Per Miliband è in gioco la libertà di informazione se una sola persona detiene il 20% del mercato dei quotidiani e investe sul satellitare. Occorrono nuove regolamentazioni, quelle esistenti sono da epoca digitale, mentre la Gran Bretagna vive quella dei new media. “Minimizzare l’abuso di potere è francamente piuttosto pericoloso”, ha lasciato detto al quotidiano. Esatto. Quindi la prossima volta dovrebbe suonare ai citofoni della BBC, dove un anno fa facevano il tifo per Gordon Brown.

(via notapolitica)

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La secessione scozzese conviene a Londra

Alex Salmond, leader dello Scottish National Party, è uno dei vincitori della scorsa tornata elettorale del 5 maggio. Con i suoi 69 seggi conquistati, può portare avanti con fierezza la sua battaglia per ottenere l’indipendenza della Scozia. Di fronte alla possibilità di un referendum per la secessione, il premier David Cameron si è detto disposto a tutto per mantenere l’unità del Paese. Eppure, fatti alcuni conti, non gli converrebbe: Edinburgo costa caro, alla Gran Bretagna. Più o meno 11 miliardi di sterline all’anno. Se la Scozia dice addio, per Londra potrebbe essere perfino un sollievo.

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UK alla prova referendaria

Domani mattina i britannici andranno alle urne non solo per le amministrative ma soprattutto per votare il referendum sul sistema elettorale. I sudditi di Sua Maestà si dovranno esprimere sul passaggio dall’attuale maggioritario uninominale a meccanismo proporzionale con preferenza: una svolta a U per un Paese dove da sempre il primo della lista prende tutto. L’Alternative vote, come è stato ribattezzato, è un vecchio cavallo di battaglia liberaldemocratico. Non è un caso che Nick Clegg e i suoi abbiano imposto il referendum come condizione per aiutare Cameron a formare una maggioranza parlamentare dopo il risultato di un anno fa. Dopo decenni di dominio di laburisti e conservatori, per la prima volta in UK i partiti minori potrebbero avere uno spazio nell’arena politica.

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I guai sanitari di Cameron

C’è un doppio fronte dalle parti di Downing Street al quale prestare attenzione. Perché se il governo britannico è alle prese con la matassa Musa Kusa, il ministro degli Esteri libico che nei giorni scorsi è fuggito da Tripoli a Londra, che per alcuni è una risorsa nella guerra con Gheddafi mentre per altri non rappresenta il massimo delle garanzie, c’è una campagna interna da portare a casa e presto. Durante l’ultima campagna elettorale, David Cameron fece infatti della riforma della sanità uno dei punti cruciali del programma conservatore, ma ad un anno di distanza le cose si sono complicate e i nodi sono venuti al pettine nella settimana decisiva per la sua discussione.

(continua su Linkiesta.it)

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