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Buon Natale, gente

Qui si amano le tradizioni. Anche robe del tipo “Last Christmas I gave you my heart”, pezzi così non ne fanno più. Ma stavolta si prova ad essere seri. E così, in vista del Natale, oltre a fare gli auguri a chi bazzica per questo blog, ci affidiamo nuovamente alle tradizioni. Ad esempio, consigliando la lettura (o l’acquisto) della “Favola di Natale” che Giovannino Guareschi riuscì a pensare mentre se ne stava in un campo di concentramento tedesco. E ce ne vuole per lasciare un sorriso quando si ha a che fare con il filo spinato.

E poi il messaggio che vorremmo trasmettere un po’ a tutti: che il Natale è il Natale, un giorno che nella storia umana e della sua civiltà vuol dire tanto. Quando in giro si sentono certe frasi che fanno rivoltare nelle tombe i nostri antenati, va spesa la fatica di riscoprire cose che riconciliano con un mondo ai quali molti non vogliono guardare più. Dunque, come tradizione comanda, ripubblichiamo un pezzo del Socio, scritto due anni e che già l’anno scorso, di questi tempi, avevamo riproposto. Detto questo: buon Natale, folks!

Rigenerando, Abr

I beoti (al 50% “cog**oni”, non dimenticarlo mai) si affrettano e s’adoprano onde concluder l’opra delle Feste dei regali e dei Cenoni, affannati per sentirsi parte del rito vano e consumistico dalle vaghe ascendenze religiose. L’attivita’ e’ caratterizzante del Neo Proletariato del Nuovo Millennio: non piu’ Classe bensi’ “Il Consumatore”.
I nuovi Titolari (di Carte di debito come di Diritti e quindi di “tutela” statalista) sono definiti al singolare: una accozzaglia di individui beceri ignoranti e disinformati, monadi sconnesse, piene di risentimento, un tutti contro tutti; ansiosi stressati e infelici quindi aggressivi, privi di identita’ in cui riconoscersi al di sopra dell’Individuo solitario e al massimo del micronucleo familiare.
L’Uomo infatti e’ in primis un nodo di relazioni, prima ancora che individuo; quando rimane solo con la sua pancia e cervello e’ come la scimmia di un girovago: intento a ripetere senza posa lo stesso esercizio privo di senso per un tozzo di pane.
In un Paese dove (dice pare sembra) meta’ degli studenti medi non sa spiegare come mai il giorno segue la notte che a sua volta rimpiazza il giorno, cosa vuoi parlare del Solstizio d’Inverno? Ben che vada, i Pasdaran della mucillagine, quelli che han capito tutto, ti daranno del superstizioso, del tradizionalista, del mistico celtico-evoliano.

Eppure il Solstizio era un Evento che assumeva un valore simbolico in pressocche’ tutte le svariate forme assunte dalla Cultura Umana nell’Emisfero Boreale, liberando quindi il campo da integralismi e settarismi d’ogni tipo.
Nel giorno del Solstizio d’Inverno (21 o 22 dicembre) il Sole, nel suo moto annuo lungo l’eclittica – il cerchio sulla sfera celeste che corrisponde al percorso apparente del Sole nell’anno – viene a trovarsi alla sua minima declinazione e culmina a mezzogiorno alla sua altezza minima: la luce del giorno registra la sua durata minima nell’anno, a quell’ora il sole è allo Zenit lungo il Tropico del Capricorno nell’Emisfero Australe.
Da quel momento di minimo la durata del di’ riprende giorno dopo giorno il suo cammino espansivo, dapprima impercettibilmente poi sempre piu’ sensibilmente. Dall’antichita’ gia’ il fatto che l’avanzare spaventoso della notte si fermasse segnava la Svolta: la Luce riprende a guadagnare spazio, rinnovando il Mondo e la Speranza.
Quell’Evento era celebrato dai nostri antenati gia’ in epoca preistorica e protostorica, ad esempio presso le costruzioni megalitiche di Stonehenge in Inghilterra, di Newgrange, Knowth e Dowth in Irlanda o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan in Iran e della Val Camonica.
Tale evento ispirò successivamente il “frammento 66” dell’opera di Eraclito (560/480 a.C), fu allegoricamente cantato da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide). Quel fenomeno era atteso e magnificato da tutte le popolazioni indoeuropee: i Gallo-Celti (“Alban Arthuan”: rinascita del dio Sole), i Germani, i misteriosi Wends-Veneticos ancora piu’ a est lungo la Via dell’Ambra tra mar Valticus e golfo di Venetia, i loro affini Wndals e gli abitanti di Vinlandia nel nord.
Intorno alla data del Solstizio d’Inverno quasi molti popoli hanno celebrato la nascita di loro esseri soprannaturali: in Egitto si festeggiava la nascita del dio Horus e si credeva che suo padre Osiride fosse nato nello stesso periodo; nel Messico pre-colombiano nasceva il dio Quetzalcoath e l’azteco Huitzilopochtli, Bacab nello Yucatan.
Il dio Bacco in Grecia nonché Ercole e Adone o Adonis, il dio Freyr figlio di Odino e di Freya era festeggiato dalle genti del Nord; Zaratustra in Azerbaigian, Buddha in Oriente, Krishna in India, Scing-Shin in Cina. In Persia si celebrava il dio guerriero Mithra detto il Salvatore e a Babilonia vedeva la luce il dio Tammuz, “Unico Figlio” della dea Istar, rappresentata col figlio divino fra le braccia e con un’aureola di dodici stelle intorno al capo.
Nella Romanità si celebrava solennemente la rinascita del Sole, il Dies Natalis Solis Invicti, in una data compresa tra il 21 e il 25 dicembre; era inclusa all’interno di un più vasto ciclo di festività che i Romani chiamavano Saturnalia, dedicate a Saturno Dio dell’Età dell’Oro. A partire dal 217 a .C. queste si prolungavano dal 17 al 25 Dicembre e finivano con le Larentalia, la festa dei Lari, le divinità tutelari incaricate di proteggere i raccolti, le strade, le città, la famiglia.
Il mito narra che anticamente regnasse il misterioso dio italico Giano, l’antica divinità dalle “due facce”, “dio del tempo” e, specificamente, “dell’anno”, il cui tempietto in Roma consisteva in un corridoio con due porte, chiuse in tempo di pace e aperte in tempo di guerra.
Sulla base della sua ancestrale accezione il Gi-anus designa “l’andare” e più particolarmente la “fase iniziale del camminare” e del “mettersi in marcia”: la divinita’ regolava e coordinava l’inizio del nuovo anno, da cui Ianuarius, il mese di Gennaio. Poi dal mare giunse Saturno, che potrebbe essere inteso come la manifestazione divina del Grande Ritorno che ricrea il cosmo a ogni ciclo, colui che attraversa la notte del caos successivo alla dissoluzione per approdare alla nuova sponda, alla luce del nuovo creato. Giano e’ il corridoio lineare del progresso del tempo (annuale), Saturno la ciclica catastrofe caotica e rigeneratrice che ripiega il tempo su se’ stesso e dalla morte genera la vita. Vi è una analogia fra Saturno e il vedico Satyavrata, testimoniata dalla comune radice sat che in sanscrito significa l’Uno.
Quando la notte diviene padrona e il buio totale, è necessario mantenere accesa la fiamma della Fede, che con l’alba diverrà trionfante.
Significativo è il passo evangelico in cui Giovanni Battista, nato nel giorno del Solstizio d’estate, rivolgendosi a Gesù nato nel Solstizio d’Inverno, si pronunci in tal modo: “Bisogna che egli cresca e che io diminuisca”. Parimenti è la rappresentazione classica del dio iranico Mithra, raffigurato mentre uccide un toro con due dadofori ai suoi fianchi che simboleggiano il corso del Sole: Cautes con la torcia verso l’alto (21 Giugno) e Cautopates con la torcia verso il basso (21 Dicembre).
E’ il simbolismo tradizionale delle porte solstiziali che corrispondono rispettivamente all’entrata e all’uscita dalla Caverna Cosmica: la prima porta, quella “degli uomini”, corrisponde al Solstizio d’Estate, cioè all’entrata del Sole nel segno zodiacale del Cancro, la seconda, quella “degli dei”, al Solstizio d’Inverno, cioè all’entrata del Sole nel segno zodiacale del Capricorno.
La rigenerazione cosmica è sempre concepita con la discesa e con l’aiuto di un avatar (guida), di cui il Cristo Redentore è l’ultimo e più splendente esempio:”Il Sole ritorna sempre, e con lui la vita. Soffia sulla brace ed il fuoco rinascerà”.

Tutto cio’ non e’ mistica sincretista o tradizionalista, e’ mera indicazione per sommissimi capi di come le Culture dell’Umanita’ travalichino il tempo e lo spazio (e i limiti dell’Individuo) e possiedano un consistente minimo comun denominatore. Se Dio e’ Colui che E’ atemporalmente, a nostra volta e a Sua immagine noi siamo mille anni prima di nascere e conseguiamo esperienze per mezzo dei nostri Avi. Le ritroveremo nostre, trasferite nel nostro patrimonio (genetico), attraverso sequenze intrecciate fatte di cesure e continuita’, susseguimenti continui e indistinguibili di Cambiamento e Ritorno.
Neppure il Cristianesimo nasce from scratch: si innesta si sviluppa e trae frutti e significati (signum fero: porto simboli) dalle tradizioni preesistenti (la Bibbia e molto, molto di piu’). Perche’ nulla che divenga parte della Identita’ si cala semplicemente dall’alto, con buona pace del termine “Rivelazione”.
Il Natale e’ questo, all’interno della (languente) Identita’ del mio Popolo: per chi Crede e’ la Nascita, per chi non, la Rinascita.
Ovviamente oltre ai due gruppi citati ci sono anche “the others”: moderni, individualisti, fanno parte della crescente schiera a-identitaria del “Consumatore”; novelli ebrei disuniti con Hitler in arrivo, sono destinati a fare una gran brutta fine, accerchiati e stritolati dalla Triade Sinistra: lavoro (“L’Italia e’ una repubblica fondata sull’Arbeit macht frei”) , riduzione delle nascite, immigrazione. La Creazione dell’Homo Novus Omogeneizzatus et Pacifintus: mucillaggine.

Buona Consapevolezza e Rigenerazione per tramite del Solstizio e Buon Natale a tutti – Santo o meno secondo fedi e pratiche (queste si) individuali.

(dati sulle tradizioni e usanze antiche tratti da un articolo Luca Valentini).

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Silenzio per i morti

E voi, palme e cipressi che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri: e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l’altare.
Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
e interrogarle.

Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, 1807

Caro papà,

arrivano puntuali i giorni dei morti e forse è meglio così, che io venga a ricordati di fronte alla tomba. Perché non è che tra i vivi le cose vadano per il meglio. Il mondo non va più a puttane, ma a transessuali.

La famiglia vive soprattutto nelle pubblicità della Barilla e il senso del peccato è bandito dai manuali che ci propinano ogni giorno.

Però arrivano i giorni dei morti, accompagnati dal tepore di fine novembre e dalla nebbia che di sera si leva dai campi. E allora chiudiamo qui per un po’ perché è tempo di dovervi ricordare. All’ombra dei cipressi.

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Piegare la schiena

I nostri lettori sanno bene che da queste parti non abbiamo mai trattato apertamente l’economia. Perché chi scrive non ci capisce moltissimo e non sarebbe in grade di mettersi ad analizzare quanto sta accadendo in queste settimane. O meglio, quanto sta accadendo da un anno a questa parte. L’unica lezione che ci teniamo buona, da queste parti, è che il capitalismo è fatto di alti e bassi. E che il capitalismo è l’unico sistema economico che ha fatto progredire questa dannata umanità. Così è (e non se vi pare, perché così è – punto e a capo). Si arriva in alto, poi c’è la discesa più o meno ardita da affrontare. Alla fine, per qualche ragione sicuramente logica che però non è data sapere al sottoscritto, il meccanismo riparte.

Mentre scrivo c’è Gad Lerner che parla in tv e si è calato come solo lui sa fare nella parte del mena gramo. Lui può permetterselo, perché lui e i suoi amici con tanti din din sapranno semore cavarsela. Pure io me la caverò, però mi sono fermato a pensare un po’. O meglio, a conti fatti dovrei evitare di crepare nella Grande Depressione che viene pronosticata.

Su Libero di domenica c’era una bella intervista a Luca Zaia, ministro dell’Agricoltura. Una sorta di intervento per dettare la linea o, forse, soltanto un ricordo da tenere in testa. Il ricordo di quanto appreso a casa, in cascina. Sì, potevo starmene tranquillo tra i campi ed invece mi sono messo in testa di fare il giornalista. Un pioniere, a mio modo, in una famiglia dedita esclusivamente a quel settore. Beh, a conti fatti, io conto di farcela per un semplice motivo: quello che mi hanno insegnato, di piegare la schiena e fare sacrifici. Di fronte alle cronache di queste settimane, infatti penso tra me: quanta gente sarà disposta a fare sacrifici? C’è chi già li fa, chi davvero ha (giustamente) fifa, anche perché campare con mille euro o meno è una bestemmia. Eppure tira avanti. Però ho pure la sensazione che non tutti hanno ben capito la lezione che ci arriva. Io vedrò di farmi trovare pronto. Sto seminando con la terra polverosa e dura da arare. Però guardo l’orizzonte e spero sempre che presto arrivi l’acqua.

Poi uno non sa nemmeno perché diavolo deve perdere tempo a scrivere righe come queste, però lui di mena gramo non ne vuole tra le scatole e, così, ha un sussulto d’orgoglio. Piega la schiena e si costruisce un futuro alla facciazza di chi mena sfiga tenendo i soldi presso amici che non affondano mai. O quasi.

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Un cavaliere (non così) oscuro

The Dark Knight

The Dark Knight

Ma guarda te! La lezione per resistere in questo mondo arriva – finalmente – da Hollywood. La fabbrica del bel pensiero, del politicamente corretto, della propaganda liberal che ha gà innalzato Obama a nuovo Kennedy e qui rimaniamo ancora in attesa che venga prodotto un film nel quale, chiaro e tondo, si ricorda che fu il venerato bostoniano a creare il pasticcio in Vietnam. Arriva da Hollywood, ma è solo un caso, perché questo, alla fine dei conti, è un blockbuster, una roba non d’autore, ma per far soldi. Se li merita tutti.

Batman è alle prese con un matto razionalissimo, il Joker. Inutile stare a raccontare la trama perché le avventure di Bruce Wayne le conosciamo un po’ tutte e magari qualcuno nemmeno l’ha ancora visto il film. Un matto razionalissimo che sembra tanto uno di quelli che progettano aerei che vanno ad infilarsi nei grattacieli, strategie del terrore che prevedono zainetti pieni di esplosivo nelle metropolitane o sui treni. Il caos è il suo obiettivo e lo sa creare alla grande. Meriterebbe l’oscar del terrorista perfetto che i soldi li usa per procurarsi dinamite e benzina, di far cassa non gliene frega più di tanto.

C’è un Batman alle prese con la sua coscienza. Si sente colpevole perché lui che vuole portare il bene vede sorgere il male desideroso di affrontarlo faccia a faccia. I buoni hanno la coscienza, i cattivi no. Dunque, per affrontarli e per batterli c’è solo una strategia: abbandonare le nostre regole e adottare quelle della giungla. Alla violenza si risponde con la violenza. Se volessimo fare il contrario, sarebbe come contrapporre una pistola ad un fucile. E come diceva quel film, che mica per niente è un western? Un uomo con la pistola che sfida un uomo con un fucile, è un uomo morto. Questo ci insegna il cavaliere oscuro di Gotham City che, dopo aver fatto i conti con se stesso, torna a far battaglia. Anche se sulla spalle ci sono persone care che non torneranno mai indietro.

C’è un momento, nella pellicola di Christopher Nolan, in cui Bruce Wayne/Batman chiede al fedele maggiordomo Alfred come avesse fatto a catturare un bandito che stava ricercando nella foresta della Brimania durante i suoi giorni da agente Sas. “Abbiamo bruciato la foresta”, risponde con tutto il suo british aplomb Alfred. Ma non ripetete la battuta, è un consiglio. Vi prenderanno per guerrafondaio e dal fascino del film torneremmo alla mediocrità di tutti i giorni.

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Illo tempore

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Soldati nelle città

“Come in Colombia” – Antonio Di Pietro.

Sarà pure colpa di qualcuno che c’era prima.

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Diversity

C’è un gruppo su Facebook che si chiama “Quelli che sono nati a nord del Po”. Bello. Soprattutto per chi è nato sotto il Po, ma è uno del nord one-hundred-per-cent. La Val Padana è immensa, Milano nemmeno ne fa parte, è un po’ troppo su. Si è nordisti anche se nati sotto il Po, che ne so, a Piacenza magari. O anche a Reggio Emilia. Si suda nei campi, si costruiscono fabbriche e si mandano avanti aziende allo stesso dei meneghini. Va da sé che Milano è certamente la capitale del Nord, ma non può essere la capitale di tutti quelli che stanno a Nord.

Sapessero lor signori cosa si perdono a voler stare così lontani dal Po.

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