Giovannino Guareschi

Giovannino Guareschi è tutto, o quasi, da queste parti. E’ lo scrittore che più di tanti amiamo leggere. E’ l’umorista che riesce a strappare un sorriso anche quando le cose non vanno. E’ il giornalista che ci ha insegnato un sacco di cose e che ha saputo vedere lontano. E’ l’uomo che non abbiamo mai conosciuto direttamente per questioni di età, ma che ha saputo trasmettere la sua carica attraverso le pagine e i due figli, Carlotta e Alberto, che con tanta passione si prendono cura del suo ricordo.

La pagina di questo blog a lui interamente dedicata è un piccolo tributo. Ed occupandosi questo blog di politica, riteniamo corretto da parte nostra distinguere i due argomenti. Giovannino è, e sempre sarà, un autore fuori dagli schemi, impossibile da collocare in un preciso schieramento, per quanto i suoi valori sono anche i miei valori. Al fine di non fraintendere il suo pensiero, è giusto che abbia una casa tutta sua senza venire tirato in ballo per niente in qualche assurda polemica.

Il che, come direbbe GG, mi auguro possa essere bello ed istruttivo.

26 dicembre 2007: la mia tesi triennale sul discorso politico di Giovannino Guareschi

27 novembre 2007: dal film “Don Camillo e l’On. Peppone”

Montanelli “intervista” Guareschi

Biografia minima di Giovannino Guareschi

Nel prendere in mano una qualsiasi enciclopedia della letteratura italiana e sfogliandola per ottenere qualche informazione su Guareschi, si finirà per leggere che Giovanni Guareschi nacque nel 1908 a Parma, per alcuna, a Roccabianca per altre e morì nel 1968 a Cervia. La sua fama, ripeteranno tutte in coro, è legata al successo dei racconti racchiusi nella racconta Mondo Piccolo che hanno per protagonisti don Camillo e il sindaco comunista Peppone.Poco ed errato. Perché Guareschi di nome faceva Giovannino e non Giovanni. E non nacque né a Parma né a Roccabianca, ma in una frazione di questo centro della bassa parmense, Fontanelle. Conviene precisarlo, perché laggiù ci tengono particolarmente al luogo di origine.Guareschi, dunque, venne al mondo il Primo Maggio, a Fontanelle di Roccabianca, per volontà dei genitori, Primo Teodosio Augusto e Lina Maghenzani. Un factotum con un pessimo senso per gli affari il padre, volenterosa maestra elementare la madre. E dato che correva l’anno 1908, quando le feste del Primo Maggio avevano tutto l’onore di farsi chiamare tali, sotto la casa di Augusto Guareschi si era radunata una folla di socialisti guidata da Giovanni Faraboli, sindacalista e figura perfetta per quello che sarà il Peppone dei racconti di GG. Saputo della nascita di Giovannino, Faraboli corse nella stanza dove stavano madre e piccolo e si affacciò poi al balcone che dava sulla piazza tenendo in braccio Guareschi e annunciando orgoglioso: “Oggi è nato un nuovo compagno!”.E il padre Augusto, per non essere da meno, gli confidò: “Lo chiameremo Giovanni come te, amico mio. Ma poi no, per non fare confusione lo chiameremo Giovannino!”.Con questo nome venne registrato all’anagrafe comunale.

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L’infanzia di Guareschi non fu certo una della più facili. Il padre Augusto non dimostrava un’abilità particolare negli affari, ma non per questo Guareschi lo lasciò fuori dal suo Mondo Piccolo. Leggendo le prime tre storie che inaugurano le vicende di quella fetta di terra che sta tra il Po e le colline, si incontra un uomo altro, magro e potente che porta lunghi baffi, un grande cappello, la giacchetta attillata e corta: insomma, il ritratto di Augusto.
Per meglio capire chi fosse Primo Augusto Guareschi basta ricordare questo aneddoto: con Giovannino ancora in fasce, lo portò a spasso a bordo della sua moto, una volta assicuratosi che il figlio fosse ben saldo in uno scatolone appoggiato alla sella posteriore. Così, nell’aprile del 1909, senza ancora aver compiuto un anno, GG vagò per la strette strade della Bassa, respirando l’aria dei luoghi verdiani. Si dice pure che Primo Augusto, durante la gita fuori porta, cantò tutto il suo repertorio delle opere del Maestro.Rincasarono che era ormai sera e dal fondo della via avanzò la moglie Lina che non degnò di uno sguardo il consorte, prese in braccio il piccolo Giovannino e filò in casa.La madre di GG era la maestra del paese e si sarebbe trasferita più tardi a Marore, poco fuori Parma, mentre il marito cercava di saldare i debiti e lei e Giovannino furono costretti a vivere di stenti. Anche la madre diventerà protagonista a suo modo del mondo guareschiano, sarà sempre una maestra, quella che odia Peppone, ma che non si dispererà in età più che avanzata di insegnare ai bolscevichi come funziona quella faccenda della così detta grammatica italiana.

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In una biografia minima si devono compiere dei sacrifici e voli pindarici cercando però di fare comunque chiarezza nella mente del lettore. Così, in questa piccola biografia di Giovannino Guareschi voliamo negli anni in cui frequenta il collegio Maria Luigia, dove nel 1919 incontra il Nibbio, ovvero Nino Bocchi che gli aprirà la strada del giornalismo facendolo scrivere per un numero unico che raccontava di Parma. Quelli del convitto furono anni spartani: nonostante l’altisonante nome che lo contraddistingueva, non disponeva di servizi per lavarsi, costringendo gli allievi a recarsi all’infermeria nel centro di Parma per darsi una sciacquata. Ma nel 1927 fu assunto come istitutore Cesare Zavattini, di Luzzara, vale a dire dalla Bassa come Giovannino. Zavattini aveva solo sei anni in più del 19 Guareschi e tra i due nacque subito un legame che li porterà a scrivere prima un giornale fatto a mano, poi alla collaborazione alla Gazzetta di Parma, divenuta Corriere Emiliano con il fascismo, che Guareschi descrive così in questo appunto:

Parma, 30 maggio 1927.
Oggi ho assistito, mentre pedalavo verso la scuola, alla feroce lotta sostenuta da una magnifica giornata contro una interrogazione generale di filosofia e un compito in classe di latino.
Ha vinto facilmente la bella giornata ed io, affidata la bicicletta al portiere del liceo, sono andato nel parco ducale a buttare sassi nell’acqua del laghetto. Nell’uscire dal giardino, ho incontrato il signor Cesare che arrivava dalla tipografia di Piazza delle Erbe. Il signor Cesare mi ha preso sottobraccio, mi ha chiesto perché non provavo a scrivere per la Gazzetta di Parma, poi mi ha spiegato che, nel giornalismo, quel che contano sono le trovate.

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La carriera giornalistica di Guareschi ebbe dunque inizio a Parma, tra collaborazioni con diversi numeri unici o periodici (come Bazar, la Fiamma e Il Signor Carnevale) e il lavoro come correttore di bozze e cronista al Corriere Emiliano. Erano gli anni ’30 e nella città ducale Giovannino conduceva una vita da bohemien, con le tasche al verde e senza concludere l’università, facoltà di giurisprudenza. Dimostrò anche la sua vena umoristica e la sua bravura letteraria vincendo un premio con il racconto Silvania, dolce terra, pubblicata il 10 giungo 1929 sulla Voce di Parma. Con i soldi della vittoria offrì una cena e delle centocinquanta lire in tasca gliene rimasero solo cinquanta. In questi due passi si può capire che tipo fosse.
10 febbraio 1933: è arrivato un nuovo direttore e si è parlato molto del fatto perché la sua signora moglie, venuta a visitare la tipografia, appena entrata è scivolata su una macchia d’olio ed è finita lunga distesa per terra. Il signor nuovo direttore mi ha convocato per comunicarmi che io giro poco per la cronaca.11 febbraio 1933: sono stato a letto tutto il giorno. Alle 10 di sera sono andato in redazione, ho scritto sei o sette fatterelli inventati di sana pianta e il signor direttore ha detto che la cronaca, così, va bene.Un giorno però il Nibbio venne licenziato e per ripicca con una fionda spaccò tutti i lampioni che stavano di fronte alle redazione del quotidiano, aiutato dal solito Giovannino, il quale riportò la cronaca di quel atto da delinquenti.Nel frattempo, dopo aver alzato il gomito collezionando bicchieri di grappa, con una testata ruppe la porta a vetri della redazione.Non c’era più alcun dubbio, come intuì il suo direttore: Parma era troppo piccola per Guareschi che decise così di trasferirsi a Milano assieme ad Ennia: una rossa che lo fece impazzire tanto da sposarsela e chiamandola Margherita nei suoi racconti di vita familiare.

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Primavera 1936: a Carpineti, sulle colline reggiane, arrivò una macchina con a bordo Carletto Mosca e Andrea Rizzoli, figlio dell’editore Angelo. Obiettivo della missione: Giovannino Guareschi, in quel momento chiamato a fare il militare, mestiere per niente azzeccato. In alcune sue divertentissime pagine confesserà che non fu mai in grado di sbattere i tacchi rendendo degno di risposta il suo saluto ad un ufficiale.
I due erano partiti dopo che Zavattini aveva avuto la brillante idea di creare un bisettimanale umoristico capace di fare concorrenza all’allora lanciatissimo Marc’Aurelio. Per questo motivo Zazà aveva nel frattempo radunato nomi importanti quali Angelo Frattini, Dino Falconi, Vittorio Metz, Giuseppe Marotta e lo stesso Manzoni. Nella sua testa il giornale avrebbe avuto per titolo Valà che vai ben. E si era rivolto anche a Guareschi per avere qualche idea e qualche brillante intuizione. Ma a basi ormai gettate, Zavattini uscì sbattendo la porta dell’ufficio di Angelo Rizzoli e al suo posto venne chiamata Giovanni Mosca come condirettore assieme a Metz. Guareschi non sapeva che fare. Quando i due gli si presentarono di fronte, chiese: “E questo nuovo settimanale come lo si stampa? Arlecchino come le altre porcherie o, come desidero io, in un netto e dignitoso nero?”“In nero! Nero su bianco, che diamine!”, rispose Rizzoli. Guareschi firmò il contratto.Il periodico cominciò le pubblicazioni, ma il titolo Valà che vai ben non era piaciuto né a Metz né a Mosca. Andrea Rizzoli promise un premio di trenta lire a chi avesse azzeccato un titolo migliore. In un primo momento si optò per Benissimo, ma alla fine, dopo che Mario Bazzi aveva ricevuto l’incarico di disegnare la testata definitiva, venne chiamato Bertoldo.L’avventura milanese di GG era cominciata e nella sua stessa redazione sedevano Mosca, Metz, Frattini, Falconi, Marotta, Brancacci, Marchesi, Bazzi, Mondani, Molino, Albertarelli, Palermo e Manzoni.Il Bertoldo faceva satira, il che non era per niente facile in quegli anni.

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Ennia mi raggiunge subito nel 1936 e assieme scopriamo Milano.
Abitiamo in via G., in una stanza mobiliata con uso di cucina e nella stanza vicina c’è un romanzo completo. Ci abita una matura signora di estremamente facili costumi ed Ennia durante il giorno, mentre sono al lavoro, si barrica nella stanza.D’inverno sui vetri c’è ghiaccio spesso un dito. Io lavoro ad un tavolino, imbacuccato in una coperta come un antico romano, con solo braccio destro fuori e le gambe dentro una cassa piena di carta straccia. Così gelano solo le dita della mano destra e ogni parola e ogni segno di lapis mi costano una fatica maledetta. Ma verso le sette esco col lavoro fatto stretto sotto il braccio per portarlo in tipografia e tutto passa perché dentro la nebbia di Milano è nascosto il mio avvenire e, a ogni svolta della strada, può spuntare l’imprevisto.Così scrive Guareschi e la vita milanese agli inizi non fu certamente facile. Bisognava fare economia, anche in occasione del matrimonio con Ennia, non divenuta ancora Margherita. La celebrazione fu altroché modesta, con il prete che, in base alla liquidità disponibile, concedeva fiori e marcia matrimoniale.La scoperta di Milano sarà anche il titolo del primo libro di GG, pubblicato per la prima volta nel 1941. Il quale, standosene tutto il giorno al tavolo, non poté fare altro che mettere su chili, ritrovandosi ad ottantatre chili, quindici in più del dovuto.Approfittando così di una bella mattinata di sole il 10 luglio 1941 Guareschi comunica alla moglie in vacanza: Farò milleduecento chilometri in bicicletta! Borrelli, il direttore del Corriere della Sera, per il quale aveva cominciato a collaborare, approfitta della trovata per farsi raccontare l’esperienza. A Fombio una donna matura e con due grandi baffi, che pedala su una bicicletta da corsa, mi sghignazza in faccia. E questo mi secca perché io non ho sghignazzato vedendo una donna matura e con gran baffi pedalare su una bicicletta da corsa, racconta. Il passo è stato scelto perché se Giovannino è passato per Fombio, ciò significa che è passato per questo Mondo Piccolo.Dopo quindici giorni di gran fatica, spuntò ad Igea Marina di fronte a moglie e al piccolo Albertino, il primo figlio. Si pesò e constatò di aver perso un solo chilo: Qui ci vuole una cura più robusta.

Come scrive Beppe Gualazzini nella sua biografia Guareschi (De Agostini editore), il destino lo esaudì subito.
Le avventure in Piazza Carlo Erba 6, presso la redazione del Bertoldo, erano giunte al capolinea.

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In periodo di oscuramento la gente può lasciarsi andare a qualche atteggiamento aggressivo nei confronti delle alte autorità. Lo stesso fece Giovannino Guareschi che cominciò a dire ad alta voce quello che pensava di Mussolini e in modo particolare ci diede dentro una notte di oscuramento, appunto. Troppo perché quelle alte autorità facessero finta di niente. GG venne arrestato, interrogato messo in carcere. Per finire poi spedito, nuovamente, a fare il militare, lui che non riusciva a sbattere i tacchi. Sua moglie Ennia corse per tutti gli angoli che contano della città per farlo liberare. Anche Angelo Rizzoli si adoperò, tenuto in considerazione che Guareschi lavorava anche per il Corriere di Borrelli. Ma era un personaggio troppo famoso per non ricevere una punizione esemplare e quelli del Bertoldo già non piacevano più ai gerarchi del fascismo. Fare ridere in quel modo sottile dello stesso regime non stava bene. Così Guareschi l’otto settembre 1943 era ad Alessandria, con l’ulcera allo stomaco e un figlio, Albertino, in arrivo. Ma non erano i giorni migliori per lamentarsi con gli ufficiali, gli ordini dello stato maggiore erano confusi e, paradossalmente, non ordinavano un bel nulla. Al punto che, quando i carri armati tedeschi iniziarono ad avvicinarsi minacciosamente alla caserma, il caporale Guareschi fu costretto a fronteggiarli con la pistola.
Le SS fecero tutti prigionieri, così Guareschi stava per diventare un Internato Militare Italiano, resistenti all’occupazione nazista dell’Italia dai reticolati dei campi di concentramento, non abbastanza, a quanto pare, per comparire tra le pagine della storia repubblicana.A dirla tutta, Giovannino poteva anche cavarsela, lavorando per i tedeschi. Addirittura Kesserling si era interessato a lui, ma Guareschi obiettò che lui aveva giurato fedeltà al re e non ci pioveva sopra. Eroicamente, è il caso di scriverlo, prese la via più lunga e difficile assieme a tanti altri eroi sconosciuti che patirono le pene dell’inferno lontano da casa, spostandosi continuamente dalla Jugoslavia alla Polonia alla Germania.Tutte le sue vicende sono raccolte nel bellissimo Diario Clandestino, il modo migliore per saper sorridere di fronte alla tragedia.Un passo davvero toccante è questo:

31 ottobre.
Molti dei cappotti russi distribuiti ai meno abbienti hanno una piccola toppa sul petto o sulla schiena. Una piccola toppa rotonda che chiude il buco attraverso il quale entrò una pallottola e uscì un’anima. Il mio cappotto ha una piccola toppa proprio in corrispondenza del cuore. Ed è ben cucita e di passo spesso, ma – dal forellino che essa copre – entra un sottile soffio d’aria gelida anche quando non c’è il vento e il sole è tiepido. E il cuore duole, trafitto da quello spillone di ghiaccio.
Ma anche di fronte alla morte e a mesi di fame, con l’ulcera che peggiora e Albertino a casa e Carlotta, la Pasionaria, che mette i primi denti e impara a dire no, Giovannino ha il suo scatto di orgoglio: Non muoio nemmeno se mi ammazzano!– 8 –
Soffermarsi nel raccontare quanto gli Internati Militari Italiani hanno patito nei campi di prigionia tedeschi è inutile: la loro sofferenza è equiparabile, ad esempio, a quella provata dagli ebrei nei campi di concentramento o dai prigionieri di guerra finiti nelle mani dei russi. Solo che degli IMI nessuno vuole parlarne. E nemmeno dei disgraziati finiti in Siberia o nelle gelide steppe del nord. La vita procedeva lenta e affamata per Giovannino in quegli anni. A casa, oltre alla moglie, lasciò i due figli, Alberto e Carlotta. Un giorno ricevette una comunicazione da casa che lo informava che la Pasionaria aveva imparato a dire “no”. Guareschi rispose, nel suo diario, che anche lui aveva imparato a dire no, ma gli ci era voluta una guerra.
La notte di Natale 1944 passerà alla storia perché GG immaginò che Albertino fosse venuto a trovarlo oltre il filo spinato che delimitava il suo campo affrontando i terribili mostri della guerra e vestiti con le divise grigie dei nazisti. La Favola di Natale nacque così e venne poi presentata ai suoi compagni di prigionia con le musiche del suo amico Coppola.Guareschi decise che avrebbe affrontato la prigionia almeno sorridendo e lasciando sperare quelli più malconci di lui, tra i quali saranno in molti a non tornare a casa. Nel lager di Wietzendorf venne creata una radio, la voce ufficiale degli IMI, dal momento che le istituzioni italiane non si sono mai impegnate per rendere nota la loro storia. E dagli altoparlanti uscì, quando ormai la liberazione era arrivata, una poesia le cui parole iniziavano con le lettere della sigla stessa, IMI: l’ultima verso recitava: Italia Mia Italia. Era il sogno di tutti i sopravvissuti alla ferocia nazista tornare a casa, dai propri cari. Ma il ritorno sarà ancora traumatico. Dopo la liberazione Guareschi e i suoi compagni di sventura vennero tenuti nel loro campo da parte delle forze inglesi per mancanza di spazio, dopo che la fuga dei tedeschi aveva lasciato un barlume di speranza ai prigionieri. Giovannino si nasconderà per qualche giorno in una casa dove troverà da mangiare, dopo aver patito la fame per quasi due anni. E nel suo Diario Clandestino racconta le scene drammatiche di chi mangiava del gesso convinto che fosse farina, ma venendo tradito dal colore bianco. E di chi scuoiava senza pietà una vacca o un maiale improvvisandosi macellaio pur di mettere sotto i denti qualcosa. Guareschi non li condannò, anzi nel suo scritto invita qualsiasi animalista che di fronte a certe scene sarebbe pronto a mettere all’indice qualsiasi affamato invitandoli a soffrire la fame come capitò ai quei poveracci senza casa e dimora. Il rientro in Italia fu tremendo: da una testimonianza che io e Lennon abbiamo raccolto da un anziano che fu compagno di prigionia con GG, siamo venuti a sapere che la popolazione italiana accolse con disdegno e paura gli Internati Militari Italiani in una nazione distrutta dalle macerie e nel morale.Giovannino finalmente fece ritorno a casa, provato fisicamente: l’esperienza nel lager non poté che peggiorare un’ulcera avuta prima del conflitto e quando, durante la prigionia al carcere di San Francesco a Parma per la vicenda De Gasperi che tratteremo in alcune delle prossime puntate, lo stesso presidente del consiglio affermò che se lui era sopravvissuto alle carceri austriache, allora Guareschi poteva sopravvivere in quelle italiane, sarebbe stato opportuno che qualcuno dei suoi collaboratori gli ricordasse l’esperienza da internato di GG. Ma non ci si poteva attendere altro da chi si dimenticò dei resistenti che combatterono contro il fascismo senza dover essere per forza partigiani.

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Liberato il 16 aprile 1945, Giovannino venne rimpatriato dal campo di Wietzendorf il 29 agosto e arriva a Parma il primo di settembre, sei anni dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Nel frattempo, nell’agosto del 1944, venne pubblicato Il marito in collegio, una storia umoristica. Nel 1949, anno di pubblicazione del Diario Clandestino, scriverà: Non abbiamo vissuto come i bruti. Non ci siamo richiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, con un passato e un avvenire.
Ritornò a Milano immediatamente con la famiglia che era stata sfollata a Marore, dove GG trascorse parte della sua infanzia, e occupò l’appartamento di via Pinturicchio 25. Iniziò a collaborare con pezzi e disegni a Tempo Perduto fino a novembre. Perché è in questo mese che arriva la nuova chiamata da parte di Rizzoli. Il Bertoldo era andato sepolto con i bombardamenti, ma per lo spirito satirico e umorista dell’uomo della bassa c’era ancora lo spazio per vivere. Così venne fondato Candido, che uscì per la prima volta a dicembre. Accanto a lui sin dall’inizio vi furono Mosca e Mondani (proprio lui, il padre della nota Sandra). Venne assunto anche come redattore per Milano – Sera, quotidiano che poi finirà per attaccare in più occasioni sulla questione degli eliminati per mano comunista dopo il 25 aprile. Vi rimase in forza fino al 30 marzo 1946.Ma l’avventura del Candido era ormai ricominciata. In molti furono a bollare i suoi redattori e collaboratori come i fascisti che tennero in piedi il Bertoldo. A Candido lavorarono scrittoi e disegnatori come Carletto Manzoni, Massimo Simili, Giaci Mondani, Vittorio Metz, Bruno Angioletta, Walter Molino, Ferdinando Palermo, Sergio Toppi, Giorgio Cavallo, Gigi Virdis e altri. E poi c’erano quelli che si firmavano il Volpone (Pietrino Bianchi), Strabicus (Oreste del Buono), Domenico Pomeriggio (Nino Nutrizio), il Borghese (Leo Longanesi) o quelli che molto più direttamente firmarono alcune collaborazione con i propri nomi: Jader Jacobelli, Giorgio Torelli, Indro Montanelli, Giuseppe Pugliesi, Giorgio De Chirico e tanti altri ancora. La fedele segretaria di redazione fu Rosanna Manca di Villahermosa.Il caro Giovannino era davvero tornato a casa.

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La puntata precedente di questa biografia minima si era conclusa con la seguente frase: il caro Giovannino era davvero tornato a casa. Ma forse sarebbe il caso di aggiungere un finalmente dopo che GG riuscì a mettere anche nuovamente piede nella sua Bassa. Le sorelle titolari di un ristorante di Zibello, la Buca, ricordano ancora quell’uomo che di notte non dormiva e camminava continuamente avanti e indietro per la stanza che aveva occupato per qualche giorno nell’antica locanda. Quell’uomo era, ovviamente, Guareschi che provava a tornare con la mente e il corpo nei luoghi che non aveva mai dimenticato e che tanto ancora avevano da regalargli. Non c’è quindi nulla da meravigliarsi se dal 1952, da quando la famiglia si era trasferita alle Roncole Verdi, Guareschi viveva a Milano solo per quei due giorni nei quali portava nella redazione del Candido i pezzi e le vignette ai quali freneticamente metteva mano nel suo studio bassaiolo.
Ma procediamo con ordine. Il 1946 vide Guareschi impegnato assieme a Mosca e agli altri collaboratori in una strenua campagna referendaria per la monarchia. La raccolta Mondo Candido 1946 – 1948 (Rizzoli) ha per copertina la vignetta in cui una piccola donna che rappresentava l’Italia ammaina la bandiera del re, ma lo stessa dei Savoia non ne vuole sapere di scendere e rimane così sospeso nel cielo. Già nel ’43 GG dimostrò la sua fedeltà ai Savoia rifiutando di prestare servizio nella Repubblica Sociale e nemmeno dopo la sconfitta cambiò la sua posizione. Il suo lavoro non si limita al Candido, che assorbe certamente le sue fatiche maggiori, ma collaborò al Giornale dell’Emilia, al Reduce e a Riscatto.Ma è a poche ore dal Natale che Guareschi, dovendo chiudere il numero 52 del settimanale e con un buco da coprire il più presto possibile, pubblicò il primo racconto della serie Mondo Piccolo: Don Camillo era il titolo, che nella raccolta del 1948 diventerà Peccato confessato.Giovannino però ci teneva a precisarlo: Così vi ho detto, amici miei, come sono nati il mio pretone e il mio grosso sindaco della Bassa. (…) Chi li ha creati è la Bassa. Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto. (Da Don Camillo e il suo gregge, Rizzoli, Milano, 1953)Giovannino, finalmente, era tornato a casa.

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Alcuni degli articoli più belli e delle vignette più divertenti di Giovannino per Candido sono raccolti nei volumi curati direttamente dai figli Alberto e Carlotta dal titolo Mondo Candido. Si spazia dal 1946 al 1958. E’ un consiglio il mio, ovviamente, alla buona lettura che fa solo del bene alla mente.
Nel 1947 GG collaborò al Giornale del Popolo di Lugano da gennaio a marzo, per poi scrivere dei testi per alcune rubriche radiofoniche, anche per la Rai e lo farà fino al 1949. Tra una collaborazione e l’altra nel novembre esce Italia Provvisoria, un collage di tutto ciò che Guareschi ritrovava tra le pagine di giornali, i volantini, i manifesti e le foto di una nazione che lentamente stava cercando di tornare alla normalità con tutte le sue contraddizioni che durano ancora oggi. L’Italia, per l’uomo baffuto della Bassa, avrà sempre qualche cosa di provvisorio.Ma l’anno che più lo vide in prima fila nella sua attività di giornalista e satirico è il caldo 1948, quando dalle colonne del suo settimanale condusse con Mosca una strenua battaglia contro il Fronte Democratico Popolare. E’ l’anno che sancisce da una parte la sua genialità, con le rubriche come Visto da destra e Visto da sinistra, Contrordine Compagni (in questo caso il suo lavoro da correttore di bozze nei primi anni del Corriere Emiliano risultarono essere molto utili), Giro d’Italia, Lettere al postero e altre ancora, nelle quali dimostrò la sua abilità e capacità di saper far sorridere anche nei momenti più difficili. Ma, dall’altra parte, è anche l’anno che lo relegò, immancabilmente, tra quegli autori che non troveranno gloria in Italia se non per la passione e l’amicizia di alcuni personaggi della cultura italiana che risposero al silenzio nel quale venne poi confinato dalla cultura ufficiale. Guareschi e il suo Don Camillo finirono per essere non solo additati come fascisti e reazionari dagli ambienti comunisti, ma furono anche posti sul sottile confine tra eresia ed esagerazione da alcuni organi di stampa cattolici. Un prete che ribaltava tavoli e sedie, che non esitava a mollare scappellotti al sindaco comunista Peppone e che faceva del dialogo con Cristo un fatto quotidiano come se stesse parlando con un amico di tutti i giorni non erano cose ben gradite da tutti.Eppure la sua fama travalicò le Alpi, i francesi impazzivano per queste storie e non è un caso che il primo regista della serie cinematografica sia stato Julien Duvivier. La prestigiosa rivista Time lo citò come uno degli artefici della vittoria democristiana nelle elezioni parlamentari. Ma Guareschi non smarrì il suo stile e, in occasione dell’inaugurazione del nuovo parlamento democratico italiano, disegnò una giovane signora, l’Italia, che pregava De Gasperi di lasciare il distintivo della Dc appuntato sul petto nel guardaroba, perché il gran successo democristiano fu dovuto al voto di molti liberali, repubblicani e altri elettori che scelsero lo scudo crociato nel timore di assistere alla vittoria social comunista. Trent’anni dopo sarà l’amico Montanelli ad invitare a votare Dc turandosi il naso in occasione delle elezioni del 1976.In piena campagna elettorale venne pubblicato a marzo Mondo Piccolo – Don Camillo, la raccolta dei racconti sui protagonisti della Bassa apparsi sul Candido. A dicembre uscì invece Lo Zibaldino, resoconti di vita familiare e altre cose interessanti che capitavano intorno a GG.Nel 1949 apparve nelle librerie Diario Clandestino sulla sua esperienza nei lager nazisti: Il quale diario, come dicevamo, è tanto clandestino che non è neppure un diario, ma secondo me potrà servire, sotto certi aspetti, più di un diario vero e proprio a dare un’idea di quei giorni, di quei pensieri e di quelle sofferenze.Il 1950 lo trascorse nella nuova casa milanese, in via Augusto Righi, n. 6. A giugno scrive soggetto, sceneggiatura e dialoghi per il film Gente così. Ma il 13 luglio sua madre, la signora Maestra Lina Maghenzani, morì. Seppellita a Milano, tre giorni dopo Giovannino la fece riesumare e la sua bara venne trasportata a Marore. Tre mesi dopo, il 16 ottobre, ricevette la povera Maestra il Diploma di benemerenza di prima classe con facoltà di fregiarsi di medaglia d’oro e solamente quattro anni dopo, 15 maggio 1954, ricevette il diritto alla pensione dal Ministero della Pubblica Istruzione. La signora Maestra, che tanto assomiglia a quella che compare nelle pagine di Don Camillo, fu raggiunta quaranta giorni dopo dal marito Primo Augusto.

Ottobre: Mosca venne allontanato dalla direzione del Candido da Rizzoli e GG rimase unico direttore. Il 4 dicembre venne assolto con Manzoni nel processo Einaudi: l’accusa partì dalla pubblicazione di alcune vignette nelle quali fu messo in risalto che l’allora Presidente della Repubblica, sulle etichette del Nebiolo di sua produzione, amava ricordare la sua posizione di carica più altra dello stato. Il Procuratore Generale della Repubblica ricorse in appello e il 10 aprile 1951 Giovannino e Manzoni vennero condannati a otto mesi di reclusione con la condizionale per aver offeso (mezzo stampa) il prestigio e l’onore del Presidente della Repubblica.
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Il 1951 rappresentò anche l’inizio della saga cinematografica di don Camillo. Giovannino si mise al lavoro scrivendo la sceneggiatura e i dialoghi del film che venne diretto dal francese Julien Duvivier. Non furono pochi gli scontri con il regista, uno dei quali girava attorno al paese nel quale girare le scene del film. Testimoni raccontano del viaggio per i borghi della bassa parmense che videro per protagonisti i due, GG e Duvivier, in una calda giornata. Viaggiarono e si spostarono da Polesine Parmense fino a Brescello, già però in provincia di Reggio Emilia. E gli stessi testimoni riportano una scena particolarmente divertente: a Polesine Guareschi si piantò in un lato della piazza, Duvivier dall’altro e se le mandavano a dire senza troppi complimenti, il primo in dialetto, il secondo in francese. Il farmacista del paese, che capiva entrambi gli idiomi, riuscì a comprendere che i due litigavano perché Duviver voleva una piazza nella quale chiesa e comune si trovavano uno di fronte all’altro. Per questo motivo venne scelto Brescello.
Sugli attori, Guareschi scrisse: Gino Cervi corrisponde esattamente al mio Peppone. Fernandel non ha la minima somiglianza col mio don Camillo. Però è talmente bravo che ha soffiato il posto al mio pretone. Così ora, quando mi avventuro in qualche nuova storia di don Camillo, mi trovo in grave difficoltà perché mi tocca di far lavorare un prete che ha la faccia di Fernandel.Il film riscosse un grande successo, anche in Francia. Piuttosto in Italia alcuni ambienti non gradirono la pellicola. Registi italiani rifiutarono di girarla per timore di complicazioni politiche e dalle pagine dei giornali cattolici non tutti i critici ed opinionisti gradirono la rappresentazione di un prete che alzava tavole per poi lanciarle in testa ai comunisti. Tra l’altro alcune scene vennero tagliate, mentre la versione integrale venne proiettata al di là delle Alpi. Addirittura un ristorante, il don Camillo, aprì a Parigi. Giovannino conquistò il cuore dei francesi, fu invitato ad una manifestazione nella quale i visitatori potevano incontrare i loro artisti preferiti e chiedere loro l’autografo. Giovannino firmava a firmava fogli, mentre al suo fianco Gina Lollobrigida non lo degnava di una sguardo.Nell’agosto del 1952 si trasferì con la famiglia alle Roncole e finì per fare il pendolare con Milano dove viveva tre giorni alla settimana lavorando per il Candido. Così raccontano i figli Alberto e Carlotta: Giovannino è un Guareschi del ramo “Bazziga” e, come tale, ama la campagna e le macchine. Dopo aver cercato di riacquistare, senza successo, le vecchie ex proprietà dei suoi, compra diversi poderi, risistemando, dove necessario, i vecchi terreni, rimodernando e ampliando le abitazioni dei mezzadri e affittuari e costruendo – quasi sempre ex novo – stalle moderne, barchesse, rustici. Li attrezza con macchine moderne. Ma la nuova politica agraria pare voglia penalizzare le persone come lui che hanno investito danaro nella terra. Dopo pochi anni Giovannino, deluso, inizierà a svendere i suoi poderi.Nel 1953 scrisse soggetto, sceneggiatura e dialoghi per il film Il ritorno di don Camillo e pubblicò Don Camillo e il suo gregge.Sembrava andare tutto per il verso migliore, ma l’anno dopo, il 1954, sarebbe stato pieno di ostacoli e delusioni, a partire dal processo per via di alcune lettere firmate De Gasperi pubblicate sulle colonne del suo settimanale.

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Il 20 e il 27 gennaio 1954 Guraeschi pubblicò su Candido due lettere attribuite a De Gasperi con un duro commento. Ecco un ampio stralcio di una delle lettere: Tramite un corriere portaordini affidiamo la presente contenente la più ampia nostra assicurazione per quanto S. E. il generale Alexander desidera venga effettuato, come azione collaterale da parte dei nostri gruppi Patrioti, sarà scrupolosamente attuato. Ci è purtroppo doloroso, ma necessario, insistere nuovamente, affinché la popolazione romana si decida ad insorgere al nostro fianco, che non devono essere risparmiate azioni di bombardamento nella zona periferica della città, nonché sugli obiettivi militare segnalati. Questa azione, che a cuore stretto invochiamo, è la sola che potrà infrangere l’ultima resistenza morale del popolo romano, se particolarmente verrà preso quale obiettivo l’acquedotto, punto nevralgico vitale.
La seconda lettera riportava invece: Carissimo, spero di ottenere da Salerno il colpo di grazia. Avrete presto gli aiuti richiesti. Coraggio, avanti sempre per la Santa battaglia, auguri, buon lavoro e fede. De Gasperi.Le due missive, per l’appunto vennero pubblicate da Giovannino che si era preso la briga di trovare conferma della loro autenticità, attraverso una perizia grafica di un perito calligrafo del Tribunale di Milano. Montanelli, a riguardo, ricordò di una violenta discussione con l’editore Rizzoli perché la pubblicazione non avvenisse. Ma la macchina si era messa in moto e a febbraio De Gasperi querelò Giovannino. Il processo fu istruito e, dopo due rinvii, il 13 e 14 aprile ebbero luogo la seconda e terza udienza del processo e Giovannino fu condannato il 15 aprile a dodici mesi per diffamazione. Troppo orgoglioso di se stesso e certo della sua buona fede nonché dell’autenticità degli scritti non ricorse in appello e il 26 maggio entrò nelle Carceri di San Francesco a Parma.Ma conviene procedere con calma ed ordine perché la faccenda è molto più spinosa di quanto possa sembrare e di quanto apparve ai tempi, quando i giornali e l’opinione pubblicò liquidò velocemente il fatto dando dal falsario a GG.Guareschi consegnò le lettere ricevute da Enrico Dee Toma al Tribunale di Milano accompagnate dalla perizia calligrafica che non fu tenuta in considerazione. L’ampia facoltà di prova gli venne negata, dal momento che non furono concessi una seconda perizia e l’ascolto dei testimoni a suo favore. Il Tribunale giunse così alla conclusione che Guareschi fosse colpevole di diffamazione basando il proprio giudizio sulla fedeltà morale di De Gasperi che giurò di non avere mai scritto quelle lettere. Riguardo alla seconda perizia negata, così venne giustificata: una semplice affermazione del perito non avrebbe potuto far diventare credibile e certo ciò che obiettivamente è risultato impossibile e inverosimile. Giovannino, come detto, non ricorse in appello e, scaduta la condizionale, finì dietro la sbarre. Non chiese grazie o condoni, per contrario gli venne assommata la pensa per la prima condanna, la questione del Nebiolo, nonostante all’epoca fosse stata decretata un’amnistia che riguardava reati ben più gravi. Sulla sua reclusione, De Gasperi sentenziò: Sono sopravvissuto alle carceri austriache, Guareschi può benissimo sopravvivere a quelle italiane.In realtà, la sua salute ne risentì parecchio, i malanni che si era portato dietro dalla prigionia nei lager tedeschi tornarono a farsi sentire. Fu quello un anno terribile per Giovannino che segnò, molto probabilmente, la sua salute fino alla morte. Il 4 luglio 1955, dopo 405 giorni di prigione, Giovannino tornò il libertà vigilata, che finì solo il 26 gennaio 1956. Nel frattempo uscì il Corrierino delle famiglie (1954) e scrisse in carcere soggetto, sceneggiatura e dialoghi del film Don Camillo e l’onorevole Peppone.Nel 1956, nel corso del processo intentato in contumacia contro il De Toma, lo stesso Tribunale di Milano affidò ad un collegio di tre periti l’esame delle lettere, negato in precedenza a Guareschi. Questa la conclusione dell’analisi: Non esistevano prove tali da stabilire inequivocabilmente la falsità delle lettere. Per rimediare ancora una volta il Tribunale si affidò al giudizio di un altro esperto che le dichiarò sicuramente false. I difensori di De Toma impugnarono questa sentenza, ne chiesero una di parte e il responso dei periti della difesa fu sconcertante: rilevarono palesi diversità fra dette lettere e quelle pubblicate su Candido.

Il 17 dicembre 1958 il Tribunale dichiarò estinto per amnistia il reato di falso e assolse De Toma.
Ciò che più importava era che Giovannino avesse già pagato la sua parte.

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Il 27 settembre del 1957 Giovannino realizzò una sua passione, aprendo alle Roncole un piccolo caffè, proprio di fianco alla casa natale di Giuseppe Verdi. Se andate da quelle parti, lo trovate ancora, ovviamente. A tutto ci pensò Guareschi, progetto, arredamento e direttive. Sul cartello all’ingresso i clienti venivano informati che non c’era il juke box. E’ nel ’64 che inaugurerà il ristorante. Ma il 1957 fu anche l’anno nel quale abbandonò la direzione di Candido continuando però a collaborare con articoli e disegni.
Nel 1959 scrisse Il compagno don Camillo e trascorse l’autunno e l’inverno a Cademario, in Ticino. Due anni si occupò della sceneggiatura di Don Camillo monsignore… ma non troppo e il 2 ottobre abbandonò Candido che venne così chiuso da Rizzoli.Una stagione era finita e questa fine coincideva anche con la fatica fisica di Giovannino, che nel giugno del 1962 venne colpito dal primo infarto. Era l’anno in cui iniziò a collaborare alla Notte dell’amico Nino Nutrizio.Parte del 1963 lo trascorse a Roma, impegnato nel film La rabbia, per metà diretto Pier Paolo Pasolini e per l’altra metà da lui. Nel frattempo collaborava con il Borghese diretto da Mario Tedeschi con rubriche, articoli e disegno che comparvero settimanalmente fino al 30 maggio 1968. Lavorò anche per il Giornale di Bergamo diretto da Alessandro Minardi. A dicembre uscì il Compagno don Camillo che l’anno successivo venne trasportato in versione cinematografica, di cui curò sceneggiatura e dialoghi.E aprì il ristorante. Così scrisse: Guadagnati con i libri dei quattrini ho tentato di fare l’agricoltore e l’oste, con lacrimevoli risultati per, per l’agricoltura e per l’industria turistico – alberghiera del mio paese. Adesso sono pressoché disoccupato perché nessuno in Italia, eccettuato un amico di Roma, ha l’incoscienza di pubblicare i miei articoli e disegni politici. Ma io non mi agito e mi limito ad aspettare tranquillamente che scoppi la rivoluzione.La rivoluzione non scoppiò. GG contributi alla storia della pubblicità italiana occupandosi di alcuni caroselli dal 1965 al 1966. Nel luglio dello stesso anno, a Cervia, dove da anni trascorreva l’estate, scrisse il testo per il libro pubblicitario La calda estate del Pestifero. Su Oggi pubblicò alcuni suoi racconti di Don Camillo e don Chicì, apparso come Don Camillo e la ragazza yé yé sul settimanale. Scrisse Don Camillo e i giovani d’oggi, uscito postumo. L’ultimo suo lavoro fu La calda estate di Gigino il Pestifero, pubblicato nel 1967.La fine era vicina, alcune foto di quegli anni lo ritraevano con i capelli già chiari e il viso stanco. Trascorreva il suo tempo tra Cademario e le Roncole, dove in una notte nebbiosa incontrò un suo caro amico dei tempi migliori e finirono entrambi al tavolo dell’osteria. Ad un tratto l’amico gli si rivolse facendogli notare che lui, Giovannino, beveva molto. Soprattutto whisky, accompagnato dalle sigarette. Rispose che faceva bene, preveniva dall’inferto perché, essendo vasodilatatore, preveniva l’infarto. Ma rifiutava qualsiasi dieta imposta dal dottore.

Alla buona tavola non rinunciò mai.
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Il 22 luglio 1968 si sparse per le vie di Cervia una triste notizia: Zvanin l’è mort!
Dopo pochi giorni di vacanza Giovannino Guareschi morì per colpa del secondo infarto lontano dalle sue Roncole e dimenticato da tutta l’Italia che conta. L’Unità, il giorno successivo, riprese la notizia scrivendo che era morto uno scrittore che non era mai nato. Al suo funerale, in una giornata piovosa nella Bassa, erano ben pochi quelli che gli resero visita. Il suo amico Montanelli non c’era, inviato nell’est Europa. Enzo Ferrari se ne restò schivo fuori dal gruppo con i soliti occhiali neri. A fargli apprezzare l’opera di Guareschi fu proprio il figlio Dino per il quale portava il segno del lutto sul viso.Un altro grande amico di GG, Baldassarre Molossi, storico direttore della Gazzetta di Parma, morto lo scorso anno, così raccontò il funerale il giorno dopo:«L’Italia meschina e vile, l’Italia provvisoria, come lo stesso Guareschi con amara intuizione la definì nel 1947, ci ha fornito ieri l’esatta misura del limite estremo della sua insensibilità morale e della sua pochezza spirituale.
«Giovannino Guareschi è lo scrittore italiano più letto nel mondo con traduzioni in tutte le lingue e cifre di tiratura da capogiro. Ma l’Italia ufficiale lo ha ignorato. Molti dei nostri attuali governanti devono pur qualcosa a Guareschi e alla sua strenua battaglia del 1948 se oggi siedono ancora su poltrone ministeriali, ma nessuno di essi si è mosso. Nessuno di essi si è fatto vivo (…). Anche Giovannino Guareschi ormai riposa al cimitero dei galantuomini. È un luogo poco affollato. L’abbiamo capito ieri, mentre ci contavamo tra di noi vecchi amici degli anni di gioventù e qualche giornalista, sulle dita delle due mani.»
Fine.

18 risposte a “Giovannino Guareschi

  1. Bruno

    Per favore!!!!!
    Mettere lo spazio dopo il punto fermo!!!!

  2. Pingback: Buon compleanno Giovannino! « mondopiccolo

  3. Era quello che cercavo. Grazie.

  4. martina

    La mia tesina d’esame verterà proprio su Giovannino Guareschisui suoi capolavori, e sulla politica di quel tempo!!

    Seppur da molti dimenticato, Guareschi, ha lasciato e lascia a tutt’oggi profonde riflessioni di un’ Italia del dopo guerra che troppo spesso viene soltanto idealizzata e surclassata.

  5. In bocca al lupo allora, Martina! A me ha portato bene e Giovannino porta sempre bene.

  6. Pingback: Sono pure biografo « mondopiccolo

  7. Nella Dall'Agnello

    Complimenti per il sito e per il suo lavoro. Mi sto occupando di G.G. per dei corsi di lettura richiesti da biblioteche della provincia di Verona. Il suo sito mi è stato molto utile. Grazie Cordialità Nella Dall’Agnello

  8. tommaso

    Grazie del sito.
    Credo che mi sarà molto utile perchè intendo diplomarmi proprio con una tesina su Guareschi.

  9. ringo83

    In bocca al lupo Tommaso! Come detto altre volte, Giovannino porta bene.

  10. gio

    Guareschi porta bene eccome!! La mia ragazza si è laureata con 110 e lode al in editoria e comunicazioni multimediali a Verona facendo la tesi sul fenomeno editoriale di G.G.

  11. grazie per aver postato l’incontro a distanza tra Montanelli e Guareschi, ne ignoravo l’esistenza ed è stato un piacere vedere due miei miti insieme

  12. alberto baldioli

    Buonasera. Sto cercando per conto di una anziana zia, una poesia/racconto che dovrebbe essere di Guareschi che fa così:
    nella notte di Natale, c’è un ometto che cammina
    sulla strada provinciale
    e la neve è fina fina.
    E’ lontana la sua casa
    e lontano è il suo cammino…
    (poi continua)
    …Son di sughero le case
    e le piante di cartone
    verdi in cima ed alla base
    pitturate di marrone
    e quantunque sia di notte
    ci son mucche per i prati
    e la gente è fuori a frotte
    e son tutti affaccendati
    c’è chi semina e chi miete
    mentre i bimbi stanno a scuola
    c’è chi pesca con la rete
    dentro un fiume di stagnola..

    C’è qualcuno che la conosce e può darmi un aiuto a trovare il testo integrale o il libro che la contenga? Sarebbe una vera gioia per un’anziana signora (95 anni e una mente lucida…)
    grazie di cuore
    alberto
    info@baldioli.it

  13. Gian Carla Abate

    Sto frequentando l’ università della terza età e prossimamente avremo un corso proprio su G. Guareschi. Ho letto con piacere ed interesse le notizie che ho trovato su questo sito, ringrazio chi le ha curate.

  14. luca bonacini

    complimenti per la biografia molto interessante,
    sto realizando un volume su Enzo Ferrari e la tavola,
    nelle lunghe ricerche è saltata fuori una visita di GG alla Ferrari di Maranello e un giro in pista con il Drake alla guida e GG passeggero,
    oltre alla magnifica e discreta presenza di Ferrari al funerale qualcuno ricorda altro sul rapporto tra i due ?
    grazie
    luca
    bonaciniluca@libero.it

  15. paolo

    È una biografia viva, che lascia parlare molto Giovannino. Una biografia da galantuomini, appunto. Grazie e complimenti: mi è stata molto utile.
    In bocca al lupo per tutto

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