Archivi del mese: aprile 2009

Un grugnito vi seppellirà tutti

E ben venga questa stramaledetta influenza suina. Ben venga e faccia quello che deve fare: un ripulisti, una pandemia, un eccidio di massa. I sopravvissuti avranno più spazio, staranno più larghi su questo mondo, avranno più aria per i loro polmoni e, soprattutto, non ci saranno più porci, nemmeno porci con le ali.

L’influenza suina è il massimo esempio di come ce la siamo cercata: cataclismi ambientali, sociali, economici, culturali. Hanno ragione i musulmani ad odiare la carne di maiale: vanno, i maiali, sterminati tutti, come gli ebrei. Ben venga questa influenza suina.

Ci sveglieremo un giorno e non sentiremo più la voce del nostro vicino di casa. Prenderemo la macchina e ce ne andremo in campagna dove non ci saranno più porci, ma animali usciti freschi freschi dai laboratori, i nostri parlamentari faranno una legge 40 ad hoc per “partorire” una nuova qualità di maiali: di quelli che non inquinano, di quelli che non puzzano e che non andranno sventrati per farci il salame, il lardo e la coppa. Così anche gli animalisti che saranno sopravvissuti saranno ben contenti.

Ah, che bello una Terra senza questi suini! Gli allevatori non saranno più obbligati a costruire nuove porcilaie costrette a sorgere a pochi passi dalle case perché di terreni liberi e lontani dai centri abitati non ci sono più: il verde che rimane, laggiù in campagna, va regalato alle villette di chi abbandona la città per rifugiarsi nella natura. A patto che non sia sottoposto anche agli odori della natura.

E quanto siamo cretini noi esseri comuni, che siamo andati al cinema e abbiamo visto il film dei Simpsons. E avevamo riso di Homer che faceva la coccole a Spider Pork, senza dare retta a Marge e al nonno che lo aveva avvisato: quel porcello farà soltanto guai. In realtà Homer aveva capito tutto.

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Scusate, ma qui non si applaude

E’ un tripudio di commenti euforici per il discorso di Silvio Berlusconi a Onna in occasione delle celebrazioni del 25 aprile. Io non applaudo, perché a me non pare questo discorso storico di cui tutti parlano. Che quella del Cavaliere sia stata una genialata non ci piove, al punto che ha costretto Dario Franceschini a contraddire il presidente della Repubblica sul senso di pietà nei confronti dei soldati della Rsi.

Ecco, appunto, i soldati della Rsi. I partigiani da queste parti non sono mai stati glorificati per diversi motivi: non sono stati determinanti per la liberazione dell’Italia; si sono macchiati di omici assurdi una volta firmata la resa in tutto il Paese; sono diventati proprietà dell’ideologia sinistrosa che ha cancellato il valore dei partigiani cattolici, repubblicani, monarchici e azionisti. Non venendo ricordati questi, non ci sprechiamo a ricordare quelli delle cosiddette compagnie Garibaldi.

Eppure è giusto rendere loro il nostro tributo perché loro hanno dato la vita. Come per noi hanno dato la vita i repubblichini. Che credevano in un’altra Italia, in un altro ideale che era indicato in quelle tre parole: Repubblica sociale italiana. Da queste parti non siamo nemmeno fascisti e facciamo espressioni dubbie quando il centrodestra si fa prendere la mano dalle correnti sociali – ed ecco perché anche il discorso di Fini alla convention del Pdl non aveva riscosso grandi favori in questo mondopiccolo. Ma arrivare a dire che occorre pietà per i repubblichini, si compie un passo indietro.

Ci sono voluti anni per riuscire a far ammettere che dal 1943 al 1945 in Italia si era consumata una Guerra civile. Con le espressioni di ieri, usate pure dal presidente del Consiglio, alla fine la si è data vinta a chi per anni ci ha fatto una testa così con zuppe congelate di retorica. Le parole del Cav. ci hanno lasciato l’amaro in bocca. Pietà la si prova per gli sfigati e per chi crede di essere il migliore senza esserlo. Pietà si prova per un Franceschini che non sa che pesci pigliare. Non per gli italiani che decisero di stare da una parte solo perché in quella parte vedevano qualcosa che agli altri non piaceva.

La grande coalizione nazionalpopolare a tarallucci e vino, sul 25 aprile, è stata servita. Preferivamo la vecchia versione, lasciando a certa gente il vanto di spacciarsi per eroi senza prenderli in considerazione. Però, alla fine, Berlusconi ha fregato tutti. E almeno questo riusciamo a digerirlo. Ma niente applausi da parte nostra.

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Zucconi l’allucinato

La notizia che il Texas se ne andrebbe volentieri per conto suo, causa tasse sempre più alte pretese da Washington, non poteva che stimolare quel geniaccio di Vittorio Zucconi, l’uomo di Repubblica nel curriculum può vantare di essere sopravissuto al doppio mandato di George W. Bush.

Gli hanno regalato un paginone da Largo Focchetti e lui ha, come al solito, ben speso il suo tempo per raccontarci che il Texas è uno stato di sbandati, di gente che ha affrontato la frontiera senza arte né parte, in barba alle regole della civiltà. E’ lo stato che ha ucciso il sogno americano togliendo la vita a John Fitzgerald Kennedy. E pare insinuare, memore delle teorie del procuratore di New Orleans Garrison, che dietro alla morte del cool president ci fosse proprio lo zampino di un texano doc, il vice Lyndon Johnson.

“Noi siamo gente diversa, che agisce e pensa in maniera diversa. Non dovete pestarci la coda”, scrive Zucconi riprendendo le parole del governatore Rick Perry. E allora solo in Texas poteva sgorgare la collera anti Obama: i pezzenti di campagna contro il bel ragazzotto cresciuto in una dura città come Chicago che ti insegna a stare al mondo, figlio del mondo globalizzato che però ha ben chiare le minacce del sistema del libero mercato.

Villani, brutti, sporchi e cattivi. Gente che ha strappato alla natura selvaggia una terra che altrimenti sarebbe rimasta al Messico. “E agli Stati Uniti sarebbero stati risparmiati otto anni di governo del texano George Bush il giovane”, conclude Zucconi. Ignorante del fatto che da Est ad Ovest, in America non amano un governo che si infila pesantemente nelle tasche dei contribuenti, parola sacra da quelle parti. Ma soprattutto, Zucconi non si ricorda che se ha la gran fortuna di vivere negli Stati Uniti, lo deve proprio a gente come quella che popola il Texas.

I coloni che altro erano se non disperati pronti a costruire una casa dalle solide fondamenta?

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(Italian)Tea Party Round-Up & Open Trackback

Pajamas Media, Fox News, Michelle Malkin, Instapundit, The Washington Independent, Wizbang, The Corner, Weekly Standard, Founding Bloggers, MSNBC, The Foundry, Power Line, Scared Monkeys, Sister Toldjah, Face the State, Neptunus Lex, Daily Pundit, RomeNews, Hot Air, Politics and Critical Thinking, TigerHawk, No Quarter, The Other McCain, Sound Politics, TVNewser, American Spectator, Chicago Breaking News, Gateway Pundit, Tax Day Tea Party, Blue Crab Boulevard, Wizbang, Right Wing Nut House, The Politico, The Sundries Shack, Protein Wisdom, Riehl World View, Donklephant, American Spectator, Patterico’s Pontifications, Neo-neocon, NewsBusters.org, Gateway Pundit, Michelle Malkin, Founding Bloggers, Wizbang, Protein Wisdom, Big Hollywood

Crosspost: The Right Nation

Trackbacked to:  The Right Nation, The World According to Carl, Third World County, The Pink Flamingo, Leaning Straight Up

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La vacca del giornalismo

Michele Santoro

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L’Aquila, il nostro inviato nella sua casa distrutta

Provate a immaginare la vostra casa crollata. Un esercizio teorico, un gioco di fantasia, roba da realtà virtuale. Nessuno, infatti, ci pensa mai. Nemmeno sapendo di abitare in una zona sismica colpita in passato da numerosi terremoti. Sembra sempre un fatto impossibile, una tragedia che tocca agli altri. Storie di un’altra epoca, di altri Paesi. E invece.
Invece eccomi qui. Sono le quattro di pomeriggio e sto risalendo via Roma a piedi. Mi hanno fatto lasciare la macchina alla Rotonda e ora sto cercando di raggiungere piazza San Pietro, nel cuore del centro storico dell’Aquila. I miei genitori mi hanno avvertito in mattinata via sms: “Terremoto, noi tutti bene, casa distrutta”. Così, da un lato ovviamente sollevato, dall’altro con un magone in gola, tenendomi al centro della strada per evitare eventuali ulteriori crolli dai tetti e dai cornicioni e facendo lo slalom tra macerie e calcinacci, mi affanno in salita. Ai lati, dei palazzi ci è rimasto ben poco, sono tutti lesionati o addirittura sfondati e crollati. Ai vari piani, mancando i muri, si vedono gli interni delle stanze, i letti, i mobili distrutti… La poca gente rimasta da queste parti della città ha lo sguardo inebetito, quasi perso nel vuoto. Qualcuno trascina valigie, altri non hanno la forza di fare niente. So già cosa mi aspetta in piazza. Ma il colpo d’occhio è davvero un colpo al cuore. La facciata della chiesa di San Pietro si è sbriciolata, il campanile è collassato su se stesso. Alcuni edifici stanno su per miracolo, al posto di altri ci sono dei buchi. E casa mia, quella dove sono vissuto per anni, con tutti i ricordi…
Casa mia, un palazzo di tre piani (al terzo abitava la mia famiglia, ai primi due c’erano uffici) di inizio Novecento, è più o meno in piedi. Ma grandi crepe la attraversano dal tetto fino alla base. Soprattutto, il palazzo accanto è caduto su di lei, ha sfondato il tetto e ha spazzato via un’ala, con una camera da letto e un bagno. Fortuna che ero a Milano e non all’Aquila come mi accade spesso e volentieri durante i week end: della mia mansarda non deve essere rimasto molto. Se penso alla grande finestra che si apriva sul soffitto, mi vengono i brividi.
Entrare è impossibile, vigili del fuoco e protezione civile non vorrebbero neanche farmi avvicinare, il pericolo di nuovi crolli è troppo elevato. Ma in mattinata mio padre, scappato in piena notte con mia madre per rifugiarsi in auto, era riuscito a recuperare qualche vestito e qualche effetto personale. Mi racconta cosa è successo all’interno. Io non l’ho quasi mai visto piangere, ma stavolta non riesce a trattenere le lacrime. Quadri, vasi, cristalli, ceramiche, antichi orologi, tavoli, armadi, librerie, cassettoni… tutto a pezzi e sommerso dalle macerie. Le pareti sono rivestite di stoffa e così non si può sapere il loro stato, ma non c’è da essere ottimisti.
Mio padre, architetto, lo sa bene: «In trenta secondi se n’è andato il lavoro di una vita. È difficile accettarlo». Io non so cosa dirgli, la ricostruzione, i fondi… Per ora sono cose troppo lontane. Il problema è che la tua casa non c’è più, non hai il tuo posto dove dormire, gli oggetti familiari… E comunque forse non ci andresti nemmeno. Lo shock deve essere stato troppo forte, precipitarsi giù per le scale al buio mentre attorno viene giù tutto, il cemento armato che si spacca più dei sassi vecchi di secoli (anche se non c’è alcuna logica: chiese della stessa epoca sono l’una intatta e l’altra cancellata), i vicini in pigiama che urlano correndo tra i vicoli… Mi ritrovo anche io senza parole e senza pensieri, al centro di una piazza fantasma. Ci si lamentava della musica del bar di sotto, degli universitari che ballavano all’aperto fino all’alba…
Adesso l’unica cosa che mi viene in mente sono le fotografie di città bombardate durante la seconda guerra mondiale. E poi, un poi solo cronologico, i morti. Nel primo vicoletto a sinistra, ad appena cinquanta metri dal mio portone, stanno ancora scavando. Mi avvicino e chiedo cosa è accaduto. Nell’abitazione al primo piano c’era la famiglia di un forestale. Non si è salvato nessuno: lui, il figlioletto di due anni e la moglie incinta che avrebbe partorito da un momento all’altro. E allora che vuoi dire, che vuoi scrivere?

Miska Ruggeri, Libero del 7 aprile 2009

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Addio del passato

A dibattito quasi meno caldo, lo dico: a me il discorso di Gianfranco Fini non ha fatto impazzire. Molti gli spunti, non ci piove. Molti i temi da raccogliere e portare avanti e ottimi gli inviti a portare allo scoperto la sinistra, se non altro per capire di quale pasta – per l’ennesima volta – sia fatta. Ma il discorso di Gianfranco Fini, a me, proprio non va giù.

L’opinione comune è che il presidente della Camera parli da statista compiuto. Bastasse un discorso rubato alla nouvelle droit francese, un po’ sarkozyana un po’ compassionevole, per arrivare a questa conclusione, allora davvero la politica non avrebbe più nulla da offrire. L’ex numero uno di Alleanza nazionale e nuovo numero due del Pdl ha riscaldato la minestra già troppe volte condita da quando, assieme a Giuliano Amato, volò in Europa per mettere nero sua bianco la Carta fallimentare. Da allora Fini ha sentito il profumo della grande famiglia popolare europea e ci si è buttato a capofitto. Svendendo mobili ed immobili per il grande viaggio.

A conti fatti, a me andava a genio quel Gianfranco Fini che non aveva vergogna a dire che lui un insegnante omosessuale per il figlio alle elementari non lo voleva. Almeno non si nascondeva dietro a quel grigio abito che si è voluto mettere addosso per fare la figura dello statista.

Di fronte al tema della crisi, non ha voluto centrare l’obiettivo. Vale a dire che le crisi dipendono dall’uomo, perché è l’uomo che fa girare l’economia. Ha parlato di massimi sistemi, di finanza intrecciata all’economia reale, di profitti e dividendi. Ma non ha avuto il coraggio, da conservatore quale non è, di affermare la soluzione va cercata nella massificazione della finanza. Nell’aver levato quei limiti che garantivano il principio del limite nel capitalismo. Che quando si vogliono far sposare capitale e socialismo, la frittata è fatta.

Ma è soprattutto di fronte al tema del futuro italiano che Fini mi ha deluso. Lo so bene anche io che il futuro del nostro Paese prevede cittadini con gli occhi a mandorla e il colore della pelle che non sia quello bianco e una fede in un dio che non è il Dio protagonista di una visione culturale e religiosa, base della nostra civiltà, che ci ha fatto sopravvivvere ai drammi del nazismo e del comunismo. Che ha retto di fronte a tutto. Fini per fare bella figura, ormai ha svenduto la fede al miglior offerente. Perché se è sacrosanto dare una mano agli ultimi (e questo lo insegna il Cristianesimo da millenni, non la realtà squarciata della crisi e del multiculturalismo), è altrettanto sacrosanto che l’Italia sia degli italiani, prima di tutto. Poi di chi verrà dopo di loro. Ma prima a chi paga le tasse e manda avanti tutto il resto, secondo il vecchio precetto – mai superato – del no taxation without rapresentation.

E infine le rifome. Ok al via libera alla nuova – l’ennesima – stagione di riforme. Ma se riforme devono essere, allora non siano le frasi in politichese per la loro condivisione: chi ha i numeri, legiferi. Chi lo può fare, lo faccia. Senza dover pagare un pegno inutile alle istituzioni, le stesse che si ammette debbano essere riformate. Altrimenti il buon Gianfranco Fini, quando sarà presidente del Consiglio, avrà pure lui le mani legate. E sarà stata solo colpa sua.

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