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Farà finta di nulla, i suoi spin doctor di Farefuturo o quelli della nuova Generazione italiana taglieranno corto o prenderanno del tutto la scorciatoia. Intanto Gianfranco Fini ieri è stato scaricato e non da uno qualsiasi, ma dal presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Che saggiamente ha ricordato al governo che sarebbe il caso di rimettersi al lavoro in modo serio e continuo e che, nello stesso tempo, ha sponsorizzato un probabile candidato a premier nel prossimo futuro:

Un nuovo primo ministro deve avere la maggioranza in Parlamento e deve essere indicato dagli elettori, cosa sulla quale sono d’accordo: se ci saranno le condizioni perchè Tremonti abbia queste caratteristiche, perché no?

Si può discutere la scelta o meno per l’attuale ministro dell’Economia: ma sul silenzio generale attorno al presidente della Camera non vale nemmeno le pena di soffermarsi troppo.

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I simpaticoni

Sono simpatici quelli di Alleanza nazionale – o chi è rimasto di loro dopo aver abbandonato il capo per aggrapparsi all’orlo dei pantaloni di Berlusconi per restare a galla, regalando una divertentissima scenetta alla “ti ricordi quando mi dicevi che…? E adesso fai il contrario!?” alla famosa riunione del Pdl di qualche tempo fa.

Hanno imparato, sono diventati grandi, altro che colonnelli: adesso possono vantare una tacca in più da generali. Fanno i sorrisetti se vedono Tremonti sotto attacco mediatico per via della manovra e dei tagli previsti; dicono che si fa tanta cagnara per poi non arrivare a nulla; ce l’hanno ovviamente sempre con i leghisti; si spacciano per l’alternativa liberale in un governo di socialisti (che poi questo è, purtroppo, spesso un governo di socialisti). Ma dimenticano presto di quando piangevano come pischelli perché gli statali avessero un aumento.

Sono simpatici anche quelli di Forza Italia, gente che risponde a comando. Sul plotone vige il silenzio, nessuno fiata perché all’orizzonte compare uno scontro Cavaliere vs. Ragioniere. E sai mai che poi devi decidere da che parte stare, tanto vale non bruciarsi subito. Sarà il fatto che si avvicina l’estate e, crisi o non crisi, le vacanze sono un diritto sacrosanto.

E allora speriamo che arrivino presto.

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La maggioranza arenata nello stagno

Nella maggioranza il dibattito non è cambiato: al centro c’è sempre l’operato del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e lo ha fatto intuire molto bene un collega di governo, il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, riguardo ai fondi destinati alla polizia. Umberto Bossi lo ha stoppato, ma il sasso nello stagno era ormai già che lanciato. Poi c’è il premier che ha fatto intuire da una parte di essere stanco dei bastoni tra le ruote che arrivano dagli alleati, dall’altro di voler comunque procedere spedito sulla riforma della giustizia e sulla via del premierato forte.

Intanto è saltato il colloquio con Bossi e Gianfranco Fini per chiudere la partita sulle candidature regionali. Qualcosa però si muove nelle retrovie: un accordo con l’Udc di Pierferdinando Casini non è da escludere a priori. Peccato che non sia soltanto il Cavaliere a tessere i rapporti con i centristi, ma anche il presidente della Camera che in agenda ha un faccia a faccia con l’ex (?) amico Pierferdi.

Se le cose dovessero mettersi male, Berlusconi ha pronta la soluzione: urne anticipate per uscire ulteriormente rafforzato dal voto degli italiani, disposto a correre per conto proprio. La strategia è rischiosa: un successo così forte non è del tutto fondato, perché una maggioranza nuovamente divisa riporterebbe parte degli elettori a ricordare il clima degli anni passati. Un esempio su tutti: la scontro Silvio-Gianfranco sul contratto degli statali nello scorso governo di centrodestra, avvenuto quando ormai la legislatura era morta, arenata nello stagno. Lo stesso che pare di scorgere all’orizzonte in questi giorni.

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La stagione dei capricci

La storia è vecchia quanto il mondo: spesso gli uomini quando ottengono una cosa, finiscono per pretenderne un’altra. Gli uomini di potere non sono da meno e, per quanto dovrebbero fare i conti con la responsabilità che si ritrovano, sembrano quasi divertirsi a dare il via ad una girandola di dichiarazioni e capricci che fanno fare loro solo una brutta figura. Così veniamo a sapere che ieri, ad Arcore, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha chiesto la vicepresidenza del Consiglio, la testa di Gianni Letta e un ruolo chiave nel Popolo della libertà. E sappiamo che Gianfranco Fini avrebbe messo in guardia il Cavaliere: “Se cedi, è la fine del berlusconismo”. Un’affermazione strana per il presidente della Camera che ha trascorso gli ultimi mesi a mettere in giro un distinguo dietro l’altro, al punto che è lecito pensare che a volere la fine del berlusconismo sia lo stesso Fini.

La maggioranza di centrodestra, da qualche giorno a questa parte, ha fatto i conti con il fantasma della crisi di governo, che non era trapelata nemmeno dopo la bocciatura del lodo Alfano da parte della Corte costituzionale. Sarebbe davvero una commedia che le crepe si rendessero insanabili adesso, pensando che il tutto è partito da un’uscita azzardata di Tremonti sul posto fisso. Che ha scatenato alcune proteste all’interno della maggioranza, come era ovvio che fosse. Ma giungere al capolinea legislativo sarebbe troppo.

Ed invece, i capricci ci sono e stanno facendo male tanto al Pdl quanto alla Lega Nord, dal momento che si ritrovano sulla stessa barca. Manca un’opposizione seria, chiamata ad eleggere un segretario dopo una gestazione infinita, e così a Berlusconi è andata bene: se fosse stato il contrario, se il Pdl e la Lega avessero trovato in Parlamento un Partito democratico organizzato e compatto, i piagnistei da bambini che si sentono giungere da Palazzo Chigi sarebbero costati molto cari. E pensare che una maggioranza così, forse, al governo non capiterà mai più.

Il complesso universo economico italiano ha bisogno di trasformazioni: liberalizzazioni, abbassamento delle tasse, burocrazia alleggerita, imposte da eliminare, riforma degli ordini professionali. Al contrario, la polemica monta per un posto fisso (prima questo governo crea lavoro, prima ci saranno posti di lavoro ed allora il tutto passerà in secondo piano) e una carica in più dentro al giocattolo-governo. A ciò, si aggiungono i tentativi di defenestrazioni che passano sotto il nome di documenti anti-Tremonti. Di cui nessuno ha negato l’esistenza, sia chiaro: dai vertici del Pdl, infatti, qualcuno si è lasciato scappare un “sì, sono documenti che arrivano sul tavolo di continuo, ma non ci abbiamo fatto caso”.

I più ottimisti indicano una strada risolutiva: le elezioni, convinti che Silvio Berlusconi da solo possa tenere in piedi la baracca e ottenere un nuovo – l’ennesimo – ampio consenso. Ma la matematica, in politica, si trasforma in opinione: come si giustificherebbe il Cav. di fronte agli elettori che solo nella primavera scorsa gli hanno chiesto – per l’ennesima volta – di mettere un po’ d’ordine in questa Italia? Gli elettori non sono così cretini come qualcuno potrebbe credere facendo affidamento sui numeri sfornati dai sondaggi, che non tengono conto di una variabile: il rompimento di palle per i capricci che fa chi ha già tanto e pretende ancora di più.

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Il Pdl si agita per un documento “che non esiste”

Quel documento non esiste. Anzi, sì. C’è, è saltato fuori su qualche tavolo di lavoro. Ma non è niente di che. Ieri sera i vertici del PdL si sono dati da fare per serrare i ranghi non tanto attorno a Giulio Tremonti, quanto a se stessi. Basta dare un’occhiata alle agenzie che si sono susseguite nell’arco di pochi minuti.

Una volta che l’esclusiva di Notapolitica ha fatto capolino nel dibattito, si è mosso uno dei diretti interessanti, Claudio Scajola: «Non ho partecipato alla stesura di alcun contro-documento di politica economica, né ad alcuna iniziativa per “ridimensionare” il ministro Tremonti. Con il collega Tremonti ci confrontiamo quotidianamente, lealmente e in spirito di collaborazione».

(continua su Notapolitica.it)

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Ministro, risponda

«Se Tremonti vuol dire che la sicurezza del lavoro e del reddito è un bene della vita, dice solo un’ovvietà. Se invece vuol dire che questo bene si può proteggere efficacemente ancora oggi secondo il vecchio modello del posto di lavoro a vita allora la sua affermazione è demagogica»

Pietro Inchino, senatore Pd.

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I complessati

C’è qualcosa di preoccupante in certe uscite che arrivano dal centrodestra. Prima un Gianfranco Fini secondo il quale l’integrazione passerebbe per un’ora di religione islamica nelle scuole. Poi un Giulio Tremonti secondo il quale la mobilità del posto di lavoro non è un valore di per sé. Prese di posizioni rispettabili, non c’è dubbio, stando al sano principio della democrazia, ma che paiono nascondere un brutto vizio all’interno del PdL: quello di soffrire di un complesso di inferiorità nei confronti di alcuni cavalli di battaglia della sinistra.

E’ ironico: perché proprio nel momento in cui la sinistra italiana deve fare i conti con l’assenza di un progetto, offuscata com’è dall’odio personale nei confronti di Silvio Berlusconi, torna alla ribalta il buonismo sociale. Integrazione forzata da una parte, mettendo ulteriormente a repentaglio un’identità già scricchiolante della tradizione italiana, e messaggi che stridano con la situazione economico-lavorativa dei giorni nostri.

Ovvio che il posto fisso sarebbe la base più comoda sulla quale coltivare il progetto di una famiglia. Il problema è che, in periodi come questi, anzitutto andrebbero creati dei posti di lavoro attraverso una radicale riforma del mercato del lavoro che in Italia è ancorata ad un sistema corporativistico e imprigionato dalle maglie di sindacati più orientati a difendere i privilegi dei loro iscritti (nella maggior parte pensionati o pensionandi), piuttosto che quelli di chi bussa alla porta, ma trova sempre chiuso.

Lo scorso autunno questo governo si trovava di fronte alla sfida della scuola e della riforma Gelmini. Proprio il ministro dell’Istruzione dichiarava, il 16 novembre 2008, che  questo “per certi versi è un governo di sinistra”, dal momento che “noi mettiamo al centro non solo il ceto medio, ma anche quelle famiglie che faticano ad arrivare a fine mese, quelle famiglie che fanno molti sacrifici per far studiare i propri figli”. Come se un esecutivo di centrodestra non avesse il dovere di preoccuparsi delle famiglie che arrivano a fine mese. Una uscita mal calcolata che seguiva di pochi giorni una delle tante in cui un altro ministro, Renato Brunetta, va ripetendo che il centrodestra berlusconiano è la vera sinistra in Italia.

Era il periodo dell’infatuazione anche nel PdL per Barack Obama, ma era altrettanto evidente che non si trattava di un semplice innamoramento. Il fatto è che in questa maggioranza troppo spesso si registrano sterzate non gradite al vero elettorato di una forza, almeno a parole – ma nemmeno troppo, a questo punto – liberale o quanto meno conservatrice. Sarebbe forse il caso che si abbandonassero le polemiche legate alle vicende private del premier e si tornasse, al prossimo Consiglio dei ministri, a parlare di argomentazioni serie. Un suggerimento: davvero Tremonti vuole garantire un posto fisso a tutti? Bene, allora cominci a cambiare il mondo del lavoro. Poi ne riparleremo.

Quanto a Fini, occorrerebbe una folgorazione stile san Paolo.

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