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Scoop di rimbalzo

I cronisti italiani non devono avere abbastanza talpe o fonti: perché se i documenti delle procure arrivano sulle loro scrivanie prima ancora di essere note agli interessati di turno, con l’affare Wikileaks si sono dovuti mettere a rincorrere i concorrenti internazionali. Nelle nostre redazioni non è arrivata alcuna anticipazione, nemmeno dalle parti del potente gruppo editoriale Espresso che ha forti sinergie con El Pais, la testata spagnola che è stata tra le prime a mettere on line domenica sera anticipazioni delle rivelazioni sul dipartimento di Stato americano.

In compenso, adesso è partita la caccia allo scoop. Vale a dire più interviste possibili a politologi, ex ambasciatori e diplomatici in generale perché diano il loro giudizio sulle parole che riguardano Silvio Berlusconi. E’ una manna dal cielo quella che arriva da Wikileaks: il governo è debole, il premier in affanno e ora non manca il pretesto del “giudizio internazionale” per affondare ulteriormente il manico. Sul Corriere di oggi, un ex consigliere di Clinton, Sidney Blumenthal, dice che il presidente del Consiglio è un clown. Ne prendiamo atto. Come prendiamo atto che nonostante fosse stato screditato dall’intera opinione pubblica mondiale, George W. Bush venne rieletto presidente degli Stati Uniti nel 2004.

Il Cavaliere non piace nei corridoi di Washington, ripetono giornali e politici, per colpa dell’amicizia con Putin che ha assicurato ad un’azienda come l’Eni di fare grossi affari. Solitamente il sale dei rapporti internazionali è questo, ottenere vantaggi per la propria nazione. Eppure, quando c’è di mezzo Berlusconi, anche tra chi duramente critica il monopolio statunitense cresce un sentimento di affetto per l’alto lato dell’Oceano Atlantico.

Tornando ai media di casa nostra, pare che sia stato un successo la diretta web delle ore frenetiche di due giorni fa. La scoperta dell’acqua calda, visto che il cosiddetto Live Coverage o Live Blogging è prassi consolidata, con contributo da inviati sul campo via Twitter o altri programmi di semplice installazione (pensiamo a Coveritlive, di cui nessuno sembra esserne a conoscenza né al Corriere né a Repubblica né altrove). Ma il dramma – per quanto non lo dicano – è che i quotidiani italiani non si è filati nessuno. Vorrà pur dire qualcosa?

Poi questa mattina si passa su Repubblica.it e si nota come la notizia del suicidio di Mario Monicelli sia corredata da video e ultime dichiarazioni che paiono trovare il colpevole della sua scomparsa. Silvio Berlusconi, ovviamente. Il provincialismo impera.

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Se è solo questione di iPad

Il problema del giornalismo italiano sono, al di là dei giornalisti, gli editori. Gente che si bulla di avere un quotidiano, una rivista o una televisione in mano, senza badare poi all’accuratezza del prodotto perché quello è un altro paio di maniche. Banche, fondazioni e società che da una parte chiedono libertà imprenditoriale (sacrosanta), dall’altra allargano le tasche per i finanziamenti dallo stato.

Qui tutto ruota, dicono, attorno alle nuove tecnologie: più ce ne sono, più si vende. E così scatta la corsa alla versione dei giornali per l’iPad, l’ultimo prodotto di casa Apple. All’estero, invece, ci sono programmi come questi grazie ai quali il lettore, di fronte allo schermo del suo computer, può comodamente sfogliare il giornale. Da noi, in compenso, il Corriere.it sul telefonino diventa a pagamento: tanto vale spulciare sul sito dell’Ansa, tanto gli articoli si assomigliano tremendamente.

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Se bastasse Twitter

Sulla Stampa.it Marco Bardazzi affronta in modo interessante la tragedia di Haiti: dalla parte del giornalista. O meglio, partendo dal viaggio intrapreso da Maurizio Molinari per raggiungere l’isola colpita dal terremoto e il reportage che ne ha cavato fuori, spedito a Torino via sms.

Con l’esplosione dei social network ed in particolare di Twitter, si è diffusa nuovamente la convinzione che basti poco per fare del giornalismo e offrire contenuti. Certo, le nuove tecnologie aiutano a superare i limiti temporali e spaziali e ad aggiornare il lettore in tempo reale. Ma se bastasse questo per completare l’opera, sarebbe preoccupante. Come è preoccupante il fatto che nelle scuole di giornalismo certi docenti spingano gli studenti in questa direzione.

Fare il giornalista non vuol dire cambiare il mondo e nemmeno avere un patentino fornito dall’ordine che pretende di regolare la professione, ma significa comunque raccontare. Con tutta la buona volontà, i social network aiutano, ma non esauriscono il compito in tutto e per tutto. L’augurio è che lo capiscano anzitutto i giornalisti.

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Quanto ci farebbe bene uno Spectator

Si dice spesso che il mondo dell’editoria italiana sia saturo. Chi lo dice, non ha tutti i torti, anche perché molti quotidiani rimangono in piedi più che altro grazie ai finanziamenti alla carta stampata previsti dalla legge italiana. Eppure da noi manca un settimanale come si deve.
Nelle edicole sono Panorama e L’Espresso a fare da padroni per questa tipologia di prodotto, oltre alle altre innumerevoli riviste che trattano soprattutto di vita quotidiana, cronaca, spettacoli e gossip. Un plotone di pagine patinate che in Italia hanno soppiantato i quotidiani popolari all’inglese (The Sun, Daily Mail, Daily Mirror e giusto per citarne alcuni) e alla tedesca (Bild). Ma non vuol dire che possa nascere qualcosa di nuovo sotto il sole.
Prendiamo proprio i casi di Panorama e L’Espresso: più che settimanali, sono numeri da cento pagine e oltre stracolmi di rubriche e pubblicità, grandi foto e inchieste prima di lasciare spazio ad altri settori che si susseguono mandando il lettore in confusione, il più delle volte. Non si leggono nemmeno tutti gli articoli pubblicati, a volte si finisce per dare una sbirciata a quelle brevi che servono a tappare i buchi o a tabelle, grafici e altri elementi iconografici riassuntivi del malloppo più grosso.
In Italia manca un settimanale che offra contenuti che rimangano dopo aver buttato via la copia ormai vecchia. Lo stesso che vale spesso nei quotidiani. In Italia manca un settimanale che, per intenderci, ricalchi il modello dello Spectator. È solo il primo nome di una lunga lista per il semplice fatto che il settimanale londinese è al mondo dal 1828 e se è resistito fino ad ora ci sarà un motivo.
I settimanali di attualità venduti in Gran Bretagna o negli Stati Uniti d’America non pensano nemmeno minimamente a raggiungere una foliazione come quella di casa nostra, eccetto per casi eccezionali. Allo Spectator, ad esempio, adottano questa strategia sotto le vacanze di Natale, anche perché un numero, quello più a ridosso delle feste, vale per due settimane filate. Pagine riempite da articoli che all’occhio del lettore italiano si trasformano immediatamente in un muro difficile da superare. Troppo pesanti, nessuna foto se non in formato mini. Un esempio: a dicembre Matthew D’Ancona, direttore dello Spectator, ha intervistato Lily Allen, cantante pop britannica. Due pagine fitte di chiacchierata, solo una piccola immagine in apertura della protagonista del servizio. Che, d’altra parte, era allo stesso ironico e interessante. E pensare che il settimanale in questione è, più che altro, un prodotto legato molto alla politica, dal momento che è uno dei megafoni del mondo conservatore.
In Italia sarebbe uscita così, che si trattasse del duo Panorama/Espresso o degli altri settimanali tipo Chi, Gente, Oggi: foto (tante foto), un’intervista nel vero senso della parola (per intenderci con domande e risposte), una scheda riassuntiva sul personaggio lunga una colonna e, infine, un box su chi siano le nostre Lily Allen o quelle sparse nel resto del mondo.
Ovvio, un prodotto come lo Spectator, ma anche come Newsweek o Time, non è per tutti. Seleziona i propri lettori, come è giusto che sia. Una mossa azzardata in una realtà come la nostra, dove sempre più gente legge sempre di meno. Colpa dell’attitudine diffusa nel popolo italiano (particolarmente significative le scene di chi non prende nemmeno i quotidiani gratuiti mentre sta entrando in metropolitana con il tipo di turno che fa di tutto per metterglielo sotto il naso). O sarà forse colpa dei giornalisti che non si domandando perché a nessuno importa niente di avere una bibbia mensile per dimensioni piuttosto che qualcosa da leggere?

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My new endorsement

Non c’è come vederlo con i propri occhi: il mondo dell’informazione è impregnato di spirito progressista. Se il diritto di voto, per qualche disgrazia umana (non divina perché Dio non ci vorrebbe così male), venisse concesso solo ai giornalisti, bipolarismo e alternanza andrebbero a farsi benedire con buona pace degli stessi scrivani di sinistra che tanto hanno a cuore questi progressisti concetti.

Per chi la pensa diversamente e dimostra un sano spirito di autoconservazione la storia si fa interessante: lasciar perdere sarebbe vigliacco, usare la testa invece un buon antidoto per rimanere come si è.

D’altra parte è ormai chiaro ai nostri lettori che da queste parti vigono alcune regole comportamentali: orgoglio, amicizia fraterna, sofferenza, preghiera, violenza regolata, faccia a faccia e tanto rispetto. Sono regole più che valide, proprie degli individui che credono prima di tutto nei singoli e poi nella società. Regole che rendono un individuo enorme in mezzo a tanti piccoli che si credono grandi.

Dopo tutto, l’apparenza inganna.

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