Archivi del mese: maggio 2009

Fini non si sta convertendo, purtroppo

E’ un gran parlare di Gianfranco Fini in questi giorni e non potrebbe essere altrimenti. D’altra parte Silvio Berlusconi continua ad essere il Cavaliere di sempre, soprattutto ora che è attaccato sul piano personale da Repubblica con le famose dieci domande e deve vedersela con i giudici di Milano per il caso Mills; Umberto Bossi ormai lavora da tempo da dietro le quinte e sta facendo lo stesso anche sotto elezioni; Dario Franceschini tenta disperatamente di conquistare un risultato accettabile per il Pd; Pierferdinando Casini non si è ancora ben capito a che gioco voglia giocare; Tonino Di Pietro sogna ancora di mettere le manette al presidente del Consiglio e di divenire pm moralizzatore d’Italia.

Solo Fini offre qualcosa di nuovo ai commentatori politici e a chiunque è disposto a dare retta alle dichiarazioni che giungono dalla Camera. Già si parla di lui come di un convertito per le nuove posizioni in temi etici, di immigrazione e solidarietà sociale. Oggi pomeriggio ha fatto oltre: lui stesso ha anticipato gli avversari che stanno nella sua coalizione.  Ma è vera questa ipotizzata “conversione” di Gianfranco Fini sulla via per Palazzo Chigi oppure è siamo di fronte, molto più semplicemente, ad una parabola umana già in atto da tempo?

Da queste parti si propende per la seconda: Fini sta facendo il Gianfranco Fini. Un uomo cresciuto all’ombra della politica, da sempre immerso nella politica, uno che se ha fatto il giornalista per qualche anno, lo ha fatto per fare politica dalle pagine del Secolo d’Italia. Fini non può essere immaginato in un altro luogo se non quello della politica. Qui ha appreso l’arte di ritagliarsi uno spazio e ha passato l’esame a pieni voti, al punto che riesce a far parlare di sé pur avendo di fronte un macigno come Berlusconi.

Gianfranco Fini non ha mai avuto una spina dorsale forte, basta leggere la sua biografia missina e aennina. Certo, è l’uomo della svolta di Fiuggi, ma quella era scelta da intraprendere per forza: il Cavaliere aveva creato nuovi scenari e aveva posto i partiti italiani di fronte ad un bivio: o cambiate o morite. Non è un caso che la sinistra ha cambiato solo il nome e non i contenuti, ed ora è messa parecchio male. Fini è e ha cambiato, ma a modo suo, ossia fingendo che il post Fiuggi non sia esistito.

Era l’uomo che non voleva che i figli alle elementari avessero un maestro gay. Era quello che Mussolini fu un grande statista, quello che gli immigrati devono seguire anzitutto i doveri, altrimenti a casa. Era quello che fece la legge con Bossi. Era quello che andò in Europa con Amato per mettere nero su bianco la costituzione dell’Ue. In quella Carta saltarono i principi cristiano-giudiaici. Fini fece quasi finta di niente, mica era colpa sua. In realtà è da allora, dopo la full immersion nei salotti europeisti, che l’uomo è cambiato, fino alle cronache odierne.

Gianfranco Fini non ha tradito nessuno e tantomeno non ha tradito il suo passato. Questo è il problema: Fini sta continuando a fare il politico in cerca di nuovi lidi ai quali approdare. Ora sono quelli della nouvelle droit già auspicati nei discorsi di scioglimento di An e di fondazione del Pdl. Sogna da sarkozyano e obamiano allo stesso tempo, come capita spesso nella provincia italiana: mettere insieme due cose diverse, fare da sintetizzatore di due modelli diversi. Uno europeo, l’altro americano. Uno neoconservatore (da non confondere con i neocon, capita anche questo nella provincia Italia), l’altro figlio di una crisi economica e nient’altro, diciamo passeggero.

Fini non si sta convertendo, purtroppo. Altrimenti avrebbe intrapreso un sentiero ben più solido.

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Quanto ci farebbe bene uno Spectator

Si dice spesso che il mondo dell’editoria italiana sia saturo. Chi lo dice, non ha tutti i torti, anche perché molti quotidiani rimangono in piedi più che altro grazie ai finanziamenti alla carta stampata previsti dalla legge italiana. Eppure da noi manca un settimanale come si deve.
Nelle edicole sono Panorama e L’Espresso a fare da padroni per questa tipologia di prodotto, oltre alle altre innumerevoli riviste che trattano soprattutto di vita quotidiana, cronaca, spettacoli e gossip. Un plotone di pagine patinate che in Italia hanno soppiantato i quotidiani popolari all’inglese (The Sun, Daily Mail, Daily Mirror e giusto per citarne alcuni) e alla tedesca (Bild). Ma non vuol dire che possa nascere qualcosa di nuovo sotto il sole.
Prendiamo proprio i casi di Panorama e L’Espresso: più che settimanali, sono numeri da cento pagine e oltre stracolmi di rubriche e pubblicità, grandi foto e inchieste prima di lasciare spazio ad altri settori che si susseguono mandando il lettore in confusione, il più delle volte. Non si leggono nemmeno tutti gli articoli pubblicati, a volte si finisce per dare una sbirciata a quelle brevi che servono a tappare i buchi o a tabelle, grafici e altri elementi iconografici riassuntivi del malloppo più grosso.
In Italia manca un settimanale che offra contenuti che rimangano dopo aver buttato via la copia ormai vecchia. Lo stesso che vale spesso nei quotidiani. In Italia manca un settimanale che, per intenderci, ricalchi il modello dello Spectator. È solo il primo nome di una lunga lista per il semplice fatto che il settimanale londinese è al mondo dal 1828 e se è resistito fino ad ora ci sarà un motivo.
I settimanali di attualità venduti in Gran Bretagna o negli Stati Uniti d’America non pensano nemmeno minimamente a raggiungere una foliazione come quella di casa nostra, eccetto per casi eccezionali. Allo Spectator, ad esempio, adottano questa strategia sotto le vacanze di Natale, anche perché un numero, quello più a ridosso delle feste, vale per due settimane filate. Pagine riempite da articoli che all’occhio del lettore italiano si trasformano immediatamente in un muro difficile da superare. Troppo pesanti, nessuna foto se non in formato mini. Un esempio: a dicembre Matthew D’Ancona, direttore dello Spectator, ha intervistato Lily Allen, cantante pop britannica. Due pagine fitte di chiacchierata, solo una piccola immagine in apertura della protagonista del servizio. Che, d’altra parte, era allo stesso ironico e interessante. E pensare che il settimanale in questione è, più che altro, un prodotto legato molto alla politica, dal momento che è uno dei megafoni del mondo conservatore.
In Italia sarebbe uscita così, che si trattasse del duo Panorama/Espresso o degli altri settimanali tipo Chi, Gente, Oggi: foto (tante foto), un’intervista nel vero senso della parola (per intenderci con domande e risposte), una scheda riassuntiva sul personaggio lunga una colonna e, infine, un box su chi siano le nostre Lily Allen o quelle sparse nel resto del mondo.
Ovvio, un prodotto come lo Spectator, ma anche come Newsweek o Time, non è per tutti. Seleziona i propri lettori, come è giusto che sia. Una mossa azzardata in una realtà come la nostra, dove sempre più gente legge sempre di meno. Colpa dell’attitudine diffusa nel popolo italiano (particolarmente significative le scene di chi non prende nemmeno i quotidiani gratuiti mentre sta entrando in metropolitana con il tipo di turno che fa di tutto per metterglielo sotto il naso). O sarà forse colpa dei giornalisti che non si domandando perché a nessuno importa niente di avere una bibbia mensile per dimensioni piuttosto che qualcosa da leggere?

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Donne senza gonne

Attenzione, attenzione! Le donne mettono i pantaloni. Saranno guai.

Me lo ha detto mia nonna paterna, domenica scorsa. Lei abita da sola, ha perso marito e figlio. Si lamenta sempre perché ci sente poco, ma cammina in un lungo e in largo per Piacenza per quanto abbia superato quota 80 anni. Mingherlina, un po’ curva, lenta e meticolosa nei movimenti, mia nonna mi fa: “Quando ero giovane, c’era questa canzone che diceva” e via con la frase sopra citata.

Mia nonna ha tirato fuori la frase che spiega tutto. Non è mia intenzione passare per quello che facilmente sarebbe definibile un retrogado, un maschilista e termini di estrazione femminista vari. Il problema è tutto qui: le donne hanno svestito il loro aspetto di donne, il loro fascino di femmine. Al punto che oggi quando si vede una donna vestita di gonna e accessori femminili, si finisce per pensare quanto possa essere zoccola e brava a letto. Invece se passeggia infagottata di vestiti che la spersonalizzano, nessuno ci fa caso. Anzi pensa: secondo me, quella è una che ha due palle così.

Le donne hanno voluto fare la rivoluzione, ma non sono state in grado di gestirla. Hanno preso sotto braccio l’estremismo – il femminismo – e hanno inziato a vergognarsi di essere donne. Di avere un fisico diverso da quello degli uomini. Hanno desiderato tanto prendere il posto dei maschi che i maschi, oggi, sono loro. Prendete le idee portate in trasmissione, ad Annozero, da Emma Bonino e Concita De Gregorio. La prima – nessuno se lo ricorda – in una rubrica tenuta su un settimanale confessava di avere solo due rimpianti nella vita: aver abortito e aver divorziato. La seconda ha pubblicizzato la nuova Unità infilandola nella tasca posteriore di una giovane in hot pants.

Loro, però, portano i pantaloni. Così si spiega tutto.

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Donna Miriam

E’ la politica, bellezza. Un affare di carte, incontri – scontri, riunioni, vertici e donne. Come quelle di cui ama circondarsi il buon Silvio Berlusconi. Le ha sempre inseguite e cercate, trovandone a differenza di molti. Ne ha così tante – dicono – che ormai è costretto a candidarle alle Europee o – dicono ancora i più maligni – a nominarle ministre.

Ma sopra tutte loro vige donna Miriam, meglio conosciuta come Veronica Lario, la relegata di Villa Macherio. I due divoriziano e pare che stia per finire il mondo. D’un tratto la crisi e la febbre porcella sono passate in secondo piano per lasciare posto alle confessioni di lei ad agenzie e Repubblica e quelle di lui al Corriere, con tanto di firma di f. de. b., leggi Ferruccio de Bortoli.

Si penta lui, no si penta lei. Pentiamoci tutti e facciamo la pace. Non questa volta, che qui ci sono di mezzo i tanti soldini che il Cavaliere ha messo da parte con le sue attività di imprenditore e poi ci sono i figli con le bocche da sfamare. Il voto a giugno? E chi lo sa, magari il soldatino Dario Franceschini ce ne guadagna. Certo ci smeniamo noi che non siamo puritani, anzi conosciamo i meccanismi della politica. In Gran Bretagna e Stati Uniti va ancora peggio. Là sono volate pure le teste dei ministri quali Profumo, ricordate?

Ora però torniamo a fare le persone serie. Perché noi, che non siamo puritani e ci ricordiamo bene come funzionano le cose fuori da queste Paese, pretendiamo pure che la gente che governa si rimetta il più presto possibile a lavorare. Come accade in ogni decente nazione.

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I PRIMI 100 GIORNI DI OBAMA

Lui non è George W. Bush, quindi nessuno vi segnalerà le sue gaffe. Lui sì, invece.

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