Fini non si sta convertendo, purtroppo

E’ un gran parlare di Gianfranco Fini in questi giorni e non potrebbe essere altrimenti. D’altra parte Silvio Berlusconi continua ad essere il Cavaliere di sempre, soprattutto ora che è attaccato sul piano personale da Repubblica con le famose dieci domande e deve vedersela con i giudici di Milano per il caso Mills; Umberto Bossi ormai lavora da tempo da dietro le quinte e sta facendo lo stesso anche sotto elezioni; Dario Franceschini tenta disperatamente di conquistare un risultato accettabile per il Pd; Pierferdinando Casini non si è ancora ben capito a che gioco voglia giocare; Tonino Di Pietro sogna ancora di mettere le manette al presidente del Consiglio e di divenire pm moralizzatore d’Italia.

Solo Fini offre qualcosa di nuovo ai commentatori politici e a chiunque è disposto a dare retta alle dichiarazioni che giungono dalla Camera. Già si parla di lui come di un convertito per le nuove posizioni in temi etici, di immigrazione e solidarietà sociale. Oggi pomeriggio ha fatto oltre: lui stesso ha anticipato gli avversari che stanno nella sua coalizione.  Ma è vera questa ipotizzata “conversione” di Gianfranco Fini sulla via per Palazzo Chigi oppure è siamo di fronte, molto più semplicemente, ad una parabola umana già in atto da tempo?

Da queste parti si propende per la seconda: Fini sta facendo il Gianfranco Fini. Un uomo cresciuto all’ombra della politica, da sempre immerso nella politica, uno che se ha fatto il giornalista per qualche anno, lo ha fatto per fare politica dalle pagine del Secolo d’Italia. Fini non può essere immaginato in un altro luogo se non quello della politica. Qui ha appreso l’arte di ritagliarsi uno spazio e ha passato l’esame a pieni voti, al punto che riesce a far parlare di sé pur avendo di fronte un macigno come Berlusconi.

Gianfranco Fini non ha mai avuto una spina dorsale forte, basta leggere la sua biografia missina e aennina. Certo, è l’uomo della svolta di Fiuggi, ma quella era scelta da intraprendere per forza: il Cavaliere aveva creato nuovi scenari e aveva posto i partiti italiani di fronte ad un bivio: o cambiate o morite. Non è un caso che la sinistra ha cambiato solo il nome e non i contenuti, ed ora è messa parecchio male. Fini è e ha cambiato, ma a modo suo, ossia fingendo che il post Fiuggi non sia esistito.

Era l’uomo che non voleva che i figli alle elementari avessero un maestro gay. Era quello che Mussolini fu un grande statista, quello che gli immigrati devono seguire anzitutto i doveri, altrimenti a casa. Era quello che fece la legge con Bossi. Era quello che andò in Europa con Amato per mettere nero su bianco la costituzione dell’Ue. In quella Carta saltarono i principi cristiano-giudiaici. Fini fece quasi finta di niente, mica era colpa sua. In realtà è da allora, dopo la full immersion nei salotti europeisti, che l’uomo è cambiato, fino alle cronache odierne.

Gianfranco Fini non ha tradito nessuno e tantomeno non ha tradito il suo passato. Questo è il problema: Fini sta continuando a fare il politico in cerca di nuovi lidi ai quali approdare. Ora sono quelli della nouvelle droit già auspicati nei discorsi di scioglimento di An e di fondazione del Pdl. Sogna da sarkozyano e obamiano allo stesso tempo, come capita spesso nella provincia italiana: mettere insieme due cose diverse, fare da sintetizzatore di due modelli diversi. Uno europeo, l’altro americano. Uno neoconservatore (da non confondere con i neocon, capita anche questo nella provincia Italia), l’altro figlio di una crisi economica e nient’altro, diciamo passeggero.

Fini non si sta convertendo, purtroppo. Altrimenti avrebbe intrapreso un sentiero ben più solido.

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