Archivi del mese: settembre 2008

Uolter il salvatore

Dario Mazzocchi, Libero-news.it

Ora è tutto merito suo. Se Alitalia è salva, è perché Walter Veltroni ci ha messo la zampino. In queste ore concitate che hanno visto anche la Cgil firmare l’accordo con Cai, il segretario del Partito democratico ha rivendicato un ruolo fondamentale nella trattativa: “Quarantotto ore fa si è sbloccata la situazione perché, mettendo insieme Colaninno ed Epifani, ho cercato di favorire il fatto che si trovasse un punto di intesa”. Ovviamente, arriva la frecciatina contro il presidente del Consiglio: “Berlusconi non è qui, è partito per una destinazione che non conosciamo”. “Non avrei replicato a Berlusconi se lui non mi avesse attaccato a freddo”, ha poi aggiunto nel corso della registrazione della puntata di Porta a porta. “Di fronte ad un’opposizione che collabora, in un Paese civile un presidente del Consiglio non insulta, ma rispetta. Basta con gli spot, i fuochi d’artificio, il bullismo al governo”.
Gli spot. Veltroni li snocciola uno ad uno: “Ha cambiato idea su tutto, su Air France, sulla cordata, ha parlato del coinvolgimento dei figli, di Aereoflot, delle ferrovie dello stato. È stato uno show, che dimostra la confusione con cui Berlusconi ha affrontato il problema. Io non ho mai cambiato idea”.  Gli unici complimenti arrivano per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta: “Si è sempre speso per cercare una soluzione positiva per Alitalia”. Veltroni si autoincensa, dice di essersi comportato come un leader dell’opposizione anglosassone: “Nonostante il giudizio fortemente negativo su come è stata gestita dal governo la vicenda, tuttavia ho cercato di dare una mano nelle relazioni con Colaninno e i sindacati e ho sempre informato Gianni Letta. Io e lui apparteniamo alla stessa cultura istituzionale”.
La risposta alle parole del leader del Pd arriva dal ministro dei Trasporti, Altero Matteoli: “Figurarsi se può intestarsi il merito dell’accordo Veltroni che lo ha ostacolato fino a poche ore fa”, ha detto sempre nel corso della registrazione di Porta a porta. Ha colto anche l’occasione per precisare quanto accaduto nelle ultime ore: “Non è cambiato sostanzialmente nulla, è stato sottoscritto l’accordo di sette giorni fa, erano solo rimasti in sospeso alcuni chiarimenti che sono stati dati questa mattina e questo ha portato anche la Cgil a firmare”. Lo attacca pure l’ormai ex alleato Antonio Di Pietro: “Veltroni senza aver fatto nessuna manifestazione con gli operai dice che grazie a lui gli operai ce l’hanno fatta. Ma gli operai non ce l’hanno fatta, hanno solo subito”.
A Walter però non importa. Dalle comode poltrone bianche del salotto di Bruno Vespa sente di essere stato risolutivo.

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Generale d’acciaio

I want you to remember that no bastard ever won a war by dying for his country. He won it by making the other poor, dumb bastard die for his country.

Men, all this stuff you’ve heard about America not wanting to fight, wanting to stay out of the war is a lot of horse dung. Americans, traditionally, love to fight. All real Americans love the sting of battle.

When you were kids you all admired the champion marble shooter, the fastest runner, big league ball player, the toughest boxer. Americans love a winner and will not tolerate a loser. Americans play to win all the time. I wouldn’t give a hoot in hell for a man who lost and laughed. That’s why Americans have never lost and will never lose a war, because the very thought of losing is hateful to Americans.

Now, an army is a team. It lives, eats, sleeps, fights as a team. This individuality stuff is a bunch of crap. The bilious bastards who wrote that stuff about individuality for the Saturday Evening Post don’t know anything more about real battle than they do about fornicating.

Now, we have the finest food, equipment, the best spirit, and the best men in the world. You know, by God I, I actually pity those poor bastards we’re going up against, by God, I do. We’re not just going to shoot the bastards; we’re going to cut out their living guts and use them to grease the treads of our tanks. We’re going to murder those lousy Hun bastards by the bushel.

Now, some of you boys, I know, are wondering whether or not you’ll chicken out under fire. Don’t worry about it. I can assure you that you will all do your duty.

The Nazis are the enemy. Wade into them. Spill their blood. Shoot them in the belly. When you put your hand into a bunch of goo that a moment before was your best friend’s face, you’ll know what to do.

Now there’s another thing I want you to remember: I don’t want to get any messages saying that we are holding our position. We’re not holding anything. Let the Hun do that. We are advancing constantly and we’re not interested in holding onto anything except the enemy. We’re going to hold onto him by the nose and we’re going to kick him in the ass. We’re going to kick the hell out of him all the time and we’re going to go through him like crap through a goose.

Now, there’s one thing that you men will be able to say when you get back home. And you may thank God for it. Thirty years from now when you’re sitting around your fireside with your grandson on your knee, and he asks you: “What did you do in the great World War II?” You won’t have to say, “Well, I shoveled shit in Louisiana.”

Alright, now you sons-of-bitches, you know how I feel. Oh… I will be proud to lead you wonderful guys into battle anytime, anywhere.

That’s all.

 

  Generale George S. Patton, 5 luglio 1944

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Alitalia, il popolo di sinistra fa festa

Dario Mazzocchi, Libero-news

La trattativa è fallita, l’Alitalia rischia di scomparire, la barca affonda con 18.000 potenziali disoccupati a bordo. Ma a sinistra c’è chi festeggia, chi si unisce ai cori di soddisfazione di ieri di piloti, hostess e steward che si erano dati appuntamento negli aeroporti in vista della scadenza dell’ultimatum di Cai, Compagnia aerea italiana. Basta capitare sul sito di Lombardia Indymedia per imbattersi in un articolo che riassume vincitori e vinti delle ultime settimane.
Perde ovviamente Silvio Berlusconi che “aveva urlato: “Alitalia agli italiani”. Risultato? Trattativa fallita miseramente”. Quello del presidente del Consiglio è un “flop storico”. Perde anche Walter Veltroni che assieme a Prodi “voleva dare Alitalia ad Air France”, la quale “non avrebbe concesso ai lavoratori condizioni accettabili”. Sarà “pure contento per la sconfitta di Berlusconi”, ma se fosse stato al governo si sarebbe comportato allo stesso modo di Bersani, che ha “puntato il dito contro i disoccupati”. Perdono i padroni, i capitalisti, tra i quali compare il nome di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria. “Erano tutti lì che si leccavano i baffi per l’affare che potevano fare”, tuonano quelli di Indymedia. La Marcegaglia, poi, perde due volte: per il fallimento della trattativa e perché tra i nomi della cordata compariva quello della sua società, alla faccia delle “posizioni liberaliste dell’organizzazione”.
Strano a crederlo, ma perde pure la Cgil, il sindacato che non ha firmato l’accordo. A sinistra insinuano che non l’abbia fatto dopo una telefonata dai palazzi del potere per evitare di concedere a Berlusconi un’altra vittoria, quindi arrivò il dietrofront di Epifani. La Cgil in questo modo è diventata “appendice del Pd”, non è più invece il sindacato dei lavoratori che lotta per i loro diritti.
Trionfano invece i lavoratori a discapito dei padroni “che avevano usato l’arroganza” nei loro confronti. Vincono i sindacalisti delle sigle di base e indipendenti (leggi Anpac), che “hanno deciso che, a quelle condizioni (quelle della Cai, ndr), era meglio affondare tutti assieme”. C’è da dire che ci sono riusciti.
Mentre si consuma la vendetta, ecco che navigando sul sito del Manifesto si rimane di stucco nel momento in cui, tra le pubblicità che ruotano in home page, sopra la storica testata, compare pure quella della Air France. E pensare che in primavera anche loro avevano maledetto Prodi per il flirt con i transalpini. Però si sa, pecunia non olet.

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Bravi

Un applauso ai sindacati di cas nostra. Loro sì che sanno come tenere a casa la gente. Mica gli ultimatum, questi sono un passo avanti.

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La finta festa multicolore

Jacob Zuma si appresta a togliere dai piedi Thabo Mbeki, il presidente del Sud Africa che ha fatto da intermediario tra Zimbabwe e resto del Mondo negli scorsi mesi, più disastri che successi. Si tratta di una lotta tutta interna all’African national congress, il partito che fu di Nelson Mandela, il partito dei neri che di fatto controlla la scena politica in quello stato. Non c’è dubbio che Zuma sia un personaggio ambiguo se non addirittura rappresentativo di quanto stia capitando da quelle parti.

Accusato di corruzione durante il mandato di vice presidente in un affare che vedeva coinvolte armi francesi, è stato pure accusato di stupro ai danni di una amica di famiglia che gli domandava aiuto. Amica di famiglia malata di Aids. Durante il processo, accertato che il rapporto sessuale era avvenuto senza precauzioni, rispose tranquillamente che non temeva di essere rimasto contagiato perché dopo la violenza si era fatto una doccia. Eppure è sulla breccia, un politico che raccoglie consensi in particolare negli ambienti socialisti e comunisti, puntando sulla redistribuzione dei beni tra i poveri della nazione. I poveri negri, si capisce. Lui, zulu di origine, si mette in coda agli altri esponenti politici sudafricani che nel corso degli ultimi anni hanno fatto del Sud Africa una terra di corruzione, per l’appunto, e di razzismo al contrario.

I bianchi vengono perseguitati, non è una leggenda. In particolare nelle zone agricole, molti afrikaans, i discendenti dei boeri, si trovano sotto assedio. Lasciano le immense fattorie, migrano altrove per evitare di rimanere accoppati o di vedere moglie e figli violentate dai delinquenti allo sbando. D’altra parte, basta guardare l’atteggiamento dell’attuale capo di Stato, Mbeki, che nel corso della crisi dello Zimbabwe dava corda a quel Mugabe che accusava l’Occidente – vale a dire i bianchi – di manovrare contro di lui e contro l’intreresse del suo popolo. Nel frattempo, i bianchi venivano messi all’angolo e seriamente minacciati.

Nelle città la situazione è, se possibile, peggiore. Pretoria, Johannesburg e altre località contano tra la popolazione povera molti bianchi che faticano a sopravvivvere, se non addirittura in alcuni casi sono divenuti barboni. Rapine, violenze, minacce delle quali è rimasta vittima anche Nadine Gordimer, scrittrice paladina delle battaglie contro l’apartheid. Insomma, il governo dei neri non ha niente a che vedere con il concetto di maggiore democrazia.

Di tutta questa faccenda, ovviamente, se ne parla poco, pochissimo, quasi nulla. Eppure la realtà dei fatti è che per i bianchi, in Sud Africa, il futuro si fa oscuro. O meglio, nero.

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I nodi tornano al pettine

Già, una vecchia storia. Ma ci sarà pure un motivo per il quale siamo sempre qui a contarcela: semplicemente, non è mai stata scritta. Sessant’anni sono lunghi, posso servire a tanto oppure a niente. In questo caso sembrano un’eternità rimasta lì, in mezzo al guado, né da una parte né dall’altra. Forse è meglio, forse è giusto che una storia non sia di esclusiva proprietà di una parte sola. Peccato che in Italia non è mai stata digerita. Parliamo della storia della guerra civile, quella iniziata nel 1943 e conclusasi nel 1945, se non addirittura dopo, perché il sangue ha continuato a scorrere anche dopo piazzale Loreto. A sinistra, quei pochi che la chiamano così, guerra civile, invece si fermano al 25 aprile. Quanto successo dopo lo riportano sotto il termine vago di “violenze”. Troppo facile.
Rendere onore, il ricordo almeno, ai caduti di Salò è un atto intelligente e garbato, perché che fossero fascisti o partigiani, quelli che si affrontarono da una parte e dell’altra erano prima di tutto italiani. Combattevano per due “Italie” diverse tra loro, ma pur sempre italiane. Come si potrebbe declamare l’unità di questa nazione se ci dimenticassimo di quelli “deviati” per il fatto che aderirono alla Repubblica sociale piuttosto che a quell’altra cosa, che nemmeno aveva un nome ben definito, che nemmeno aveva un governo, fuggito in fretta e furia da Roma a Bari?
I brigatisti erano “compagni che sbagliavano”, ma compagni italiani. I ragazzi di Salò? Niente, loro sono quella storia che sta nel mezzo del guado, abbandonati a loro stesso solo perché fecero l’altra scelta.
La politica centra e non centra. E’ la cultura nazionale che manca. Prendiamo il destino degli Internati militari italiani. Finirono in Germania, nei campi di concentramento. Non vestirono i panni dei partigiani, ma nemmeno quelli dei repubblichini. Eppure, anche loro, anche gli Imi sono stati abbandonati nell’oblìo della cultura italiana, intendendo per cultura la storia. Sono morti con loro stessi, mai nessuno, tra quelli di dovere, si ricorderà di loro. Eppure non erano fascisti, perché non aderirono alla Rsi, decisione che li avrebbe salvati dall’agonia di quei campi di tortura nazisti.
Questa storia è tanto vecchia quanto non sincera. Dopo uno si chiede com’è che, con tutti i problemi che abbiamo, torniamo ogni tanto a perderci in un bicchiere d’acqua come vengono considerati i fatti di sessant’anni fa. I nodi tornano sempre al pettine.

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L’orgoglio dei giovani di An: La Russa ha fatto bene

Dario Mazzocchi, Libero-news.it

E’ sempre la solita storia, ma continua a far discutere. Oggi come sessanta anni fa. Le parole del ministro della Difesa, Ignazio La Russa, sui soldati che combatterono indossando la divisa della Repubblica sociale italiana hanno lasciato il segno, scatenando le proteste del centrosinistra e l’affondo del presidente Napolitano, proprio in presenza di La Russa nel corso delle celebrazioni per il 65° anniversario della difesa di Roma. Ricordare i partigiani è un dovere morale, i ragazzi di Salò rimangono ancora nel ghetto, nonostante le dichiarazioni anche di Luciano Violante nel discorso di insediamento a presidente della Camera. Correva l’anno 1996.
A destra non ci stanno e non ci stanno soprattutto i ragazzi cresciuti in Azione giovani e prima della svolta di Fiuggi del 1994, quando il Movimento sociale divenne Alleanza nazionale. A Bologna hanno reso omaggio sia ai caduti della Rsi che ai partigiani, ma al Partito democratico la cosa non è piaciuta, per quanto si ripeta da dieci anni a questa parte, come ricorda Galeazzo Bignami, membro dell’esecutivo nazionale di Azione giovani e vice presidente provinciale di An. “Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, qui davvero la sinistra è fuori tempo massimo”, racconta a Libero-news, “dopo mezzo secolo i fatti storici dovrebbero essere deideologizzati, per lasciare che i ragazzi possano pensare con la loro testa”. Le parole di La Russa (“Farei torto alla mia coscienza se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell’esercito Rsi, combatterono credendo nella difesa della Patria) sono soltanto un passaggio nell’opera di “pacificazione che continua da parte nostra”, mentre, affonda Bignami, “c’è chi usa i partigiani solo come clava”. E sottolinea come “gli unici fiori veri” per ricordali siano quelli deposti ieri alla Certosa, “gli altri sono finti e tenuti molto male”. Vittorio De Lorenzi, altro volto noto di An in città e a capo della circoscrizione di Santo Stefano (il quartiere di Romano Prodi) è “perfettamente d’accordo con le parole di La Russa, è una iniziativa legittima”. “Non è una questione nostalgica, non si può far finta che non sia esistita un’altra parte nel corso della guerra civile che ha combattuto in buona fede”.
Da Bologna a Milano, le posizioni non cambiano minimamente. Carlo Fidanza, vice presidente nazionale di Azione giovani e capogruppo di An in consiglio comunale esordisce: “Noi siamo molto sereni, La Russa d’altra parte avrebbe fatto un torto a se stesso se non avesse ricordato anche i caduti della Rsi”. Fidanza ricorda come da sempre la destra giovanile abbia spinto l’Msi fuori dal ghetto, non c’è assolutamente nostalgia per il passato. Piuttosto, come ricorda riprendendo una frase di Almirante, “la sola nostra nostalgia è l’avvenire”.
Gianmario Mariniello è assistente di Italo Bocchino, capogruppo del Pdl alla Camera, e nei vertici nazionali di Aziona giovani. Da Roma ci tiene a far sapere che sogna “un Paese dove il fascismo sia argomento solo per dibattiti tra storici” e che “la sinistra è senza argomenti e cerca di risvegliarsi dal come profondo in cui vegeta cavalcando il vecchio e ammuffito antifascismo”. E’ ora di guardare avanti, ai veri problemi dell’Italia di oggi. Senza dimenticare di mettere ordine nel passato.

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