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Bestemmia

Silvio Berlusconi si è lasciato andare ad una bestemmia al termine di una barzelletta e certamente non è una gran lezione di stile. Soprattutto, ha offerto involontariamente agli avversari una mano per dargli contro, anche se bisogna applaudire la tempestività con la quale il gruppo Espresso pubblica certe cose non appena torna l’aria di funerale, anche se formalmente il morto non c’è ancora. E’ l’epoca di internet e bisogna stare attenti quando si scambiano due parole per strada se si è un personaggio famoso: il video della chiacchierata irrimediabilmente finirà su YouTube o da qualche altra parte, in particolare se c’è di mezzo una gaffe.

Dunque il Cav. ha tirato una bestemmia e si è lasciato andare ad una barzelletta sugli ebrei. Walter Veltroni ha detto che il premier “perde il suo tempo raccontando storielle indegne e blasfeme”. Come gran parte degli italiani che fanno, di tanto in tanto, commenti cinici o politicamente scorretti con gli amici, per poi alzare il ditino indignati pubblicamente. I laicisti non hanno fiatato: potevano congratularsi con Berlusconi, dire che ha sdoganato l’Italia dall’intromissione vaticana, ma è Berlusconi quindi non va bene.

Una bella confessione come Dio comanda e poi via, tutti ad affrontare cose serie. Speriamo.

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Bollettino dal fronte democratico

Ecco come sono veramente andate le cose lunedì sera, quando si faceva sempre più reale la disfatta del Partito democratico in Sardegna.
Mentre Massimo D’Alema percorreva l’autostrada che l’avrebbe portato a Gallipoli e da qui sarebbe salito a bordo della sua nave, perché lui già sapeva che era il momento di salpare per altri lidi, Walter Veltroni se ne stava comodo sul divano di casa sua a guardare il dvd di “Caos calmo”, domandandosi se davvero Nanni Moretti ed Isabella Ferrari, i suoi due grandi amici Nanni Moretti e Isabella Ferrari, avessero fatto del sesso vero e non finto. In mano carta e penna per farne una recensione da spedire il più presto possibile al mensile di casa Mondadori Ciak dal titolo: “Se anche Nanni ce la può fare”. A Roma la sera scendeva tranquilla e placida, il loft del Pd era altrettanto tranquillo e placido perché l’unico dei big presenti, Dario Franceschini, si era ritirato nel suo ufficio a sgranare la corona del rosario: “Ti prego, fa che vada tutto bene! Non voglio essere io a prendermi la briga di salvare questa accozzaglia”, ripeteva tra un mistero e l’altro. Arturo Parisi, al contrario, memore dei suoi studi militari alla Nunziatella, lustrava le ali di un vecchio Macchi pronto a prendere nuovamente il volo verso Bologna e, come uno Skorzeny qualunque, liberare dall’esilio felsineo Romano Prodi. Mario Adinolfi mangiava.

Una falsa quiete interrotta dai continui sorpassi: vince Soru! No dannazione, Cappellacci è in testa! Ma che dici? Vinciamo noi! E quando mai, guarda i dati! Siamo sotto. Tra un dato e l’altro, poi calava il silenzio in attesa che al loft si facesse vivo Walter. Ma lui era ancora a casa sua, con il fermo immagine puntato sulle espressioni di Nanni e Isabella: “Mi sa che facevano sul serio davvero”, pensava costantemente. D’Alema nel frattempo aveva sciolto i nodi ed era in mare aperto, diretto in Spagna da Zapatero.

In un convento sui colli di Frascati, la Binetti e la Bindi erano seriamente tentati dal prendere i voti. Quelli monacali, ma qualcosa le tratteneva. Non riuscivano a fare a meno di sentire dentro di loro il richiamo dal loft: “Le crocerossine! Dove sono le crocerossine?”. Armate di cilicio scesero lungo il Tevere e giunsero all’accampamento, dove oramai la quiete si era trasformata in un putiferio. “Stiamo perdendo, il fronte sardo ha ceduto. Soru è sotto di cinque punti! E Veltroni, dalemianamente, è fuggito!”.

Solo un uomo manteneva la calma. In un’osteria di Bettola, rintanato nella Ridotta della Val Nure, Bersani affogava i pensieri in bicchieri di ottimo Gotturnio e nel fumo di fragranti sigari toscani. “Lasa le ad dì lucade!”, smettila di dire scemate, ripeteva al cameriere arruolato come messaggero fra la televisione e il suo tavolo. “E’ impossibile che stiamo perdendo l’isola!”. Ed invece il povero garzone che correva da una spola all’altra della bettola, intesa come osteria e non come paese, aveva con sé dispacci ufficiali: la Sardegna di Soru era andata perduta.

Inutili i telegrammi e le chiamate dal Continente: le linee Tiscali erano mute, il golpe balneare era riuscito alla perfezione. Nel loft si assisteva alle prime scene di schizofrenia, mentre il rumore di un aeroplano indicava che Parisi si era messo in volo verso la felsinea centrale dell’Ulivo. Inutili anche i colpi di artiglieria per abbattere il Macchi. Veltroni era sempre alle prese con le scene di “Caos calmo” e rifletteva: “Almeno noi riuscissimo a fingere così bene!”. Adinolfi, intanto, mangiava.

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Veltroni ringrazia e se ne va: “Ma Silvio ha creato disvalori”

Ha dato l’addio alla segreteria del Pd dopo l’ennesima scoppola in Sardegna, ma è un aspetto secondario perché Walter Veltroni ha impiegato gran parte del tempo della sua conferenza stampa a criticare Berlusconi. Precisando che il suo non è “antiberlusconismo, ma una critica come accade in qualsiasi democrazia”. L’Italia è divisa, in crisi, senza valori perché il leader della maggioranza “ha vinto la battaglia dell’omogeneità”, “ha creato un sistema di disvalori” e gli italiani si sono fatti abbindolare.
Sono passate da poco le undici quando Veltroni fa il suo ingresso alla Sala Adriano, in piazza Di Pietra a Roma. Via la cravatta, niente formalismi, prende subito la parola comparendo quasi per caso tra i flash dei fotografi, precisando che sarà una conferenza stampa “senza domande e risposte”. Un po’ come al Lingotto in occasione della sua consacrazione a leader del Pd. E passa in rassegna ciò che è stato a partire dal 1996, l’anno in cui doveva nascere l’idea del Pd dopo la vittoria elettorale di Prodi e dell’Ulivo. “Oggi il Pd è nato con uno straordinario momento di democrazia come le primarie. Lo sognavo da dieci anni, è stata la realizzazione di un sogno politico”, dice quasi commosso l’ex sindaco di Roma ed ex segretario del maggiore partito di centrosinistra che “dal 1994 non è in grado di raccogliere la maggioranza dei voti degli italiani”. Insomma, da quando è arrivato Berlusconi sono cominciati i guai.
Veltroni augura al Paese una svolta come quella negli Stati Uniti o quella di Blair in Gran Bretagna, perché non occorre un cambiamento di governo, ma il cambiamento di una nazione intera. “Il Pd l’ho visto a Spello, al Lingotto, alle elezioni, nella campagna elettorale più bella che abbia fatto, alla scuola si Cortona”, prosegue Veltroni prima di chiedere scusa perché “non ce l’ho fatta”. Ma per fortuna il “Partito democratico non è una caserma”. E arrivano gli applausi che si ripetono quando suggerisce al suo successore, “chiunque sia”, che nella sinistra serve maggiore solidarietà ed è ora che la “sinistra vada fuori dalle stanze e in mezzo alla gente”.
Conclude ricordando Vittorio Foa, “pianta sempre verde” che era un po’ come Omero perché “scriveva ma non vedeva”, con il suo invito a guardare con ottimismo al futuro. Si è assunto “tutta la responsabilità come accade in una partita di basket quando uno commette un fallo e alza la mano”. Nel cuore porterà le immagini della manifestazione del 25 ottobre con quel tripudio di bandiere, ma oggi Veltroni davanti a quei microfoni era solo.

Dario Mazzocchi, Libero-news.it


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Lacrime democratiche di coccodrillo

Ei fu Walter Veltroni

Ei fu Walter Veltroni

Non ho mai capito questa moda di mettersi a piangere quando uno se ne va. Soprattutto se uno se ne va perché incapace di stare di dove sta, come nel caso dell’ex segretario del Pd Walter Veltroni. Lo avevano eletto con le primarie bulgare per darsi una speranza, una luce dopo il fallimento dell’Ulivo prodiano, per cadere in piedi alle Politiche ormai alla porta ed invece ha cannato tutto. Dalla A alla Z non è stato proprio un bel vedere anche per chi la pensa diversamente.

Ha abbandonato Rifondazione comunista per prendersi come alleato Di Pietro. Ha fatto fuori Prodi per pigliarsi come nemico D’Alema. Ha preso a modello di riferimento Obama ma almeno prendesse un po’ di sole, questo pallido Pd. E giù tutti a piangere e a dire che Veltroni è un capro espiatorio e quelli del Pdl a trattenersi dal commentare perché non è bello piangere della disgrazie altrui, anche se si sono rivelate manna per la maggioranza. L’auspicio è che qualcuno se ne esca con un “grazie Uolter!”.

Invece sono solo fazzoletti umidi per uno che nella vita ha avuto sempre il paracadute.

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Teste vuote

Il buon Walter sta bene dove sta. Vale a dire al posto di segretario del Pd, con tutti quelli che hanno deciso di andarlo a trovare al Circo Massimo a Roma. Lui sì che è una icona, un simbolo, piantato là in mezzo alla fiumana di gente. Come un Barack Obama qualunque, giusto per rendere meglio l’idea. Il buon Walter sta bene dove sta perché la sua posizione, in un solo pomeriggio, ha riassunto l’intera settimana di proteste studentesche contro il decreto Gelmini. O meglio, contro la riforma della scuola. Che sia una piazza, una strada, una stazione – magari quella di Cadorna a Milano -, o un circo – ma non quello Massimo -, ovunque tranne che a fare il proprio dovere. Gli studenti a studiare, Veltroni a starsene zitto.

Perché la solfa è sempre la stessa. La destra di qui, la destra di là. La crisi finanziaria: è mondiale, ma è colpa della destra ultraliberista che ora si scopre socialista. Non ci sono soldi: colpa della destra, che ha levato l’Ici e spremuto i poveri. Il mondo non gira: è a causa della destra, isolazionista, che odia l’Europa collettiva. In soli sei mesi di governo, Berlusconi ha fatto tutto questo. Il Cavaliere, a quanto pare, ha lavorato sodo. Magari male, stando alle parole del leader del Pd, ma ha lavorato.

Veltroni è invece uscito dal letargo, ma chi credeva che fosse alle prese con i libri, si è sbagliato di grosso, perché ha ripetuto le stesse parole della campagna elettorale e non si è applicato abbastanza da proporre una ricetta. Che delusione! Non era mica lui quello di “I care”? Io mi preoccupo? Di che si è preoccupato? Di svernare prima ancora che arrivasse la brutta stagione?

Tornando seri per un attimo, gli ultimi sette giorni davvero sono stati emblematici. Gli universitari, accompagnati dai professori, hanno manifestato il loro dissenso da un decreto che non li riguarda, ma forse non lo hanno ancora ben capito. E hanno mostrato, per l’ennesima volta, la loro arroganza. Il problema, per loro, è che gli altri italiani ormai non ci fanno nemmeno più caso e, forse, si sono arrabbiati perché il presidente del Consiglio si è esibito in un’altra delle sue rettifiche. Quelli, i casinisti, hanno la testa vuota, non si sarebbero fatti molto male.

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Uolter il salvatore

Dario Mazzocchi, Libero-news.it

Ora è tutto merito suo. Se Alitalia è salva, è perché Walter Veltroni ci ha messo la zampino. In queste ore concitate che hanno visto anche la Cgil firmare l’accordo con Cai, il segretario del Partito democratico ha rivendicato un ruolo fondamentale nella trattativa: “Quarantotto ore fa si è sbloccata la situazione perché, mettendo insieme Colaninno ed Epifani, ho cercato di favorire il fatto che si trovasse un punto di intesa”. Ovviamente, arriva la frecciatina contro il presidente del Consiglio: “Berlusconi non è qui, è partito per una destinazione che non conosciamo”. “Non avrei replicato a Berlusconi se lui non mi avesse attaccato a freddo”, ha poi aggiunto nel corso della registrazione della puntata di Porta a porta. “Di fronte ad un’opposizione che collabora, in un Paese civile un presidente del Consiglio non insulta, ma rispetta. Basta con gli spot, i fuochi d’artificio, il bullismo al governo”.
Gli spot. Veltroni li snocciola uno ad uno: “Ha cambiato idea su tutto, su Air France, sulla cordata, ha parlato del coinvolgimento dei figli, di Aereoflot, delle ferrovie dello stato. È stato uno show, che dimostra la confusione con cui Berlusconi ha affrontato il problema. Io non ho mai cambiato idea”.  Gli unici complimenti arrivano per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta: “Si è sempre speso per cercare una soluzione positiva per Alitalia”. Veltroni si autoincensa, dice di essersi comportato come un leader dell’opposizione anglosassone: “Nonostante il giudizio fortemente negativo su come è stata gestita dal governo la vicenda, tuttavia ho cercato di dare una mano nelle relazioni con Colaninno e i sindacati e ho sempre informato Gianni Letta. Io e lui apparteniamo alla stessa cultura istituzionale”.
La risposta alle parole del leader del Pd arriva dal ministro dei Trasporti, Altero Matteoli: “Figurarsi se può intestarsi il merito dell’accordo Veltroni che lo ha ostacolato fino a poche ore fa”, ha detto sempre nel corso della registrazione di Porta a porta. Ha colto anche l’occasione per precisare quanto accaduto nelle ultime ore: “Non è cambiato sostanzialmente nulla, è stato sottoscritto l’accordo di sette giorni fa, erano solo rimasti in sospeso alcuni chiarimenti che sono stati dati questa mattina e questo ha portato anche la Cgil a firmare”. Lo attacca pure l’ormai ex alleato Antonio Di Pietro: “Veltroni senza aver fatto nessuna manifestazione con gli operai dice che grazie a lui gli operai ce l’hanno fatta. Ma gli operai non ce l’hanno fatta, hanno solo subito”.
A Walter però non importa. Dalle comode poltrone bianche del salotto di Bruno Vespa sente di essere stato risolutivo.

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Cvd

Noi vi avevamo avvertiti. Il clima del “vogliamoci bene” sembra ormai giunto al capolinea. Il corteggiamento tra Berlusconi e Veltroni era lo specchio per le allodole. La realtà si sta rivelando per quella che è. Il Partito democratico deve fare i conti con le due anime che lo compongono (Ds – Margherita), mentre il governo del Cav. è alla prova più importante della sua luna di miele: inziare a combinare qualcosa. Tante parole, tante promesse, tanti buoni propositi. La politica richiede che dalla teoria si passi presto alla pratica.

In queste ore assistiamo alla polemica sulle così dette leggi ad personam, vecchio fantasma che torna puntualmente in auge ogni volta che Berlusconi è presidente del Consiglio. Quella del lodo Schifani è faccenda seria. Oddio, così non dovrebbe essere perché noi attendiamo con maggiore impazienza il pacchetto sicurezza e le riforme economiche, ma questo è ciò che passa il convento al momento. Se serve a tenere il governo concentrato sul da farsi, sul programma che hanno sottoscritto milioni di italiani, ben venga. Sia idealisti, ma anche pragmatici e non ci meravigliamo più di tanto da queste parti. Piuttosto, la domanda che non ci lascia dormire la notte (ok, ok, abbiamo calcato la mano) è: ma perché diavolo, con la maggioranza che il centrodestra ha in Parlamento, non si iniziato a capovolgere l’Italia?

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