Archivi del mese: gennaio 2010

Brunetta faccia un favore ai giovani: stia zitto

Evidentemente, la domenica il ministro Brunetta non sa che fare. Così una settimana fa era dell’idea che occorra una legge per obbligare i giovani ad andarsene di casa a 18 anni, quando ancora si va a scuola. E’ invece di oggi la controffensiva: trovare le risorse anti-bamboccioni dalle pensioni di anzianità, garantendo un “premio” di 500 euro ai ragazzi perché possano uscire dalla chioccia dei genitori.

“L’Italia è piena di giovani perbene, che rischiano e che vogliono la libertà. La colpa, se hanno la libertà tarpata, è nostra, dei loro genitori”, ha commentato il ministro socialista. Parli per lui, rispondiamo da queste parti dove ci consideriamo se non perbene, ma almeno dei giovani tranquilli ed educati, disposti a fare sacrifici come hanno avuto modo di constatare la gente per la quale abbiamo lavorato. Poi non siamo stati premiati, ma questo è il sistema Italia e questo dovrebbe essere il vero sistema contro il quale Brunetta dovrebbe puntare il dito. Altro che 500 euro, fatica a campare chi ne guadagna mille.

Non i genitori di quelli come noi che ci vorrebbe davvero sistemati, con una vita tutta nostra e magari pure con famiglia al seguito. Sarebbero grandi soddisfazioni. Per ora ci limitiamo a sperare che Brunetta faccia un grande favore a tutti noi: stia zitto.

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Se bastasse Twitter

Sulla Stampa.it Marco Bardazzi affronta in modo interessante la tragedia di Haiti: dalla parte del giornalista. O meglio, partendo dal viaggio intrapreso da Maurizio Molinari per raggiungere l’isola colpita dal terremoto e il reportage che ne ha cavato fuori, spedito a Torino via sms.

Con l’esplosione dei social network ed in particolare di Twitter, si è diffusa nuovamente la convinzione che basti poco per fare del giornalismo e offrire contenuti. Certo, le nuove tecnologie aiutano a superare i limiti temporali e spaziali e ad aggiornare il lettore in tempo reale. Ma se bastasse questo per completare l’opera, sarebbe preoccupante. Come è preoccupante il fatto che nelle scuole di giornalismo certi docenti spingano gli studenti in questa direzione.

Fare il giornalista non vuol dire cambiare il mondo e nemmeno avere un patentino fornito dall’ordine che pretende di regolare la professione, ma significa comunque raccontare. Con tutta la buona volontà, i social network aiutano, ma non esauriscono il compito in tutto e per tutto. L’augurio è che lo capiscano anzitutto i giornalisti.

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Un anno dopo

Non siamo dei geni da queste parti, ma la vittoria del candidato repubblicano Scott Brown per il seggio al Senato americano lasciato libero dalla morte di Ted Kennedy fa rumore. Eccome se ne fa, perché Brown ha vinto nel Massachusetts, da anni feudo democratico. E non solo democratico, ma proprio liberal. Gente figa, insomma, come lo stesso Brown che in passato ha posato per Cosmopolitan mettendo in mostra il suo atletico fisico.

Solo un anno fa, tutto il mondo attendeva trepidante il discorso di insediamento di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, voglioso di sentire parole come “cambiamento” e affini. Dunque, anche se non siamo dei geni, viene da supporre che qualcosa non vada Oltreoceano se, un anno dopo, la Casa Bianca deve mettere in conto un’altra sconfitta, la terza dal gennaio scorso con Virginia e New Jersey, che mette a rischio la maggioranza democratica in Senato e costringerà l’amministrazione a rivedere i piani di riforma della sanità. Due più due fa quattro, la matematica non è un’opinione: il cambiamento, se c’è stato, è avvenuto nel verso sbagliato.

Roba difficile fare il presidente, non c’è che dire. Difficilissima se c’è tutta una platea di adulatori che per un anno ha fatto finta di niente ed ora sente un gran dolore al sedere.

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Vorremmo fare gli americani

Come scrive Giuliano Ferrara quest’oggi. Ma meglio abbandonare sin dall’inizio i sogni quando è certo che saranno impossibili.

Nei partiti, per usare il gergo fesso dei mozzorecchi, si “rubava” e si “ruba” a man bassa, anche perché se non rubi tu ruba un altro e ti porta via il partito di sotto il naso, e che che conta non è il finanziamento illegale della politica ma la politica. Se si voglia un sistema moralizzato, con la corruzione limitata, bisogna che i partiti siano agili comitati elettorali, che la politica si faccia solo nelle assemblee elettive e nel potere esecutivo, e che l’attività dei politici in pubblico si riduca sostanzialmente al fund raising regolarmente denunciato nelle liste pubblice del lobbying. Il modello c’è, è quello americano. Sono passati vent’anni dal regno di Craxi, dieci dalla sua morte, e nessuno ha nemmeno pensato di andare in questa direzione.

Craxi e i quattrini, il Foglio, 19 gennaio 2010

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Conservatorismo eccitante

È nato a Parma, ha vissuto a Vicenza, Verona, Caserta, Viterbo, Pisa, Bologna, Reggio Emilia, Trani e, dopo aver girato mezza Italia maturando un’ossessione geografica, da qualche anno è tornato nella città natale. Basterebbe per descrivere Camillo Langone, uno che dalle pagine del Foglio si è inventato la guida alle celebrazioni eucaristiche, poi diventata un libro (“Guida alle messe”, Mondadori). Sempre sul quotidiano di Ferrara tiene la rubrica “Preghiera” e anche questo basterebbe per descriverlo. Ma da qualche mese fa parlare di sé per il “Manifesto della destra divina” (Vallecchi, 168 pp., 12 euro), il cui motto è: difendi, conserva, prega! Celebra Pasolini e prende a pallinate il “laicismo consumistico” che minaccia il tabarro ed esalta Zara o che al culto preferisce la cultura o che, ancora peggio, sostituisce le messe con le mostre.

– Difendi, conserva, prega. D’accordo Langone, ma quanto rimane da conservare in Italia?

La lingua italiana e la religione cattolica ti sembran poco?

– Se qualcuno la prendesse in considerazione come un nuovo Prezzolini, che fa? Si arrabbia o risponde “grazie, ma meglio non esagerare nei paragoni”?

Non lo trovo esagerato, lo trovo sbagliato. Prezzolini non era divino, era uno scettico, e per questo il suo conservatorismo era ben poco entusiasmante. Invece urge un conservatorismo eccitante.

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Cattiva amministrazione

Dunque la tasse non si possono abbassare, ci sono la crisi e certi parametri che vanno rispettati. Altrimenti scattano i rimproveri o, peggio, si finisce per chiedere nuovamente la testa del ministro dell’Economia del governo in carica. Ci accontenteremmo di poco, anche soltanto di vedere ridotta la spesa pubblica mettendo mano al comparto statali, burocrazia e affini. Al contrario, per le Regionali nel Lazio il Pdl ha candidato Renata Polverini e da queste parti comprendiamo bene lo stato d’animo di un amico romano che se ne è uscito, qualche giorno fa, con un: “Io bacerei Formigoni pur di vederlo candidato qui!”. Se avessero candidato Marco Ferrando, almeno ne avremmo apprezzato la onestà intellettuale (si dice così, no?).

D’altronde, questa è la sorte in uno Stato che ha guardato al popolo come al cittadino qualunque da spennare: non è decente che il 43% di quanto abbiamo nel portafogli vada in mani di altri. Il problema ovviamente sta a monte: in Italia i governi pretendono di governare e non di amministrare la res publica, che è un paio di maniche ben diverse. Il Parlamento fa i capricci perché l’esecutivo preferisce agire via decreti, il presidente del Consiglio si lamenta perché se vuole cambiare pedine nel suo governo deve fare i conti con il Parlamento. E’ come quando nevica e nessuno esce a pulire le strade: il Comune se la prende con la Provincia, la Provincia con l’Anas, l’Anas con la Regione.

Se sapessero amministrare, i nostri riuscirebbero a intascare non solo la fiducia dei cittadini, ma soprattutto la ricetta per non arrivare a promettere “abbassiamo le tasse” e per finire, come un veltroniano qualunque, con il precisare “che, però, al momento no perché c’è la crisi”.

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Consigli per gli acquisti

Giovannino nostro babbo di Alberto e Carlotta Guareschi, edito da Rizzoli. In particolare a chi lo conosce appena, per scoprire che uomo dannatamente geniale fosse.

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