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Obama non fa più ridere i giornalisti

Alla Casa Bianca la festa è finita e i musi si fanno lunghi. Soprattutto nelle sala stampa, dove il clima gioviale che si respirava all’inizio del mandato di Barack Obama è un lontano ricordo e a testimoniarlo sono i numeri che indicano le interruzioni per qualche risata e battuta durante i briefing con i reporter accreditati: nel primo semestre dell’amministrazione la media era di 179 risate nel corso della conferenze, oggi è scesa a 89. La conferma arriva anche dal volto del portavoce del presidente, Robert Gibbs, immortalato dai flash: con il passare del tempo il suo sguardo si è fatto assente e perplesso.

Le cifre apparentemente potrebbero dire poco, ma come ha ricordato Politico.com, quotidiano on-line che segue la vita politica di Washington, un anno fa gli Stati Uniti erano nel pieno della grave crisi finanziaria, la Corea del Nord faceva test nucleari e il fronte di guerra in Afghanistan stava diventando sempre più caldo: eppure nella James. S. Brady Press Briefing Room, intitolata al portavoce di Reagan rimasto paralizzato nell’attentato del 1981, era tutto un ridere, grazie anche all’accondiscendenza dai mass media al nuovo inquilino Obama, che non si è mai risparmiato una comparsata davanti alle telecamere, sia che fossero di un notiziario televisivo che del “David Letterman Show” o  del “Tonight Show” di Jay Leno.

Nei precedenti otto anni l’aria che si respirava era decisamente diversa: Scott McClellan, che è stato portavoce di George W. Bush dal 2003 al 2006, nei suoi primi quattro mesi di lavoro aveva strappato solo 66 risate, mentre Dana Perino, che lo ha sostituito dal settembre 2007, si era fermata a 57. Forse erano meno simpatici alla platea, ma secondo Tim Graham, che si occupa di monitorare i pregiudizi e le preferenze della stampa liberal per il Media Research Center, si tratta di «un altro segno subliminale del fatto che i reporter stanno bene con un portavoce che rappresenta la speranza e il cambiamento per i quali hanno votato». Così almeno fino alla scorsa estate. Julie Mason, cronista del Washington Examiner, è dell’idea che le battute di Gibbs non divertano più e che «i reporter sanno quanto l’addetto stampa sia vicino al presidente, eppure la qualità delle informazioni che riceviamo non è pari».

Il picco di sorrisi e battute è stato registrato lo scorso primo maggio, quando il presidente si è presentato a sorpresa nella sala stampa per affrontare un tema delicato: la nomina di un nuovo giudice della Corte suprema che andasse a sostituire David Souter, giudice conservatore che aveva deciso di ritirarsi dall’incarico. Le trascrizioni di quel giorno indicano 30 interruzioni per “laughter”, risata.

Poi qualcosa si è rotto, a partire da luglio quando la popolarità di Obama è cominciata a scendere con l’avvio della battaglia per la riforma sanitaria. A febbraio solo il 48% degli americani approva il suo operato, mentre i democratici hanno dovuto mettere in conto tre sconfitte elettorali tra il 2009 e il 2010: nella corsa per i governatori di Virginia e New Jersey e nel seggio al Senato per il Massachusetts vacante dopo la scomparsa di Ted Kennedy, un feudo finito nella mani repubblicane. Nel mezzo lo scontro con Fox News, emittente conservatrice di proprietà di Murdoch, che a ottobre venne definita «un avversario politico, non un mezzo di informazione». Pareva un dispetto nei confronti di feroci oppositori ed invece, scrutando le espressioni sui volti, pare proprio che l’amore tra Obama e i media sia meno dolce che all’inizio.

Dario Mazzocchi, Libero, 12 febbraio 2010

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In Usa la blogosfera sfonda a destra

Un’estate gettata alle ortiche. È quella che hanno trascorso i blogger democratici, giornalisti, ragazzi e gente comune che hanno disperatamente tentato di accogliere l’invito di Barack Obama perché sostenessero la sua proposta di riforma sanitaria, costata caro all’inquilino della Casa Bianca in termini di popolarità in tutti gli Stati Uniti. Il presidente americano aveva chiesto il loro aiuto perché smantellassero le bugie dei media tradizionali, ma la campagna si è rivelata un fallimento. C’è di più: social network come Facebook e Twitter mai come in questi mesi hanno registrato un’invasione ad opera di internauti conservatori. Così quella che doveva essere un’offensiva si è trasformata in una ritirata. Al punto che lo stesso Obama lunedì scorso ha detto di essere pronto a finanziare i giornali americani, travolti dalla crisi economica, perché «il buon giornalismo è assolutamente fondamentale per la democrazia». In realtà tenta di mettere un bastone tra le ruote ai nuovi media – come i blog – che l’hanno sommerso di critiche.

Eppure la sinistra americana è pronta a giocare al rilancio facendo leva sull’ambientalismo. E se Obama, durante la conferenza all’Onu, dice che siamo ad un passo dalla catastrofe naturale, dai blog democratici parte il tam tam per sensibilizzare gli americani ad un mondo pulito. Era già tutto scritto nell’agenda di Netroots Nation, movimento che raggruppa alcuni dei siti filo-democratici più cliccati, come l’onnipresente “Daily Kos”, e che poco più di un mese fa si è riunito a Pittsburgh, la città che ha ospitato il G20, al “David L. Lawrence Convention Center”, centro congressi classificato come un gioiello di eco-compatibilità. «Ogni settimana diversi scienziati ci descrivono come il global warming stia cambiando la vita sulla terra», avvertono ora i blogger, «e come le condizioni continueranno a peggiorare se non ci liberemo dei gas serra». Tra le organizzatrici della campagna c’è Kate Sheppard, reporter politica per “Grist”, rivista on line che si occupa di ecologia.

Fatica sprecata perché la blogosfera sta premiando le penne vicine ai repubblicani. Matt Lewis, firma conservatrice del sito PoliticsDaily.com, ha giustificato la nuova tendenza sostenendo che i repubblicani si sono liberati del «complesso di inferiorità verso il mondo on line» perché ai tempi in cui la blogosfera ha fatto capolino nel mondo politico, erano al comando. Ora che si trovano all’opposizione, ne stanno sfruttando tutte le potenzialità, muovendosi abilmente tra i blog e i social network anche per rilanciarsi come immagine, dopo i bisticci interni che hanno seguito la sconfitta alle Presidenziali di un anno fa. Una delle stelle nascenti tra i blogger conservatori è quella di Michelle Malkin, pronta a correre per il Senato alle elezioni di mid term del 2010 in Colorado. La 38enne Michelle, nel suo blog, si descrive anzitutto come «madre e moglie» che nasconde però un terribile segreto: «In verità, scrivo con la mano sinistra».

Il momento di gloria delle firme (digitali e non) della destra a stelle e strisce è stato sancito dall’ultima copertina dell’edizione americana della rivista Time, dedicata a Glenn Beck, commentatore politico sulla cui aggressività si è dibattuto a lungo: fa bene o male al clima politico americano? Beck di certo non le manda a dire. Durante un suo programma radiofonico, nell’ottobre 2006, ha risposto così ad un ascoltatore: «Buon per voi, avete un cuore, potete essere liberal. Ora, associate il vostro cuore al vostro cervello e potete essere conservatori».

Dario Mazzocchi, © Libero

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Gran bella domanda

Joaquín Navarro-Valls su Liberal.

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In bocca al lupo

 
A. Man. si è messo al lavoro per noi.

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