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Addio, Cavaliere

Non è facile pensare all’Italia senza Silvio Berlusconi. Non lo è sia per chi lo vota sia per chi lo detesta. Forse non è nemmeno giunto il momento di mettersi in testa una roba del genere, però qualcosa nell’ultimo anno è inevitabilmente cambiato. Questa sera, ad esempio, i finiani – che sono come quei “bamboccioni” che si nutrono del latte della madre e poi dicono che non è abbastanza scremato – sono in festa per le modifiche al disegno di legge sulle intercettazioni, sul quale il Cavaliere si è battuto a lungo scatenando l’indignazione della cosiddetta società civile.

Il presidente della Camera si muove da leader di non si sa cosa bene, ma certamente non da successore di Berlusconi. Una volta tramontata l’epoca di Silvio da Arcore, avremo modo di valutare quello che ha in testa l’ex capo di Alleanza nazionale, di giudicare la strategia elaborata dai suoi fidi, di capire il reale peso di tutte queste fondazioni che vengono spacciate per serbatoi di idee nuove, moderne, all’avanguardia, contemporanee e chi più ne ha, più ne metta.

Nel frattempo il legame con la Lega Nord si sarà rotto, i discepoli di Berlusconi si saranno riciclati, il panorama parlamentare tornerà ad essere frammentato, gente come Pierferdinando Casini tornerà a dettare l’agenda della contrattazioni partitiche, forse il Partito democratico comincerà a proporsi come alternativa per il semplice fatto che senza il Cavaliere, nonostante lo scontro personale che solleva, il gioco è troppo facile. Non c’è nemmeno il gusto dell’agone politico. Anche se infarineranno gli editoriali e i salotti televisivi di mantra che suonano così: è tornata la politica, è finito l’interesse privato innalzato a programma di governo, le parti sono tornate a confrontarsi, la dialettica si è ingentilita, l’aria è più fresca e il global warming era solo una sensazione, l’Italia non è mai stata così sana. I leader parleranno dai palchi e non si metteranno a fare le foto con i sostenitori e a fare i complimenti alle belle ragazze.

Magicamente scompariranno le gaffe, le bordate fuori traiettoria, accorreranno tutti con il fazzoletto per pulire il naso dell’avversario politico, avversario in senso nobile si capisce. Si vorranno tutti un gran bene.

Vero, il morto non c’è ancora: ma se davvero anche questa volta il Cavaliere riuscisse nell’impresa di fregare tutti, sarebbe un evento da riportare nei libri di politologia e strategia politica, anche militare se volete. La vediamo dura.

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Il peggio è arrivato, assieme ai Casini

Non pensavamo di essere degli indovini quando abbiamo scritto che il peggio per il Pdl non era ancora arrivato. Ma evidentemente non occorrono fonti autorevoli o retroscena da millantare per giungere ad una semplice conclusione: che la maggioranza di governo è conciata male. Alle ripicche tra il Cavaliere e Fini, si sono aggiunti i ricatti alla Italo Bocchino, deputato eletto nelle file del Popolo della libertà e però ora impegnato a dire che i finiani avrebbero i numeri per far cadere il governo.

Poi spuntano i dossier: non sapevamo che il centrodestra avesse una polizia segreta al suo interno, ma a questo punto non ci meravigliamo più di nulla. Anche la Lega non è messa bene: il ministro dell’Agricoltura Galan la sta mettendo in crisi sulla questione quote latte, mostrando il pungo duro contro quegli allevatori che hanno prodotto latte in nero e che si rifiutano di pagare le multe, mentre il resto della categoria ha rispettato le normative europee. Solo quale giorno fa, invece, si erano scritte le ultime deludenti righe del capitolo Brancher.

A peggiore tutto ci ha infine pensato una cena romana che rischia di partorire solo Casini.

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La maggioranza arenata nello stagno

Nella maggioranza il dibattito non è cambiato: al centro c’è sempre l’operato del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e lo ha fatto intuire molto bene un collega di governo, il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, riguardo ai fondi destinati alla polizia. Umberto Bossi lo ha stoppato, ma il sasso nello stagno era ormai già che lanciato. Poi c’è il premier che ha fatto intuire da una parte di essere stanco dei bastoni tra le ruote che arrivano dagli alleati, dall’altro di voler comunque procedere spedito sulla riforma della giustizia e sulla via del premierato forte.

Intanto è saltato il colloquio con Bossi e Gianfranco Fini per chiudere la partita sulle candidature regionali. Qualcosa però si muove nelle retrovie: un accordo con l’Udc di Pierferdinando Casini non è da escludere a priori. Peccato che non sia soltanto il Cavaliere a tessere i rapporti con i centristi, ma anche il presidente della Camera che in agenda ha un faccia a faccia con l’ex (?) amico Pierferdi.

Se le cose dovessero mettersi male, Berlusconi ha pronta la soluzione: urne anticipate per uscire ulteriormente rafforzato dal voto degli italiani, disposto a correre per conto proprio. La strategia è rischiosa: un successo così forte non è del tutto fondato, perché una maggioranza nuovamente divisa riporterebbe parte degli elettori a ricordare il clima degli anni passati. Un esempio su tutti: la scontro Silvio-Gianfranco sul contratto degli statali nello scorso governo di centrodestra, avvenuto quando ormai la legislatura era morta, arenata nello stagno. Lo stesso che pare di scorgere all’orizzonte in questi giorni.

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Pensieri in libertà

La vittoria è stata grande, anzi grandissima. Al di là di ogni ragionevole previsione. Le corse clandestine lasciano il posto ai dati reali che regalano all’Italia una bellissima vittoria. A piene mani, a mani basse, come meglio si preferisce. I numeri dicono chiaro e tondo che oltre alla Camera c’è il Senato e, quindi, poche storie, i presupposti per durare e lavorare ci sono. Pertanto, niente autogol. Se è vero come è vero che l’Italia di oggi è in condizioni precarie, un passo alla volta e si andrà lontano.

Il Pd è un mezzo fallimento. Se così non fosse, a sinistra non passerebbero le ore post batosta ad insultarsi come se niente fosse. Racimolano una figuraccia dietro l’altra. Yes we can, ripeteva il caro Walter. Il caro Walter è rimasto sulla soglia del suo loft e il nuovo che avanzava è già irrimediabilmente vecchio perché la storia è sempre la stessa. Cercare di riciclarsi, vendendo fumo e giocando anche la carta Calearo per conquistare il nord. Il nord mica si fa prendere in giro. Piuttosto il Partito democratico è l’unica opposizione di questo nuovo governo di centrodestra. L’augurio è che si possa lavorare assieme quando occorre, senza scordare chi ha vinto le elezioni.

Il nord ha ruggito e tutti qui a parlare di timore-Lega. La Lega non è un timore, ma una certezza. La prima è che l’8 e passa per cento di consensi è frutto di una territorialità ripagata. Il partito di Umberto Bossi si fa sentire con i suoi toni sopra le righe qualche volta, ma soltanto perché ci tiene a ricordare a tutti che i problemi che vanno affrontati sono sopra le righe: criminalità, depressione economica – depressione perché la volontà c’è, ma viene immancabilmente decapitata dall’assoluto protagonismo statale e governativo – e prese in giro durate anni. Il successo leghista è l’insuccesso della sinistra perché la Lega, checché se ne dica, è un partito che sta tra il popolo e non si veste in cachemire.

Tutti a piangere l’assenza di una destra e di una sinistra nel Parlamento. E’ la democrazia, bellezza. Senza referendum e robe varie, il voto espresso dagli italiani ha segato le gambe a quegli agglomerati di voti che hanno stretto il laccio alla vita di un esecutivo da una parte e dell’altra. Chiedere a Prodi per avere conferma. Una volta tanto che le cose si semplificano – sperando che tale semplificazione continui il più a lungo possibile – ecco che saltano fuori i piagnistei per i vecchi tempi che dovevano essere superati. Si decidano lor signori. Di solito, meno siamo, meglio si sta.

Ha vinto chi ha saputo alzare la testa e a mostrare il coraggio di cambiare. Questo Popolo della libertà era nato da un predellino in piazza San Babila a Milano ed ora si ritrova a Palazzo Grazioli a Roma per preparare il futuro. Tutti a sfotterlo questo Silvio, dato ormai per tramontato. Fini ci ha messo un po’, ma da persona furba e saggia qual è ha capito. Casini ha preferito continuare da sé, rimanendo di un soffio a galla, sempre che davvero non si tratti di un mezzo affondamento. Ci vuole coraggio quando le cose vanno male. Berlusconi il coraggio lo aveva dimostrato nel 1994. Quattordici anni dopo, è ancora lì pronto a giocarsi un’altra finale. In attesa che scelga il futuro non solo dell’Italia, ma anche del centrodestra.

Sembra quasi impossibile che sia accaduto in Italia. Ma tutto questo ha avuto luogo qui, in questo dannato Paese che ha voluto rialzarsi.

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Morirà democristiano

La ricetta di Casini per andare avanti: tornare indietro.

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La vecchia coperta

Pierferdinando Casini ha deciso di correre in solitaria e, da galantuomini quali siamo, non ci resta che porgergli i nostri auguri. Non che abbia sorpreso molti, soprattutto è improbabile che abbia colto di sorpresa Berlusconi. Magari ha stupito se stesso, di certo non il Cav. anche se ciò non toglie che il leader del Pdl non abbia grattacapi nuovi per la testa.

La mossa di Casini non sorprende perché, in un momento in cui si auspica un decisivo cambiamento partitico, il nostro si è ricordato di essere uomo della Dc, vecchio stampo nonostante la faccia giovanile (e non giovane) che mostra ai suoi interlocutori. Quanto pesa realmente l’UDC, ahinoi, lo scopriremo a giochi fatti, dopo le elezioni di aprile. L’auspicio è che non valga alcunché, ma qui stiamo parlando di Italia, dove la gente reclama rivoluzioni a grande voce, poi si tiene stretta la vecchia coperta.

Al tentennare del nuovo che non avanza, preferiamo di gran lunga il coraggio di Gianfranco Fini, deciso come non mai, o per lo meno sembra, a dare un tono alla destra di quaggiù. La fiamma va in soffitta? Pazienza, gli anni scorrono e i tempi cambiano, anche nel Paese della vecchia coperta. Il ragionamento politico del presidente di AN fila liscio come l’olio: per restare competitivi, bisogna seguire l’unico politico che fa della competizione il suo motto di battaglia. Magari restandogli talmente vicino da costruire un partito in comune come logica comanda(va) da tempo. Dal ’94, tanto per intenderci.

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Riassunto delle puntate precedenti

Con enorme dispiacere torniamo a parlare di politica. Immergere la testa e i pensieri nel pallone ovale è molto meglio. Ma il dovere chiama a rapporto.

Lo scorso novembre, in quel di Montecatini prima e di Roma poi, condividendo il tavolo a cena con lui, lui, lui e lei, io e il sindaco ci trovammo pienamente d’accordo su un impensabile patto FI – AN – Lega. Le prime due unite come non mai, i leghisti federati al Nord. Sembrava impensabile. Talmente impensabile che ad un certo punto ordinammo ancora da bere. Poi il solito Berlusconi ha pensato di sorprendere tutti e di rispondere al guanto di sfida di Veltroni che lo invitava a correre da solo alle prossime elezioni. In realtà non ha sopreso il sottoscritto.

L’accordo tra i due principali partiti della defunta Cdl è la logica conseguenza di un semplice ragionamento che non ha trovato spazio in politica fino a settimana scorsa per il semplice fatto che la politica sopravvive a se stessa complicando terribilmente le cose. Ora che ci si avvicina al caldo aprile, le teste hanno ripreso a funzionare ed eccoci qui. Con il Cav. e Fini che fanno la pace dopo le parole di fuoco dello scorso autunno, con l’idea di un Popolo delle libertà che parrebbe prendere forma, con i Circoli di qualsiasi tipo che tornano a far parlare di sé e con il solito Casini che, democristianemente, sta sul chi va là e scruta l’orizzonte. Tanto poi, se non vorrà morire, dovrà adeguarsi.

Berlusconi è chiamato ad un compito difficile, ottimo per lui che in questi casi torna a gasarsi e a risvegliare l’assopito elettorato di centrodestra. Non può commettere errori. Se è vero che i numeri sono dalla sua parte, non è detto che 2+2 faccia per forza 4. Sempre per quel dato di fatto che in politica le cose riescono terribilmente complicate e la matematica non è più una logica. Tutto è imprevedibile là dove mette mano l’uomo.

A noi comuni mortali non rimane che incrociare le dita. Per l’ennesima volta c’è in gioco il nostro futuro, miracolosamente ancora in piedi dopotutto, nonostante tutto. Però prima o poi il treno passerà e non tornerà indietro. Quindi, gente, ben saldi e pronti a salirci al volo.

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