Archivi del mese: febbraio 2011

Big Society. Sorry?

È una questione di priorità. Per il Primo ministro conservatore David Cameron è la Big Society, punto centrale del manifesto politica presentato nel corso della campagna elettorale della scorsa primavera. Cosa sia di preciso non si sa e anche per questo è una priorità: nel senso che qualche chiarimento farebbe comodo, anzitutto allo stesso Cameron che non si è ancora scrollato di dosso quell’aurea un po’ fumosa che lo accompagna da tempo, ormai.

Tant’è: lunedì di fronte ad una platea fatta di gente che si rimbocca le maniche nel sociale, accompagnata da alcuni imprenditori che operano in questo settore, ha fatto sapere che per lui è un “dovere” quello di sistemare la cose in Gran Bretagna che va al di là delle tante critiche sollevate dai piani economici, tra spese tagliate e tasse in aumento. Il dovere di ridurre il debito pubblico passa da qui, oltre che dalla manovra di 113 miliardi di pound varata negli scorsi mesi sotto la regia del Chancellor George Osborne. E se alcuni servizi non potranno essere adeguatamente prestati dallo Stato, tanto meglio perché a quel punto sarà la Big Society a sopperire alle mancanze e, indirettamente, a respingere i tentacoli dell’assistenzialismo e dello statalismo in generale.

“Non ci renderà popolari”, ha avvertito il messianico David. “Ci renderà infatti impopolari. Mi renderà impopolare”, ha sottolineato con la retorica che lo caratterizza, “ma questo è il mio dovere: dobbiamo farlo per il bene del Paese”.

Un progetto che non piace a molti, soprattutto ai sindacati. Bob Crow, che guida quello dei trasporti, ci è andato giù pesante accusando Cameron di voler sostituire le “lollipop ladies”, le vigilesse che regolano il traffico all’uscita dalle scuole dei ragazzi con dei volontari, “mentre ai banchieri responsabili di questa crisi si prospettano altri sei miliardi di sterline come bonus”.

Ma la priorità del Primo ministro dovrebbe essere un’altra: quella di farsi capire. A gennaio il 63% dell’elettorato britannico non aveva ben chiaro o non capiva del tutto cosa significasse la politica della Big Society. Nelle ore successive al discorso di Cameron, la percentuale è salita al 74%.

L’idea più chiara di tutti forse ce l’ha Tony Blair: “Aspettiamo e vedremo in cosa consiste”. Pure un volpone come lui ha rinunciato a capire Cameron.

(da Rightnation.it)

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Lo zio d’America

Il post scritto per i 100 anni dalla nascita di Ronald Reagan.

Succedono cose strane a questo mondo che per lo più vengono liquidate sotto la voce coincidenze. Mi chiedono di scrivere qualcosa su Ronald Reagan per celebrare i cento anni dalla sua nascita e, poco dopo, improvvisamente, un mio zio che è stato anche il mio padrino tira l’ultimo respiro. Coincidenze, le chiamano, perché quel mio zio era anche lo zio d’America: per anni si concedeva un paio di settimane in giro in lungo e in largo per gli Stati Uniti, a visitare fiere del bestiame prima e a rilassarsi dal lavoro nei campi a Las Vegas o al sole della California.

Io ero piccolo e ascoltavo i suoi racconti. E non ero nemmeno nato quando Ronnie si è preso l’America e l’ha trasformata in quella per quelli della mia generazione è un sogno. Niente ’68, niente contestazione, niente lotta sociale. Per chi non ha mai aderito alle divisioni politiche italiane saldamente ancorate alle vite di partito, alle riunioni, alle assemblee e ai congressi da provincia italiana, c’è stata l’America che ha esportato e conquistato il resto del mondo. Lo chiamavano edonismo reaganiano: erano, per me, le sit-com come i “Robinson”, i canestri di Larry Bird e Michael Jordan raccontati da coach Dan Peterson, la copertina dell’album “Born in the USA” di Bruce Springsteeen. Tutta roba che ho assimilato con il tempo, ma che hanno un marchio indelebile. Quello degli Stati Uniti che hanno sconfitto il comunismo e l’Unione sovietica senza la retorica kennediana, ma con lo sguardo sincero e appassionato di un uomo qualunque come Ronald Reagan.

Lo stato come causa di tutti i mali, le tasse come muro da abbattere anziché essere bellissime, l’opportunità di dare un senso all’individuo nel lavoro e nella realizzazione di una delle basi della costituzione d’Oltreoceano: the pursuit of happiness. Tutte cose che gli europei sono destinati a non capire – ed ecco perché siamo quello che siamo. Periferia. Temi approfonditi nel corso degli anni universitari per senso pratico e indipendentista, nel senso che occorreva armarsi di pazienza, sorbirsi le solite prediche accademiche e poi gettarsi nella lettura dei discorsi di Ronnie. Uno zio d’America che ha scosso il mondo intero e ha lasciato qualcosa in eredità.

Già, ma cosa? Il valore dell’uomo (eccetto nel confronto con Quello dei piani di sopra) al quale va assicurato il diritto di rivendicare un proprio profilo. Di dimostrare se è in grado o meno di lasciare qualcosa nell’altra storia, quella della vita quotidiana, senza essere osteggiato dall’invasione della sfera privata e placcato dagli emissari dello stato padrone. Quella di indossare i panni di chi si reca al fiume con il padre per il primo giorno di pesca: il genitore gli allunga la canna, l’amo e l’esca. Poi gli mostra come si lancia. Poi gli dà una pacca sulla spalla e gli dice: io ti ho mostrato come si fa, ora fammi vedere cosa sai fare.

Senza arrogarsi alcun dovere di paternalismo.

(da Rightnation.it)

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