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Mary Poppins comanda l’opposizione

L’opposizione italiana sembra aver trovato una linea comune. Prima Bersani, poi Di Pietro, oggi addirittura Vendola: si danno il cambio sul tetto della facoltà di Architettura in quel di Roma, per mostrare il loro sostegno agli studenti che in questi giorni si danno appuntamento in piazza contro la riforma universitaria. Il tutto a servizio dei fotografi, giusto per ribadire che il marketing è tutto, anche quando si ha da protestare.

E allora eccoli, magari memori di quando loro erano universitari di belle speranze, tra studi in filosofia e giurisprudenza: giacca, cravatta, addirittura un bel toscano tra i denti per il segretario democratico, in piena forma fisica, non c’è che dire. Almeno una volta si scambiavano qualche tiro di canna: si vede che si sono imborghesiti troppo.

Finalmente a sinistra hanno trovato un leader comune che sappia unire e non dividere e non poteva essere che Mary Poppins, la tata che insegnava ai figli di una famiglia benestante della Londra ottocentesca che è meglio dare qualche cent alla povera donna dei piccioni, piuttosto che alle banche capitaliste. Per la prossima volta, attendiamo con fiducia un raduno di spazzacamini, giusto per mettere in scena una coreografia come solo nella vecchia Hollywood sapevano fare.

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Rivolussione

Per Antonio Di Pietro da sabato l’Italia sarà attraversata da una “rivoluzione pacifica di massa. Da sabato inizia la riscossa della società civile per la legalità e per lo Stato di diritto, con l’impegno di rimandare a casa un governo golpista, fascista, razzista. O ci svegliamo adesso o torneremo a chiamarci sudditi”.

I preamboli non fanno ben sperare, il tono non è per niente pacifico. In più c’è di mezzo la massa e forse converrebbe ricordare al leader dell’Italia dei valori alcune parole di Giovannino Guareschi:

Ho terrore della massa: la massa ha centomila occhi ma è cieca. Mi sono sempre battuto contro la coscienza collettiva e per il trionfo della coscienza personale; Dio, assegnando ad ogni uomo una coscienza e una personalità è decisamente nemico di ogni forma di collettivismo.

E infine ci sarebbe anche una nota storica: di rivoluzioni pacifiche se ne sono viste ben poche. Una nel 1689, quella Gloriosa in terra albionica. Ma che fu preceduta da una lunga scia di sangue. Insomma: andiamoci piano con le parole, davvero.

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Cacciatori di teste

A quanto pare in Italia sette persone su dieci sono contrarie alla caccia. Così riporta una ricerca dell’Ipsos per conto di Enpa, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf. Tra le tante cifre che compaiono nell’indagine, un 86% degli intervistati chiede di aumentare la distanza di sicurezza tra cacciatori e le case e i sentieri battuti dagli escursionisti, mentre il 78% domanda una tregua la domenica e i festivi, quando le campagne e i boschi sono più affollati del solito (ma siamo sicuri che la gente si riversi in campagna e nei boschi di domenica?).

Ecco spiegato perché le cose vanno male nel nostro Paese: gli animali ormai godono di maggiori diritti degli uomini. Poi accade che la caccia alle teste nei restanti ambiti della società sia lo sport preferito dalla cosiddetta opinione pubblica. Che poi uno potrebbe ribattere: ma che diavolo c’entrano le due cose? Beh, ci sarebbe tal popolo viola – mai colore fu più azzeccato – che in cuor suo vorrebbe ribaltare nemmeno senza decreto il voto del 38% degli italiani, rispondendo al motto che i governi devono temere i cittadini. A comandarlo l’ultimo esemplare di fascista in Italia: quell’Antonio Di Pietro che non si accontenta più di brandire metaforicamente il manganello nei confronti di chi non la pensi come lui. Ora punta in alto, in altissimo, direttamente al Colle.

La caccia alle bestie no, ma quella agli uomini sì. I soliti livorosi violacei.

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Nati dall’odio

L’augurio è che da oggi torni un po’ di buonsenso a governare questo sgangherato Paese, ma questo augurio è come una promessa da marinaio. Quanto accaduto a Silvio Berlusconi in piazza Duomo può sembrare imbarazzante per uno stato civile e democratico come il nostro, eppure – almeno da queste parti – la sensazione è che non sia così perché l’Italia ha un conto in sospeso con la sua storia che ogni tanto riemerge: l’odio per l’avversario. Sia politico che sociale, poco importa. L’odio è radicato e ce ne rendiamo conto un po’ tutti non adesso che tale Massimo Tartaglia diventa l’idolo di internauti che lo hanno eletto uomo dell’anno su Facebook. Quelle sono vigliaccherie.

Pensiamo alla resa dei conti al termine della Guerra civile tra il ’43 e il ’45, pagina di storia che ufficialmente è riconosciuta come Resistenza da parte di alcuni italiani (i partigiani, meglio se rossi) contro altri, non meglio specificati, nemici della libertà. Pensiamo al terrorismo degli Anni di Piombo, all’odio sociale sobillato da certe frange parlamentari e non nei confronti del padrone, del ricco o, semplicemente, del borghese. Ai giornalisti gambizzati e ammazzati, ai politici rapiti ed eliminati. Agli scontri tra estrema destra ed estrema sinistra. A tutto questo, agli anni ’70 che alcuni intellettuali o tipi fini dei salotti buoni rimpiangono perché contrassegnati da lotte in nome di ideologie.

Poi pensiamo a Tangentopoli, con innocenti finiti nel tritacarne assieme ai colpevoli e alle monetine contro Craxi, al populismo manettaro, al primo odio coltivato verso una persone in particolare e non più verso le classi sociali. Come nel caso di Silvio Berlusconi, che nel 1994 scombussolò le carte della “gioiosa macchina da guerra” del Pds di Achille Occhetto, uno che pochi anni fa andava a braccetto con Antonio Di Pietro. Il Cavaliere ha radicalizzato lo scontro politico, per via dell’ingombrante persona che è e che è stata, divenendo l’obiettivo più logico dell’odio mai affrontato con una coscienza tranquilla dall’Italia e dalla sua classe dirigente. Facciamo sempre finta di niente, ma il risultato di una riappacificazione mai esistita da sessant’anni a questa parte torna a fare capolino.

D’altronde, l’Italia è una repubblica fondata sull’odio.

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Mafiosi all’opera

Ed ecco che alla fine il coglione del gruppo si è fatto avanti: un colpo al premier mentre era in piazza Duomo a Milano per  un comizio del Pdl. Ma non c’è nulla di cui meravigliarsi perché il clima d’odio creato nell’ultimo periodo da certa gente era evidente, tangibile e preoccupante. Molto preoccupante.

Un nome tra i tanti (tipo Santoro, Travaglio, Rep.): Antonio Di Pietro. Che venerdì aveva fatto sapere: «Se il governo continua a essere sordo ai bisogni dei cittadini, si andrà allo scontro di piazza. Ci scapperà l’azione violenta se il governo non si assume la responsabilità di rispondere ai bisogni del Paese».

Un messaggio mafioso, no?

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Soldati nelle città

“Come in Colombia” – Antonio Di Pietro.

Sarà pure colpa di qualcuno che c’era prima.

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