Archivi del mese: ottobre 2011

Il congedo di Candido

Il 22 ottobre 1961 Giovannino Guareschi si congedò dal Candido. Chiudeva così il periodico dal quale ‘Peppone’ aveva condotto mille battaglie e che era diventato scomodo per la Dc di Fanfani. I figli Alberto e Carlotta ne mantengono vivo il ricordo e la delusione per la fine del Candido: “E’ morto dentro col suo giornale”

Il 22 ottobre 1961 Giovannino Guareschi si congedò dai suoi lettori in quello che è destinato ad essere l’ultimo numero del Candido, il settimanale umoristico del sabato che il giornalista parmense aveva contribuito a rendere protagonista della politica italiana del dopoguerra. Dalle colonne Guareschi aveva combattuto le sue battaglia, come quella per la monarchia in occasione del referendum istituzionale del 1946 o quella contro il Fronte democratico popolare alle elezioni parlamentari del 1948. E aveva creato nell’immaginario italiano la figura del trinariciuto, l’iscritto al PCI con una terza narice utile per mettere il cervello all’ammasso del partito e protagonista di una delle rubriche più fortunate, “Contrordine compagni!”. E sempre sulle pagine del Candido venne pubblicata alla vigilia del Natale ’46 la prima puntata di Don Camillo.

Ma nel ’61 ormai non c’era più spazio per un Guareschi in circolazione. L’Italia si stava preparando al boom economico e ai governi di centrosinistra e Giovannino era diventato scomodo, tanto che l’allora presidente del Consiglio, il democristiano Amintore Fanfani, concesse un incontro all’editore del Candido, Rizzoli, a patto che questi chiudesse la testata.
Il pretesto giunse quell’autunno, quando il 17 settembre e il 15 ottobre vennero pubblicati sul settimanale due articoli sulla “variante aretina” dell’autostrada A1: una sorta di omaggio di Fanfani agli amici di casa, con tanto di casello incorporato. Così, con uno scarno comunicato sotto il solito editoriale di Guareschi, il 22 ottobre fu annunciata la cessazione delle pubblicazioni, cominciate alla fine del 1945, in quella che Guareschi definì “Italia provvisoria”.

Sono trascorsi 50 anni, ma per i figli Alberto e Carlotta (rispettivamente Albertino e la Pasionaria nei racconti domestici che Guareschi infilava sotto la voce “Le osservazioni di uno qualunque” o “Corrierino delle famiglie”) il ricordo è più che mai chiaro. Oggi custodiscono la memoria del padre a Roncole Verdi, dove Guareschi inaugurò nel 1964 un piccolo ristorante, oggi sede dell’archivio dell’autore nato il 1 maggio 1908 a Fontanelle di Roccabianca.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/cinquant-anni-fa-il-congedo-del-candido-di-guareschi#ixzz1bnAp8qQi

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Questione culturale

Ne è stata fatta una questione politica, ma più che altro è culturale. I guai sono cominciati da quando, nel dopoguerra che apriva le porte al benessere, lo Stato si è avvalso del diritto di dire ai genitori di non preoccuparsi, che i figli glieli avrebbe allevati lui. Li ha coccolati, mentre i babbi e le mamme li hanno protetti e giustificati, assegnando loro un compito ben preciso: ottenere tutto ciò che chiedevano – o meglio pretendevano, con la pretesa di riscattare le difficoltà e le rinunce del passato. La prospettiva lo consentiva, allora. Adesso non più. Probabilmente, per la prima volta negli ultimi cinquant’anni, ci sarà una generazione più povera di quella che l’ha preceduta e il malessere ha cominciato a diffondersi rapidamente. E quando inizia il contagio di massa di un virus, si scatenano le reazioni più violente.

Come se poi fossero soltanto quelli scesi per le strade di Roma o delle altre capitali mondiali, gli indignati. Non è affatto vero: lo sanno i politici, lo sanno i media. Fingono di non accorgersene e gli va bene perché quest’altra categoria di indignati ha delle basi sulle quali fare affidamento e alle manifestazioni preferisce uno strumento di gran lunga più serio: il ragionamento. Trattengono l’istinto, arrestano la piena di sangue diretta al cervello, provano a capire perché le cose non funzionano come dovrebbero. Non sono massa, sono individui.

(continua su The Right Nation)

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Hugh and Boris

Mitigata dai piacevoli effetti dell’Indian Summer che ha interessato l’isola, la politica inglese si prepara a concludere la stagione delle conferenze dei suoi tre maggiori partiti, prima di tornare a fare sul serio in Parlamento. Gli ultimi in ordine di tempo a ritrovarsi a corte sono i conservatori del Primo ministro David Cameron che nel suo discorso ha chiesto ai cittadini britannici di saldare i propri debiti per permettere all’economia di uscire da una recessione anormale.

Capi alle prese con una leadership da rafforzare se non riaffermare, come hanno dovuto fare Nick Clegg tra i liberaldemocratici o Ed Miliband con i laburisti. Salvo incappare in due imprevisti capaci di conquistare spazio e attenzione: un attore con una missione politica e un politico che veste ottimamente i panni dell’attore. Perché se apparentemente Hugh Grant e Boris Johnson hanno ben poco in comune, a conti fatti hanno lasciato un segno allo stesso modo.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/hugh-grant-e-boris-johnson-la-politica-inglese-non-la-fanno-piu-i-leader#ixzz1Zz7xiLx4

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Un liberal

C’è un aggettivo di troppo nella definizione che David Cameron ha dato di sé qualche settimana fa durante il dibattito del mercoledì alla House of Commons: Liberal Conservative.

Il guaio grosso è che quello che stona è il secondo, come il Primo ministro inglese ha confermato con il discorso di oggi alla conferenza di Manchester, nel corso del quale ha riproposto i suoi cavalli di battaglia, Big Society inclusa. Un concetto che tale rimane e Cameron è troppo impegnato a rimarcare di volere una “stronger and bigger society” da dimenticarsi di aggiungere che per far ripartire l’economia occorrerebbe anche meno stato.

Di solito i conversatori ci tengono a sottolinearlo, i liberal no. (continua su Right Nation)

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Campione di ovvietà

Beppe Severgnini è stato nominato “Best Tweeter 2011” in occasione del Blogfest di Riva del Garda. Lo ha fatto sapere con uno dei suoi editoriali ospitati dal Corriere nella pagina delle opinioni, dicendo di sentirsi “come Scilipoti all’ingresso in Parlamento: un miracolato”. Una ovvietà tira l’altra e vale anche un riconoscimento, a quanto pare. Simpatico, Severgnini, che finge di non prendersi sul serio e poi non manca di raccontarci che lui se ne va in giro per il mondo e infatti non era neppure alla manifestazione: riconoscimento “ricevuto in contumacia (niente lavitolamenti, sono in viaggio in Asia)”. Via un’altra ovvietà.

Ne è il re incontrastato, sia che parli di politica che di sport: quando affronta la prima, incarna l’essenza del democristiano medio (paraculo), quando passa al secondo mette in mostra la tipica saccenteria degli interisti che si sentono vittime di complotti. Infatti piace a tutti.

(continua su rightnation.it)

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