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Caccia al bianco in Sudafrica: in quindici anni uccisi 3.000 agricoltori dai razzisti neri

Il governo sudafricano non ha ancora digerito l’asilo politico che il Canada ha concesso agli inizi di settembre a Brandon Huntley, 31enne bianco originario di Città del Capo, vittima di attacchi razzisti da parte di connazionali neri. Decisione che potrebbe rivelarsi un precedente scomodo per la classe dirigente del Sud Africa, guidata dall’African National Congress, il partito di Nelson Mandela di ispirazione socialcomunista, oggi presieduto da Jacob Zuma, capo di Stato nero nella cui fedina penale compare anche uno stupro nei confronti di una donna malata di Aids.

La difesa

«È tutto falso», continuano a commentare dal governo, ma i numeri smentiscono. Dal 1994, anno dell’abolizione dell’apartheid, ad oggi sono all’incirca 2.500 gli allevatori di origine bianca rimasti vittime delle violenze di criminali di colore. La cifra è confermata dalla commissione per i Diritti civili del Sud Africa, voluta dallo stesso Mandela nel 1995. In un rapporto reso pubblico lo scorso giugno, si segnala un incremento del 25 per cento dei casi di omicidio nei confronti di bianchi negli ultimi quattro anni, tanto che “Genocide Watch”, una organizzazione internazionale con base negli Usa, ha esplicitamente parlato di genocidio a danno dei boeri, il termine olandese per indicare i farmers, gli allevatori che nel corso del 18° secolo colonizzarono parte della regione.

Le vittime ufficiali

Nel Paese, le associazioni boere che si occupano di denunciare i casi di violenza nei loro confronti si muovono soprattutto tramite internet, dovendo fare i conti con il muro di silenzio delle istituzioni. Dalle testimonianze raccolte, le vittime ufficiali aggiornate al 2 maggio scorso sarebbero addirittura 3.047. Oltre al danno, la beffa: lunedì la commissione di Pubblica sicurezza ha reso noto che più di 200 funzionari della pubblica amministrazione sono colpevoli di diversi reati che vanno dalla guida in stato di ubriachezza alla corruzione. Il radioso futuro per lo stato dell’arcobaleno, tante volte promesso dal partito di Mandela, è ancora ben lontano dal rivelarsi una realtà.

Dario Mazzocchi

© Libero

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Non ditele che è razzismo

“Condoleeza Rice, indubitabilmente nera e senza alcun dubbio donna, certamente afflitta da una vita di mestruazioni a cui, probabilmente, data l’età, è seguita la mai troppo rimossa menopausa. Le compagne “vecchie” (o vecchie compagne?) hanno provato un brivido di orgoglio, per così dire, castale nell’apprendere che un essere umano di tipo femminile, nero e pure di mezz’età (tre sfighe in una persona sola) era assurto a una delle massime cariche del mondo, quello di complice number one di un personaggino come George W. Bush. (…) Condoleeza, con quelle guancette da impunita, è la “lider maxima” delle donne-scimmia. (…)

Lidia Ravera – L’Unità – 25 novembre 2004

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La paura non crea razzismo

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, da Milano per la Festa della libertà ha detto la sua sugli ultimi accadimenti italiani. La così detta “caccia al negro” secondo i ben informati che rispondono ai nomi di Santoro, Travaglio e Lerner. Per i tre, da quando il centrodestra è al governo il Paese è divenuto razzista e così si spiegano il ragazzo di colore ammazzato a Milano, quello pestato a Parma, la somala all’aeroporto di Roma, il cinese malmenato a sangue sempre nella capitale. Fini, invece, ammette che il razzismo c’è da una parte, ma dall’altra dice, giustamente, che gli italiani ora hanno pure paura perché, a guardarsi attorno, insomma, è più facile vedere immigrati e non indigeni. Un po’ la gente si ferma a pensare, mica è sempre così scema da votare Berlusconi come credono sempre i tre sopra detti.

Il presidente della Camera ha ragione, la gente comune ha paura. Però sbaglia quando se le sente di proporre un Osservatorio per monitorare questo così detto rigurgito razzista. Perché la paura non crea razzismo, semplicemente porta all’autodifesa, un affare ben diverso. Un po’ come ai tempi in cui la legge conta poco o niente, come accade dalle nostre parti insomma: tu, che in Italia non dovresti nemmeno starci, vieni a privarmi di quello che mi è più caro? Vita, portafogli, macchina o altro? Beh, allora se la legge non mi difende, mi difendo per conto mio. Un ragionamento sacrosanto, peccato che sia distorto perché nasce proprio nel momento in cui lo Stato non tutela i suoi “veri” cittadini. E così, sempre a Milano, i soldati stanno in appostamento davanti al consolato egiziano, gli italiani si arrangino.

Forse sarebbe il caso di smetterla di far feste della libertà per iniziare a lavorare per tenere in piedi non l’Alitalia ma tutto il resto: qui si rischia che tra poco sparisca la libertà di tenerci stretta la nostra identità. Solo perché qualche spaccone a sinistra insinua un latente razzismo pronto ad esplodere e i nostri ci cascano come pere.

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La finta festa multicolore

Jacob Zuma si appresta a togliere dai piedi Thabo Mbeki, il presidente del Sud Africa che ha fatto da intermediario tra Zimbabwe e resto del Mondo negli scorsi mesi, più disastri che successi. Si tratta di una lotta tutta interna all’African national congress, il partito che fu di Nelson Mandela, il partito dei neri che di fatto controlla la scena politica in quello stato. Non c’è dubbio che Zuma sia un personaggio ambiguo se non addirittura rappresentativo di quanto stia capitando da quelle parti.

Accusato di corruzione durante il mandato di vice presidente in un affare che vedeva coinvolte armi francesi, è stato pure accusato di stupro ai danni di una amica di famiglia che gli domandava aiuto. Amica di famiglia malata di Aids. Durante il processo, accertato che il rapporto sessuale era avvenuto senza precauzioni, rispose tranquillamente che non temeva di essere rimasto contagiato perché dopo la violenza si era fatto una doccia. Eppure è sulla breccia, un politico che raccoglie consensi in particolare negli ambienti socialisti e comunisti, puntando sulla redistribuzione dei beni tra i poveri della nazione. I poveri negri, si capisce. Lui, zulu di origine, si mette in coda agli altri esponenti politici sudafricani che nel corso degli ultimi anni hanno fatto del Sud Africa una terra di corruzione, per l’appunto, e di razzismo al contrario.

I bianchi vengono perseguitati, non è una leggenda. In particolare nelle zone agricole, molti afrikaans, i discendenti dei boeri, si trovano sotto assedio. Lasciano le immense fattorie, migrano altrove per evitare di rimanere accoppati o di vedere moglie e figli violentate dai delinquenti allo sbando. D’altra parte, basta guardare l’atteggiamento dell’attuale capo di Stato, Mbeki, che nel corso della crisi dello Zimbabwe dava corda a quel Mugabe che accusava l’Occidente – vale a dire i bianchi – di manovrare contro di lui e contro l’intreresse del suo popolo. Nel frattempo, i bianchi venivano messi all’angolo e seriamente minacciati.

Nelle città la situazione è, se possibile, peggiore. Pretoria, Johannesburg e altre località contano tra la popolazione povera molti bianchi che faticano a sopravvivvere, se non addirittura in alcuni casi sono divenuti barboni. Rapine, violenze, minacce delle quali è rimasta vittima anche Nadine Gordimer, scrittrice paladina delle battaglie contro l’apartheid. Insomma, il governo dei neri non ha niente a che vedere con il concetto di maggiore democrazia.

Di tutta questa faccenda, ovviamente, se ne parla poco, pochissimo, quasi nulla. Eppure la realtà dei fatti è che per i bianchi, in Sud Africa, il futuro si fa oscuro. O meglio, nero.

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Razzismo negro

Interessante articolo preso dal Mail & Guardian, giornale liberal sudafricano.

La cosa interessante riguardo a quanto sta accadendo da quelle parti è che le notizie, qui da noi, sono molto scarne, giusto qualche appunto. Per un fatto molto semplice: non sono i bianchi ad ammazzare i neri, sono i neri che si accoppano tra di loro. Ma come?, dicono i ben pensanti che, nel loro prodigarsi in studi sociologici e politically correct, hanno dimenticato che le tribù fra di loro non vanno d’accordo. E l’uomo bianco non può farci un bel niente.

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