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Impressioni, sentimenti, stati d’animo

Buon anno

Non so come la vediate voi, ma da queste parti abbiamo infilato il 2011 sotto l’albero di Natale, come buon auspicio. Quello che si va a chiudere è stato un anno difficile, perché la ruota gira così: a volte bene, a volte si sgonfia o si infila in una buca. Non pretendiamo granché: fare il nostro lavoro onestamente, con soddisfazione personale senza richiedere la luna o altri satelliti o pianeti sparsi nell’universo. Abbiamo un motto da queste parti, nella side bar:

Ci sono due cose che contano veramente nella vita di un uomo: trova un lavoro che ti piace e trova qualcuno da amare con cui dividere la tua esistenza.

Non è questione di mediocrità: mediocre è colui che pur avendo il pane, non ha i denti; chi non pensa nemmeno per un attimo di mettersi a sudare per guadagnarsi la pagnotta. Alle persone oneste basta poco per rimboccarsi le maniche.

Buon anno.

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In origine doveva essere un melo

Pensare alle tante volte in cui ci dicevano che il presepe era cristiano, mentre l’albero un’importazione illecita o meno del paganesimo. Forse perché il Natale cade nel giorno che nell’antica Roma era dedicato al “Solis invictus”, il dio sole e allora un po’ di confusione nella tradizione ci può anche stare. Ma a quanto pare non è del tutto vero perché anche l’albero di Natale è un simbolo della cristianità, nato dal collegamento fra redenzione e creazione, un binomio che a lungo ha accomunato la festa della nascita di Gesù, venuto al mondo per redimere il peccato originale.

C’è un libretto molto interessante intitolato “L’origine della festa del Natale” ed è firmato da Oscar Cullmann, professore universitario nato nel 1902 a Strasburgo e vincitore nel 1993 del Premio Internazionale Paolo VI per l’ecumenismo, che aiuta a capire meglio il significato dell’albero sotto il quale mettere i regali per le festività. Anzitutto, non ha un’origine antichissima: all’incirca ha poco più di 400 anni o comunque non oltre il Medioevo quando si tenevano delle rappresentazioni durante le quali, alla vigilia del Natale, si metteva in scena la storia del peccato originale in Paradiso. Nei calendari antichi al 24 dicembre venivano infatti abbinati i nomi di Adamo ed Eva. Tant’è che in Renania, regione della Germania, durante lo spettacolo comparivano anche il diavolo e un albero, quello del frutto del peccato. Nella Bibbia non viene indicata esattamente la sua specie e allora veniva identificato con le piante locali, a seconda delle zone. In Renania si trattava di un melo, ma è un’impresa impossibile trovarne uno in fiore in pieno inverno e allora la scelta ricadeva sul sempreverde abete.

Questo tipo di rappresentazione ha dato all’albero di Natale il suo significato cristiano: nella Santa Notte il peccato dell’uomo è stato espiato per mezzo dell’incarnazione di Cristo.

Non è quindi un caso che l’abete venisse decorato per l’occasione con delle mele (il frutto del peccato) accompagnate dalle ostie, il corpo del redentore. Da una parte la mela che ha condotto l’uomo alla morte, dall’altra l’ostia, il pane che significa vita.

Proseguendo nel tempo, risale all’incirca al 1605 una testimonianza che giunge proprio da Strasburgo dove sui rami comparivano delle rose, altri antichi simboli del Natale: “Un germoglio spunterà del tronco di Iesse, / un virgulto germoglierà dalle sue radici” si legge infatti nell’Antico Testamento, Isaia 11, 1.

Luci, stelle, addobbi e quant’altro: così oggi ce lo immaginiamo un albero di Natale che si rispetti, ma il mistero in parte svelato che accompagna la sua nascita trova altri interessanti elementi, sempre dal Medioevo (hanno voglia a definirlo “Secolo buio” certi benpensanti, non sanno che si perdono).

A quell’epoca il periodo del solstizio d’inverno (21 dicembre) veniva celebrato appendendo dove possibile ogni genere di rami o ramoscelli, usanza adottata anche a Capodanno o a San Nicola, il 9 dicembre. Chissà se i bambini sanno che è Sancta Claus il vero e unico Babbo Natale?

Tornando ai rami di albero che servivano da decorazioni, spesso erano quelli di betulle e querce, ma soprattutto di abeti, il cui verde perenne simboleggia l’immortalità: «Mentre normalmente la natura si risveglia solo in primavera, in questo caso essa riprende vita nel momento più cupo dell’anno, “nel mezzo del freddo inverno”, “non solo nella stagione estiva”», scrive Cullmann nel suo libro.

Capita così di scoprire cose nuove dal sapore fortemente natalizio, molto più delle pubblicità che compaiono in televisione o sui giornali quasi un mese prima dell’atteso giorno. Molto meglio arrivarci con calma, senza frenesia e concedendosi un po’ di fantasia guardando un albero illuminato.

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Agosto, è tempo di tagliare

La seconda metà di agosto un agricoltore se la segna sul calendario già ad inizio anno. È in questo periodo che attacca con la mietitura del mais, pianta di origine messicana: per gli studiosi, la culla del mais risiede nella valle di Tehuacàn, nella regione meridionale di Oaxaca, una delle zone più povere del Paese sudamericano. Per migliaia di anni l’Oaxaca ha ospitato gli insediamenti delle civiltà precolombiane zapotechi e mixtechi.

A chi lo lavora, dalla semina alla raccolta, poco importano queste parentesi storiche, non ci sarebbe nemmeno il tempo di rifletterci sopra perché le giornate sono già abbastanza ingombranti. I motori della trincia e dei trattori che la seguono si avviano di primo mattino, quando un ingenuo potrebbe pensare al fresco. Infilarsi nei campi di mais invece provoca sempre lo stesso effetto quando il sole se ne sta tutto solo nel cielo: è come se una coperta di umidità avvolgesse il malcapitato. L’unica sensazione si frescura è quella che si sprigiona dal basso, dalla terra polverosa: una sensazione destinata a durare il tempo per realizzare che anche quella è umidità.

Il rituale è piuttosto semplice: la trincia si avventura tra le file di mais, accanto procede il trattore che traina il carro dove finisce il raccolto. Ben presto l’operazione si trasforma in una processione costante: quando un carro è colmo, riprende la strada di casa e se ne fa sotto un altro e così via, salvo imprevisti come la rottura di qualche marchingegno o un leggero ritardo sulla tabella di marcia. In cascina un trattore alla volta procede a scaricare il trinciato nella trincea. Potrebbe essere altrimenti? Due solide pareti di cemento da riempire: ne esce una figura geometrica simile ad un parallelepipedo.

Nella pianura padana, soprattutto sulla riva sinistra del Po, ce ne sono a distese di questi campi. Nulla a che vedere con gli spazi immensi dell’America del Nord, ma fatte le dovute proporzioni geografiche, si difendono. Interi paesi affogano nel mais durante la bella stagione, le strade che li raggiungono ne sono circondate e quando si imboccano quella piccole e tortuose che spesso calcano i confini tra una proprietà e l’altra, capita di vedere sbucare il campanile della chiesa sopra le foglie verdi che nascondo le pannocchie. Spesso, se non ha altro di meglio da fare, il titolare dell’azienda agricola siede ai posti di comando della trincia. Con un occhio si preoccupa di procedere dritto, con l’altro da un’occhiata al trattore al suo fianco: è una questione di polso, quella di riempire il carro da cima a fondo e in ogni angolo, al centro e ai lati, evitando di ritrovarsi con una montagna di roba che alla prima buca – e i campi sono pieni di buche – finirebbe per terra. Non è un caso che qualcuno imprechi per il mal di collo, di tanto in tanto.

Mettersi sulle tracce di chi è all’opera non è difficile. Basta seguire gli indizi. Anzitutto bisogna decidere a quale mezzo di trasporto affidarsi. Andare a piedi non conviene se fa caldo, nemmeno in auto a meno che non sia provvista di solide sospensioni e la si voglia impolverare in un battibaleno. Meglio la bicicletta a questo punto. Solitamente il tragitto della processione è accompagnato da una nuvola chiara: la polvere che si leva da terra e va ad imbiancare le rive dei fossi o l’erba dei campi vicini a quelli di mais. Bisogna stare attenti a non finire nella morsa di un trattore che arriva e di uno che va, si corre il rischio di avere la polvere appiccicata su tutto il corpo. Altra indicazione utile: meglio essere provvisti di due solide gambe che spingano perché facilmente il sentiero finisce per avere tre dita di sabbia che fanno slittare le ruote: si spreca del fiato per rimanere dove si è.

Se nella distesa di piante non si rintraccia il campo giusto – e non c’è anima viva che sollevi un nuvolone -, rimane l’udito. La trincia ha la caratteristica di essere produrre un rumore come quello di un moscone che ha deciso di ronzare attorno alle orecchie. Non si può sbagliare.

Nella seconda metà di agosto il sole comincia a calare presto, segno di manca poco a quella parte dell’anno che accompagna all’autunno. Più il sole cala, più si cerca di portarsi avanti con il lavoro in vista del giorno dopo. Una volta che la processione ha compiuto l’ultimo atto, radunando tutti i mezzi sull’aia della cascina, ci si dà da fare con le aggiustature: spesso un trattore fa tribolare e servono dei ricambi o un paio di martellate per rimetterlo in riga. Faccenda più delicata se è la trincia a impiantarsi. Anche in questo caso partono le imprecazioni.

Il giorno seguente, si ricomincia da capo.

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Paesello libertarian

Si è parlato, nei mesi scorsi, di Colorado Springs dove, di fronte alla crisi economica, i libertarian hanno messo in pratica la loro strategia: tagli alla spesa pubblica e privati che si danno da fare in nome dell’autogoverno. Roba da americani, uno pensa. Poi capita, un lunedì mattina come tanti altri, di tornare dalla piazza dopo aver preso il giornale e vedere all’opera dei pensionati con macchina per tagliare l’erba, rastrelli, forbici, forconi. Inzuppati di sudore: sono i soliti volontari di una sottospecie di cooperativa che si occupa del verde al villagio.

Sono dei compagni: a dirglielo, mica si offendono. Anzi, si inorgogliscono. E’ una questione di famiglia, tanto che del gruppo fa parte un parente stretto del sindaco. Che sia già cominciata la mobilitazione di massa ordinata da Bersani?

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Abbagli estivi

Può capitare, strano sarebbe se accadesse il contrario. Quando il sole se ne sta divinamente nel cielo agostano e picchia sulla terra, può capitare di avere un abbaglio. Salvo poi rendersi conto che quanto si è visto corrisponde alla realtà.

Una parte di landa occupata da campi di mais. File dopo file di sottili fusti verdi e pannocchie, qualche pianta selvaggia sopravvissuta al diserbo, il fosso pieno d’acqua, bestiole che si muovono tra le sterpaglie delle rive. I trattori che fanno avanti e indietro con i carri colmi di trinciato e la trincia che attende il passante di turno ferma nel campo.

Una bicicletta da inforcare per tornare sulla via di casa ed ecco che si incrocia un volto esotico avvolto, due occhi scuri, un passante avvolto in un largo vestito sull’arancione. Toh, l’India. Che poi ci sta, per via del caldo, dell’umidità, di quell’angolo lontano dalle case e in riva ad un fiume: la cornice è quella.

Chiamiamola come vogliano: emigrazione, globalizzazione, integrazione. La quale, da queste parti, non si mette in marcia con i servizi sociali, i fondi delle istituzioni pubbliche presi dai contribuenti, gli appelli delle autorità cittadine per il quieto vivere. Roba che si sentono al bar che sta proprio davanti al comune, dove sventola pure la bandiera arcobaleno della pace. Macché: qui l’integrazione pedala su una bicicletta da uomo, inforcata da una donna, con tanto di cestello sul parafango posteriore per infilarci dentro la spesa.

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House è morto! Viva House

Da qualche tempo su Facebook gira una massima del dottor Gregory House: “La gente non ha quello che merita, ma quello che gli capita”. E’ tutto un unico condividere l’affermazione con altri commenti quali “eh, già”, “ha ragione”, “è un grande”. Certo, un grande genio del male al quali tutti abboccano.

Dottor House sta morendo, purtroppo: è la fine che fanno i protagonisti delle serie televisive che meritano di essere guardate. Tutti vorrebbero ormai essere come lui, solo che non è possibile perché non ci sarebbe nessuno talmente coraggioso – e bastardo – da uscirsene con alcune delle sue battute più politicamente scorrette, nemmeno tra chi inneggia a lui via Facebook. Sulla psicologia del personaggio interpretato da Hugh Laurie (e che gli autori avrebbero delineato prendendo come riferimento Sherlock Holmes e Conan Doyle) si è scritto di tutto e di più.  E lui, dotto House, in una bellissima puntata se ne ne uscì con un “Fede è un sinonimo di ignoranza, vero?! Non ho mai capito come faccia la gente a vantarsi di credere in qualcosa senza una prova, che ci sarà di meritorio?”.

Allora è chiaro che per lui alla gente spetta non ciò che merita, ma quel che capita. Tanto che nello stesso episodio (House e Dio, seconda stagione) il fedele amico dottor Wilson lo punge: “Ed è per questo che la religione ti irrita, perché se l’universo è comandato da leggi meccaniche tu le impari e ti metti al sicuro. Se esiste un essere superiore, ti schiaccia ogni volta che vuole”.

La sorte è indecifrabile, si capisce. Ma quel che ci capita può anche essere conseguenza delle nostre azioni. E così, se qualcuno è meritevole, alla fine viene premiato, in un modo o nell’altro. Ma la gente oggi si accontenta di dare retta ad House senza nemmeno provare a stravolgere la sceneggiatura, come invece fa il protagonista stesso della serie. House è morto! Viva House.

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Silenzio per i morti

E voi, palme e cipressi che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri: e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l’altare.
Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
e interrogarle.

Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, 1807

Caro papà,

arrivano puntuali i giorni dei morti e forse è meglio così, che io venga a ricordati di fronte alla tomba. Perché non è che tra i vivi le cose vadano per il meglio. Il mondo non va più a puttane, ma a transessuali.

La famiglia vive soprattutto nelle pubblicità della Barilla e il senso del peccato è bandito dai manuali che ci propinano ogni giorno.

Però arrivano i giorni dei morti, accompagnati dal tepore di fine novembre e dalla nebbia che di sera si leva dai campi. E allora chiudiamo qui per un po’ perché è tempo di dovervi ricordare. All’ombra dei cipressi.

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