Abbagli estivi

Può capitare, strano sarebbe se accadesse il contrario. Quando il sole se ne sta divinamente nel cielo agostano e picchia sulla terra, può capitare di avere un abbaglio. Salvo poi rendersi conto che quanto si è visto corrisponde alla realtà.

Una parte di landa occupata da campi di mais. File dopo file di sottili fusti verdi e pannocchie, qualche pianta selvaggia sopravvissuta al diserbo, il fosso pieno d’acqua, bestiole che si muovono tra le sterpaglie delle rive. I trattori che fanno avanti e indietro con i carri colmi di trinciato e la trincia che attende il passante di turno ferma nel campo.

Una bicicletta da inforcare per tornare sulla via di casa ed ecco che si incrocia un volto esotico avvolto, due occhi scuri, un passante avvolto in un largo vestito sull’arancione. Toh, l’India. Che poi ci sta, per via del caldo, dell’umidità, di quell’angolo lontano dalle case e in riva ad un fiume: la cornice è quella.

Chiamiamola come vogliano: emigrazione, globalizzazione, integrazione. La quale, da queste parti, non si mette in marcia con i servizi sociali, i fondi delle istituzioni pubbliche presi dai contribuenti, gli appelli delle autorità cittadine per il quieto vivere. Roba che si sentono al bar che sta proprio davanti al comune, dove sventola pure la bandiera arcobaleno della pace. Macché: qui l’integrazione pedala su una bicicletta da uomo, inforcata da una donna, con tanto di cestello sul parafango posteriore per infilarci dentro la spesa.

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