Archivi del mese: giugno 2009

Se questo è il sito serio di un giornale serio

L'home page di Repubblica.it

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La tragedia di Viareggio, Noemi e il fidanzato, la giunta pugliese che rassegna le dimissioni per l’inchiesta di Bari sulla sanità. Ma sono in ordine?

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Informazione web a pagamento? Ok, ma non in Italia

Da qualche tempo gira la voce lanciata per primo da Rupert Murdoch di mettere a pagamento le notizie che vengono pubblicate on line. Una soluzione concreta di fronte alla crisi economica che ha colpito e non poco i media, quelli tradizionali in particolare, al punto che nei mesi scorsi negli Stati Uniti addirittura si presagiva un futuro senza carta stampata. Cerchiamo di capire se Murdoch abbia ragione o meno.

L’esperienza e i successi ottenuti sono dalla sua. E l’idea di far pagare le notizie pubblicate sui siti internet non è una mossa per recuperare liquidità, ma è dettata dal mercato. Tra Usa e Gran Bretagna la stampa multimediale ha fatto passi in avanti da gigante. I siti dei quotidiani più importanti, ma non solo, sono pieni di spunti. Hanno aggiornamenti costanti, photogallery e videogallery, articoli che in alcuni casi consistono in veri e propri filmati come se i giornalisti stessero lavorando per un telegiornale. Così il lettore ha 1) l’articolo, 2) il video e 3) le foto. In un solo prodotto, quello che offrono radio, televisione e carta stampata. Fantastico. Occorrono investimenti per tuto questo e quindi non sarebbe una bestemmia chiedere qualcosa ai propri lettori.

A qualcuno fischiano le orecchie? Non c’è dubbio.

Fischiano ai giornali italiani. Corriere.it, Repubblica.it, La Stampa.it, per citare i siti dei tre maggiori quotidiani, propongono le stesse notizie, uguali, quelle che arrivano da una qualsiasi agenzia con qualche rielaborazione. Non interessa il contenuto, ma battere sul tempo il diretto rivale. Già sono graficamente difficile da digerire, in più ogni tanto si lanciano nel proverbiale lancio d’agenzia: titolone rosso, due righe di testo e null’altro. Un flash con la notiziona. Ma quello è un lavoro che fanno all’Ansa, all’Agi, all’AdnKronos o a RadioCor. In teoria il quotidiano dovrebbe informare diversamente.

Il fatto è che a casa nostra i siti sono considerati redazioni di Serie B. Una succursale del cartaceo, senza alcun collegamento tra le due redazioni. Chi scrive sul giornale si rifiuta di scrivere sul web, a meno che non abbia un blog tutto per lui. Chi lavoro al web non compare sul cartaceo. Eppure, il web è l’unico settore dell’editoria che attira sempre più pubblicità.

No, in Italia le news on line non vanno pagate perché non lo meriterebbero. Sarebbero soldi sprecati e i lettori, i giornali lo sanno, capirebbero in fretta che è meglio lasciar perdere. Piuttosto tornano a consolarsi con le notizie sms lanciate sui cellulari.

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Dario fa la Serracchiani ma resta impalato al video

Dario Franceschini ha riaperto i giochi nel Partito democratico in vista del congresso di ottobre: l’attuale segretario ha infatti annunciato, con un video pubblicato sulla home page del suo sito, che è pronto a sfidare gli altri pretendenti. Fino a ieri, l’addio al vertice del centrosinistra era dato per scontato perché lui stesso ripeteva che il suo era un mandato a termine.
La candidatura sul web – Era già successo che nelle file del Pd la candidatura partisse dalla rete. È il caso di Debora Serracchiani, l’eurodeputata udinese eletta nella circoscrizione Nord – Est dove è riuscita a raccogliere più preferenze di Silvio Berlusconi. Il suo battesimo politico era arrivato il 21 marzo con l’intervento all’assemblea dei circoli del Pd, ripreso da YouTube. Un contatto dopoo l’altro, la Serracchiani si è trasformata in un nome “noto”, un volto conosciuto anche perché, nel corso del suo discorso, aveva duramente attaccato la leadership del suo partito.
Ad ascoltarla c’era ovviamente Dario Franceschini, pizzicato dall’avvocato 40enne perché “non era andato fino in fondo” nell’analizzare i motivi dei tanti problemi del centrosinistra italiano. Ironia della sorte, Franceschini l’ha copiata.
Il confronto tra Debbi e Dario – Ma Dario non è Debora. Nel senso che, confrontando i due filmati e le due strategia di comunicazione, Franceschini non ha azzeccato nulla. Per sette minuti se ne resta impalato di fronte alla telecamera; alle spalle c’è una libreria anonima, probabilmente comprata all’Ikea. Cravatta blu su camicia azzurra, promette di costruire una squadra nuova, fatta di gente motivata per “portare il Pd nel futuro” e non abbandonarlo a chi ha mal gestito il centrosinistra dal 1996 al 2008. Altra ironia della sorte, per fare presa sul pubblico – che probabilmente dopo tre minuti di monologo già sta sbadigliando – ripropone alcuni dei temi dell’intervento di Debora: forze fresche, una politica fatta tra le gente e non  i palazzi del potere, un approccio diretto con la base.
L’anonimo Franceschini e i mobili Ikea – Ma la Serracchiani, per circostanze indipendenti dalla sua volontà, ha la meglio: lei, nell’appuntamento di Roma, vestiva in modo informale e se ne stava su un palco circondata completamente dalla platea che la applaudiva. Per quanto la sua voce fosse piuttosto insopportabile e non nascondesse manie di protagonismo, ascoltarla per quasi 14 minuti diventava un piatto ben più digeribile. E il buon Franceschini risultava più convincente mentre veniva ripreso dalle telecamere, costretto ad applaudire l’omelia di Debbi per non far montare il dissenso e indossando un semplice pullover blu scuro.
Rimane in sospeso la domanda: chi diavolo è il consulente di comunicazione e immagine del segretario democratico? Se spera di vincere la sfida delle primarie con uno staff del genere, Franceschini prepari sin da ora il discorso di resa. Possibilmente non registrato davanti ad un mobile fai-da-te.

(Dario Mazzocchi, Libero-news.it)

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Clamoroso

Patrizia D’Addario smentisce di essere stata pagata da Berlusconi. Su Repubblica.it

patrizia-smetisce-se-stessa

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25 luglio?

E così il governo avrebbe i giorni contati. Strano, perché sarà pur vero che il Pdl non ha sfondato come avrebbe desiderato il Cavaliere alle Europee, ma è pur sempre il primo partito in Italia. Gli ha dato una mano il Pd, che ha perso sei punti rispetto ad un anno fa. Si è rafforzata la Lega Nord, che ha esondato nelle Amministrative e la Lega è l’alleato del Popolo della libertà.

Eppure, come quel sismologo abruzzese, Massimo D’Alema avverte i suoi di stare pronti, di non farsi cogliere di sorpresa di fronte a probabili scosse. Almeno avesse chiamato le cose con il loro nome (non so, magari ribaltone o affini) e ci saremmo evitati questa miriade di commenti, di “sentito dire”, dichiarazioni e controdichiarazioni.

Nemmeno Baffino ha più lo stile di una volta, quando stava zitto e faceva tutto il resto da dietro le quinte. Il Partito democratico nuoce gravemente alla salute, non c’è che dire. E’ tornato di moda addirittura il 25 luglio.

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Endorsement

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Niente lezioni, sono inglesi

Jacqui Smith, Home Secretary del governo traballante di Gordon Brown, ieri si è dimessa per via di quei rimborsi spese legati a due film porno noleggiati dal marito. È una testa grossa quella che è saltata, seguita questa mattina da quella di Hazel Blears, Communities Secretary. I giornali italiani raccontano che questa è l’ennesima lezione inglese che il nostro presidente del Consiglio dovrebbe prendere in seria considerazione. Un invito a lasciare la sedia, insomma.

In realtà, le dimissioni di Jacqui Smith non hanno nulla a che vedere con noi e, soprattutto, con lo scandalo dei rimborsi spese aizzato dal conservatore Daily Telegrpah. A tal proposito, forse, al Times di Murdoch sono così abbattuti e battuti dai concorrenti che hanno ben deciso di dedicarsi alle storie di casa nostra. Tornando a Jacqui, dicevamo, il suo addio dall’esecutivo era ormai nell’aria da tempo perché è l’esecutivo al quale apparteneva che ormai non ha più fiato.

Gordon Brown è un uomo morto che cammina, è finito per impiccarsi con le sue stesse mani. Rimane Primo ministro senza ministri, soprattutto senza il ministro degli Affari interni. Nell’ultimo anno non ne ha azzeccata una.

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