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Senza alternative

È sconfortante leggere le ultime vicende che riguardano Futuro e libertà. Non che ci si scrive abbia mai pensato – anche per un solo attimo di mancamento – che il partito di Gianfranco Fini potesse rappresentare qualcosa di utile per l’Italia. Ma la sceneggiata di Latina e la storia di Olbia, dove i futuristi si presenteranno alle Amministrative al fianco del Partito democratico, getta nello sconforto. Perché? Perché FLI non offre un’alternativa e per quanto quella alternativa possa non essere prendere in considerazione, quantomeno offrirebbe un po’ di sana competizione nello schieramento che in teoria sta a destra del panorama politico. E la competizione fa del bene, in particolare a chi ormai è adagiato su se stesso e invece di raccogliere i consensi delle generazioni che sono cresciute guardando alle esperienze conservatrici in Gran Bretagna e Stati Uniti, alla Right Nation, li allontana con scelte e dichiarazioni che si adattano maggiormente ad un partito socialdemocratico, non certo al Popolo della libertà che dovrebbe essere di ispirazione opposta, almeno sulla carta.

(continua su Right Nation)

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Comitato

I politici d’Italia sono pieni di fantasia e così un lunedì mattina qualsiasi apprendiamo che Massimo D’Alema ha offerto alleanza a tutti, dall’UDC a Futuro e libertà, ai vendoliani e ai dipietristi, per far fuori Silvio Berlusconi. Che ricordiamo – così, quasi per caso – è stato democraticamente eletto dagli italiani recatisi alle urne. I giornalisti italiani sono ancora più fantasiosi e già parlano di Comitato di liberazione nazionale. Comitato che? Comitato di liberazione nazionale, come ai gloriosi tempi dei partigiani e della Guerra civile. La chiamiamo Guerra civile e non Resistenza per fare dispetto, di proposito.

Dunque il Cavaliere sarà pure stanco e vecchio diciassette anni di politica in prima linea. Avrà pure stancato, ma all’opposizione sono messi peggio. Poi uno si domanda perché vince sempre – vince, ripetiamo, giusto per ribadire il fatto che Berlusconi è presidente del Consiglio per volontà popolare, piaccia o meno.

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Almeno c’è la Lega

Del partito guidato da Umberto Bossi si può dire di tutto e di più. Si può anche aggiungere che con gli anni si è adeguato al sistema Italia e ha appreso l’arte di disporre al meglio le poltrone per i suoi uomini, come che ha smarrito quella vena libertaria che l’ha caratterizzata nei primi anni di vita. Ma rimane il fatto che in queste ore di frenetico gossip giudiziario, sia la Lega Nord a parlare di politica.

Prima su un tema a lei caro come il federalismo, poi consigliando al premier Silvio Berlusconi di abbassare i toni nello scontro con i nemici giurati, i pubblici ministeri di turno. L’alleanza di governo sarà garantita dall’approvazione del federalismo fiscale: se quindi il Cavaliere vuole continuare a presiedere il governo, dovrebbe prestare particolare ascolto ai consigli dei leghisti.

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Presidente, è finita

Personalmente, non ne posso più di questa storia. Non è per fare demagogia spicciola come un Paolo Mieli qualsiasi, ma magari qualcuno si mettesse nei panni di chi cerca di sistemarsi con il lavoro in Italia e invece di sentire che la classe dirigente si impegna a risolvere alcune questioni, la troviamo incollata alla serratura della camera da letto del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Chi sostiene che il Cavaliere possa riprendersi da questa vicenda, per quanto mi riguarda, sbaglia. Perché se è vero che alla gente comune alla fine non fa né caldo né freddo, è altrettanto vero che la politica si muove su piani diversi: non è un caso che i sondaggi valgano il tempo di un giorno per poi rivelarsi sballati una volta che arrivano i risultati ufficiali dalle urne.

Governativamente, Berlusconi non può più sperare di andare avanti. Perché politicamente è sotto ricatto. Il terzo polo avanzerà pretese, l’opposizione avrà dalla sua il gossip per montare la protesta, la Lega vuole portare a casa il federalismo fiscale, ma da un momento all’altro i numeri potrebbero venire meno. E non appena il capo traballa, i fedeli si mettono a ballare perché è il loro destino, il destino di gente che non ha altro interesse che quello di muoversi nei palazzi del potere. Il riciclaggio è all’ordine del giorno in giorni come questi.

Ogni Paese ha il governo che si merita, recita un vecchio e consolidato adagio che non sempre corrisponde al vero. Ma se per i detrattori di Berlusconi gli italiani si meritano un premier così, altrettanto gli stessi detrattori si meriteranno – qualora riuscissero ad imporsi – un uomo per tutte le stagioni come Gianfranco Fini o un qualsiasi esponente del Pd che parte sapendo di non avere dalla sua il partito, diviso com’è da tante di quelle correnti che nemmeno una catapecchia in alta montagna può vantare. E con idee che rivelano una malcelata lotta sociale.

La noia e la stanchezza possono portare a fare valutazioni sbagliate, ma è anche vero che ci abbiamo fatto il callo. C’è un sistema parallelo a quello costituzionale che vanta di muoversi nel “solco della costituzione” che non ha mai digerito un’interruzione targata Berlusconi. Il quale, da 17 anni, cavalca l’onda, tra alti e bassi, tra promesse fatte e non mantenute, ma al quale va riservato il ringraziamento per aver dato una svolta alla nazione nel 1994. Al di là che fosse un santo o meno. Ma il dato di fatto è che quest’avventura è finita, al capolinea, nonostante tutti gli sforzi possibili, perché il suo privato è divenuto di dominio pubblico. Oggi sappiamo che al presidente del Consiglio piace addormentarsi “a seggiolina”, abbracciato alla compagna di letto e masticando una mentina per l’alito. I media riportano le frasi più crude e nude delle intercettazioni, abusando del corpo delle donne: loro che muovono a Berlusconi di aver trattato il gentil sesso sempre ed esclusivamente come una merce.

Tutto questo nulla ha a che vedere con la politica. E’ ben per questo motivo che Silvio Berlusconi, ormai, è condannato a non poter più governare.

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Costituzionale, ma non democratico

Il guaio è che quando il presidente della Camera afferma, da leader di partito e non da terza carica dello Stato, che il governo non c’è più e non bisogna andare al voto, ma passare ad altro esecutivo, costituzionalmente ha ragione. Nel senso che la carta italiana prevede tutto un iter di consultazioni e giri di parole per permettere, a chi non è stato eletto presidente del Consiglio, di sedersi sulla poltrona in questione. E’ stata la prassi di tutta la Prima Repubblica, poi le vicende sono leggermente cambiate, ma è chiaro che l’ambiente politico quello rimane e tende a tornare indietro.

Poi verrebbe da dire che la strategia di Fini sarà pure “nel solco della costituzione”, di certo però non è democratica (nel senso che dovrebbe governare chi ha vinto le elezioni e che se le condizioni venissero meno, allora bisognerebbe procedere a nuove consultazioni elettorali). Ma è un altro discorso che si sarebbe potuto evitare, se si fosse messo mano alle riforme istituzionali.

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Scoop di rimbalzo

I cronisti italiani non devono avere abbastanza talpe o fonti: perché se i documenti delle procure arrivano sulle loro scrivanie prima ancora di essere note agli interessati di turno, con l’affare Wikileaks si sono dovuti mettere a rincorrere i concorrenti internazionali. Nelle nostre redazioni non è arrivata alcuna anticipazione, nemmeno dalle parti del potente gruppo editoriale Espresso che ha forti sinergie con El Pais, la testata spagnola che è stata tra le prime a mettere on line domenica sera anticipazioni delle rivelazioni sul dipartimento di Stato americano.

In compenso, adesso è partita la caccia allo scoop. Vale a dire più interviste possibili a politologi, ex ambasciatori e diplomatici in generale perché diano il loro giudizio sulle parole che riguardano Silvio Berlusconi. E’ una manna dal cielo quella che arriva da Wikileaks: il governo è debole, il premier in affanno e ora non manca il pretesto del “giudizio internazionale” per affondare ulteriormente il manico. Sul Corriere di oggi, un ex consigliere di Clinton, Sidney Blumenthal, dice che il presidente del Consiglio è un clown. Ne prendiamo atto. Come prendiamo atto che nonostante fosse stato screditato dall’intera opinione pubblica mondiale, George W. Bush venne rieletto presidente degli Stati Uniti nel 2004.

Il Cavaliere non piace nei corridoi di Washington, ripetono giornali e politici, per colpa dell’amicizia con Putin che ha assicurato ad un’azienda come l’Eni di fare grossi affari. Solitamente il sale dei rapporti internazionali è questo, ottenere vantaggi per la propria nazione. Eppure, quando c’è di mezzo Berlusconi, anche tra chi duramente critica il monopolio statunitense cresce un sentimento di affetto per l’alto lato dell’Oceano Atlantico.

Tornando ai media di casa nostra, pare che sia stato un successo la diretta web delle ore frenetiche di due giorni fa. La scoperta dell’acqua calda, visto che il cosiddetto Live Coverage o Live Blogging è prassi consolidata, con contributo da inviati sul campo via Twitter o altri programmi di semplice installazione (pensiamo a Coveritlive, di cui nessuno sembra esserne a conoscenza né al Corriere né a Repubblica né altrove). Ma il dramma – per quanto non lo dicano – è che i quotidiani italiani non si è filati nessuno. Vorrà pur dire qualcosa?

Poi questa mattina si passa su Repubblica.it e si nota come la notizia del suicidio di Mario Monicelli sia corredata da video e ultime dichiarazioni che paiono trovare il colpevole della sua scomparsa. Silvio Berlusconi, ovviamente. Il provincialismo impera.

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Azienda Italia

Luca Cordero di Montezemolo ha detto che è finito il tempo del “one man show”. E ha aggiunto: “Sento il dovere di fare qualcosa per il mio Paese”. A questo punto Silvio Berlusconi dovrebbe chiedergli i diritti d’autore per l’ultima frase, ma paradossalmente è evidente come Montezemolo ce l’abbia proprio con il Cavaliere, sulla falsa riga del presidente della Camera che qualche giorno fa ha consigliato di diffidare di chi dice “ghe pensi mì”.

Due indizi non fanno una prova e a pensar male si fa peccato, ma Gianfranco Fini ha trovato finalmente il nuovo padrino per essere svezzato: Berlusconi nel 1994, Luca Cordero di Montezemolo nel 2010. D’altra parte, è o non è uomo d’immagine il presidente della Ferrari? Si è fatto pure una propria linea ferroviaria, quindi è l’emblema del libero mercato, del principio di concorrenza, della meritocrazia: la sua firma al manifesto d’ottobre che nessuno si è filato, dovrebbe stare sopra a quelle di tutti gli altri. Gianfranco escluso ovviamente.

E poi, finalmente, un uomo che rappresenti le istituzioni e i poteri che contano in Italia. L’aziendalismo di stato ormai è ufficiale.

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