Archivi del mese: dicembre 2009

Buon Natale, gente

Qui si amano le tradizioni. Anche robe del tipo “Last Christmas I gave you my heart”, pezzi così non ne fanno più. Ma stavolta si prova ad essere seri. E così, in vista del Natale, oltre a fare gli auguri a chi bazzica per questo blog, ci affidiamo nuovamente alle tradizioni. Ad esempio, consigliando la lettura (o l’acquisto) della “Favola di Natale” che Giovannino Guareschi riuscì a pensare mentre se ne stava in un campo di concentramento tedesco. E ce ne vuole per lasciare un sorriso quando si ha a che fare con il filo spinato.

E poi il messaggio che vorremmo trasmettere un po’ a tutti: che il Natale è il Natale, un giorno che nella storia umana e della sua civiltà vuol dire tanto. Quando in giro si sentono certe frasi che fanno rivoltare nelle tombe i nostri antenati, va spesa la fatica di riscoprire cose che riconciliano con un mondo ai quali molti non vogliono guardare più. Dunque, come tradizione comanda, ripubblichiamo un pezzo del Socio, scritto due anni e che già l’anno scorso, di questi tempi, avevamo riproposto. Detto questo: buon Natale, folks!

Rigenerando, Abr

I beoti (al 50% “cog**oni”, non dimenticarlo mai) si affrettano e s’adoprano onde concluder l’opra delle Feste dei regali e dei Cenoni, affannati per sentirsi parte del rito vano e consumistico dalle vaghe ascendenze religiose. L’attivita’ e’ caratterizzante del Neo Proletariato del Nuovo Millennio: non piu’ Classe bensi’ “Il Consumatore”.
I nuovi Titolari (di Carte di debito come di Diritti e quindi di “tutela” statalista) sono definiti al singolare: una accozzaglia di individui beceri ignoranti e disinformati, monadi sconnesse, piene di risentimento, un tutti contro tutti; ansiosi stressati e infelici quindi aggressivi, privi di identita’ in cui riconoscersi al di sopra dell’Individuo solitario e al massimo del micronucleo familiare.
L’Uomo infatti e’ in primis un nodo di relazioni, prima ancora che individuo; quando rimane solo con la sua pancia e cervello e’ come la scimmia di un girovago: intento a ripetere senza posa lo stesso esercizio privo di senso per un tozzo di pane.
In un Paese dove (dice pare sembra) meta’ degli studenti medi non sa spiegare come mai il giorno segue la notte che a sua volta rimpiazza il giorno, cosa vuoi parlare del Solstizio d’Inverno? Ben che vada, i Pasdaran della mucillagine, quelli che han capito tutto, ti daranno del superstizioso, del tradizionalista, del mistico celtico-evoliano.

Eppure il Solstizio era un Evento che assumeva un valore simbolico in pressocche’ tutte le svariate forme assunte dalla Cultura Umana nell’Emisfero Boreale, liberando quindi il campo da integralismi e settarismi d’ogni tipo.
Nel giorno del Solstizio d’Inverno (21 o 22 dicembre) il Sole, nel suo moto annuo lungo l’eclittica – il cerchio sulla sfera celeste che corrisponde al percorso apparente del Sole nell’anno – viene a trovarsi alla sua minima declinazione e culmina a mezzogiorno alla sua altezza minima: la luce del giorno registra la sua durata minima nell’anno, a quell’ora il sole è allo Zenit lungo il Tropico del Capricorno nell’Emisfero Australe.
Da quel momento di minimo la durata del di’ riprende giorno dopo giorno il suo cammino espansivo, dapprima impercettibilmente poi sempre piu’ sensibilmente. Dall’antichita’ gia’ il fatto che l’avanzare spaventoso della notte si fermasse segnava la Svolta: la Luce riprende a guadagnare spazio, rinnovando il Mondo e la Speranza.
Quell’Evento era celebrato dai nostri antenati gia’ in epoca preistorica e protostorica, ad esempio presso le costruzioni megalitiche di Stonehenge in Inghilterra, di Newgrange, Knowth e Dowth in Irlanda o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan in Iran e della Val Camonica.
Tale evento ispirò successivamente il “frammento 66” dell’opera di Eraclito (560/480 a.C), fu allegoricamente cantato da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide). Quel fenomeno era atteso e magnificato da tutte le popolazioni indoeuropee: i Gallo-Celti (“Alban Arthuan”: rinascita del dio Sole), i Germani, i misteriosi Wends-Veneticos ancora piu’ a est lungo la Via dell’Ambra tra mar Valticus e golfo di Venetia, i loro affini Wndals e gli abitanti di Vinlandia nel nord.
Intorno alla data del Solstizio d’Inverno quasi molti popoli hanno celebrato la nascita di loro esseri soprannaturali: in Egitto si festeggiava la nascita del dio Horus e si credeva che suo padre Osiride fosse nato nello stesso periodo; nel Messico pre-colombiano nasceva il dio Quetzalcoath e l’azteco Huitzilopochtli, Bacab nello Yucatan.
Il dio Bacco in Grecia nonché Ercole e Adone o Adonis, il dio Freyr figlio di Odino e di Freya era festeggiato dalle genti del Nord; Zaratustra in Azerbaigian, Buddha in Oriente, Krishna in India, Scing-Shin in Cina. In Persia si celebrava il dio guerriero Mithra detto il Salvatore e a Babilonia vedeva la luce il dio Tammuz, “Unico Figlio” della dea Istar, rappresentata col figlio divino fra le braccia e con un’aureola di dodici stelle intorno al capo.
Nella Romanità si celebrava solennemente la rinascita del Sole, il Dies Natalis Solis Invicti, in una data compresa tra il 21 e il 25 dicembre; era inclusa all’interno di un più vasto ciclo di festività che i Romani chiamavano Saturnalia, dedicate a Saturno Dio dell’Età dell’Oro. A partire dal 217 a .C. queste si prolungavano dal 17 al 25 Dicembre e finivano con le Larentalia, la festa dei Lari, le divinità tutelari incaricate di proteggere i raccolti, le strade, le città, la famiglia.
Il mito narra che anticamente regnasse il misterioso dio italico Giano, l’antica divinità dalle “due facce”, “dio del tempo” e, specificamente, “dell’anno”, il cui tempietto in Roma consisteva in un corridoio con due porte, chiuse in tempo di pace e aperte in tempo di guerra.
Sulla base della sua ancestrale accezione il Gi-anus designa “l’andare” e più particolarmente la “fase iniziale del camminare” e del “mettersi in marcia”: la divinita’ regolava e coordinava l’inizio del nuovo anno, da cui Ianuarius, il mese di Gennaio. Poi dal mare giunse Saturno, che potrebbe essere inteso come la manifestazione divina del Grande Ritorno che ricrea il cosmo a ogni ciclo, colui che attraversa la notte del caos successivo alla dissoluzione per approdare alla nuova sponda, alla luce del nuovo creato. Giano e’ il corridoio lineare del progresso del tempo (annuale), Saturno la ciclica catastrofe caotica e rigeneratrice che ripiega il tempo su se’ stesso e dalla morte genera la vita. Vi è una analogia fra Saturno e il vedico Satyavrata, testimoniata dalla comune radice sat che in sanscrito significa l’Uno.
Quando la notte diviene padrona e il buio totale, è necessario mantenere accesa la fiamma della Fede, che con l’alba diverrà trionfante.
Significativo è il passo evangelico in cui Giovanni Battista, nato nel giorno del Solstizio d’estate, rivolgendosi a Gesù nato nel Solstizio d’Inverno, si pronunci in tal modo: “Bisogna che egli cresca e che io diminuisca”. Parimenti è la rappresentazione classica del dio iranico Mithra, raffigurato mentre uccide un toro con due dadofori ai suoi fianchi che simboleggiano il corso del Sole: Cautes con la torcia verso l’alto (21 Giugno) e Cautopates con la torcia verso il basso (21 Dicembre).
E’ il simbolismo tradizionale delle porte solstiziali che corrispondono rispettivamente all’entrata e all’uscita dalla Caverna Cosmica: la prima porta, quella “degli uomini”, corrisponde al Solstizio d’Estate, cioè all’entrata del Sole nel segno zodiacale del Cancro, la seconda, quella “degli dei”, al Solstizio d’Inverno, cioè all’entrata del Sole nel segno zodiacale del Capricorno.
La rigenerazione cosmica è sempre concepita con la discesa e con l’aiuto di un avatar (guida), di cui il Cristo Redentore è l’ultimo e più splendente esempio:”Il Sole ritorna sempre, e con lui la vita. Soffia sulla brace ed il fuoco rinascerà”.

Tutto cio’ non e’ mistica sincretista o tradizionalista, e’ mera indicazione per sommissimi capi di come le Culture dell’Umanita’ travalichino il tempo e lo spazio (e i limiti dell’Individuo) e possiedano un consistente minimo comun denominatore. Se Dio e’ Colui che E’ atemporalmente, a nostra volta e a Sua immagine noi siamo mille anni prima di nascere e conseguiamo esperienze per mezzo dei nostri Avi. Le ritroveremo nostre, trasferite nel nostro patrimonio (genetico), attraverso sequenze intrecciate fatte di cesure e continuita’, susseguimenti continui e indistinguibili di Cambiamento e Ritorno.
Neppure il Cristianesimo nasce from scratch: si innesta si sviluppa e trae frutti e significati (signum fero: porto simboli) dalle tradizioni preesistenti (la Bibbia e molto, molto di piu’). Perche’ nulla che divenga parte della Identita’ si cala semplicemente dall’alto, con buona pace del termine “Rivelazione”.
Il Natale e’ questo, all’interno della (languente) Identita’ del mio Popolo: per chi Crede e’ la Nascita, per chi non, la Rinascita.
Ovviamente oltre ai due gruppi citati ci sono anche “the others”: moderni, individualisti, fanno parte della crescente schiera a-identitaria del “Consumatore”; novelli ebrei disuniti con Hitler in arrivo, sono destinati a fare una gran brutta fine, accerchiati e stritolati dalla Triade Sinistra: lavoro (“L’Italia e’ una repubblica fondata sull’Arbeit macht frei”) , riduzione delle nascite, immigrazione. La Creazione dell’Homo Novus Omogeneizzatus et Pacifintus: mucillaggine.

Buona Consapevolezza e Rigenerazione per tramite del Solstizio e Buon Natale a tutti – Santo o meno secondo fedi e pratiche (queste si) individuali.

(dati sulle tradizioni e usanze antiche tratti da un articolo Luca Valentini).

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Il partito dei Repubblica

A sinistra la linea la detta il quotidiano di De Benedetti. Si sapeva da tempo, ma oggi è giunta l’ennesima conferma: perché mentre il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, auspica un “ripensamento” dopo l’aggressione al premier e afferma che occorre una “larga condivisione” per le riforme, pur non essendoci al momento il “clima propizio” (e da qui la richiesta di un ripensamento), ecco che sul sito di Repubblica si legge che il Capo dello Stato se l’è presa con il governo. “Non paventare complotti contro esecutivo, la Costituzione non li permette”, si legge nel sommario di apertura.

Corretto, ma la “larga condivisione” intende anche quella dell’opposizione che, guarda caso, per bocca del segretario del Pd Bersani, poche ora prima aveva fatto sapere di essere pronta a confrontarsi con la maggioranza in Parlamento, dopo che La Stampa, nell’edizione in edicola sempre oggi, aveva indicato la possibilità di un vertice ufficiale Berlusconi – Bersani a Palazzo Chigi. Ma da largo Fochetti è arrivato il tassativo altolà.

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Non è più la Milano del Cav.

da Notapolitica.it

C’era una volta la Milano da bere ed era quella di Silvio Berlusconi. Correvano gli anni ’80 ed era tutto un viverla intensamente, con i preamboli di quello che sarebbe accaduto poi: mondo dello spettacolo e della televisione in particolare che si univa al mondo dello sport: gli atleti che uscivano con le bellezze del piccolo schermo; i soldi che dal mondo imprenditoriale arrivarono in quello nazionalpopolare. Finché non scoppiò Tangentopoli e di Milano si conosceva soprattutto la facciata del Tribunale. Il resto della storia la conosciamo tutti.

Oggi c’è una Milano che nemmeno in provincia tira così tanto come vent’anni fa. È la città invasa da gente in cerca di un’opportunità, di studenti da tutta Italia che sperano ancora di fare non proprio fortuna, ma almeno di trovare qualche garanzia che non c’è. “Ormai sono tutti individualisti, non gliene frega più niente a nessuno” sermonava dal suo volante un taxista che mi accompagnava a casa una notte di qualche mese fa.

A Milano la pacchia è finita, anche se Berlusconi ha provato a ravvivarla a suo modo: prima con il “predellino” di piazza San Babila, poi lo scorso settembre quando, incontrando i giornalisti all’inaugurazione della Fiera del tessile italiano, disse che era aveva fatto tardi perché bloccato dal traffico e, oltre a suggerire al sindaco Moratti di mettere in cantiere una nuova tangenziale, non mancò di affondare il colpo: a questa città occorre una ripulita d’immagine.

Domenica sera, da piazza del Duomo, il Cavaliere voleva regalare un altro sussulto con la festa per il tesseramento del Pdl, ma dalla sua Milano è arrivato il colpo inaspettato che ha aperto diverse ferite, non solamente quelle sul suo volto. Milano adesso è stanca e senza identità. Non sono scomparsi solo i Navigli, riaffiorati per sbaglio durante i lavori stradali di via Gioia, ma nelle descrizioni di oggi Milano ha perso il tratto che la contraddistingueva maggiormente: la milanesità, il “bauscia” che cerca a tutti costi l’attenzione, ma che alla fine è simpatico, per lo meno un personaggio da conoscere.

Oggi ci sono da una parte i tamarri, dall’altra quelli che non perdono occasione per denunciare i disagi sociali che attanagliano e costringono alla povertà e alla criminalità gli immigrati, anche se poi salta fuori che le imprese “ogni anno spendono un miliardo e trecento milioni di euro per la responsabilità sociale”, sottolinea il presidente di Confcommercio, il milanese Carlo Sangalli, in un articolo di Maurizio Crippa sul Foglio di oggi. Nel mezzo gente che va e gente che viene, così senza lasciare traccia. La bella Milano rimane imprigionata nelle foto d’epoca.

“Come imprenditori – racconta al Foglio Paolo Galassi, presidente milanese di Confapi – abbiamo dato a Berlusconi tutta la nostra solidarietà di fronte a una violenza ideologica senza ragioni. Ma da cittadino e da imprenditore dico che bisogna smetterla con questa cultura, che purtroppo ha radici di generazioni, per cui chi fa reddito, chi dà lavoro e crea ricchezza, è guardato con sospetto”. Parole che calzano a pennello sulla Milano di oggi. E che fanno tremendamente pensare. Male. Colpa anche di quei salottieri radical-chic che vedrebbero volentieri Berlusconi cacciato dal Parlamento.

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Troppo facile, Mr. Obama

Nel salotto di Oprah Winfrey e accompagnato dalla consorte Michelle, Barack Obama si è attribuito un 8 per il lavoro svolto nel suo quasi primo anno da presidente. Una B+ che potrebbe trasformarsi in una A- se dovesse passare il piano di riforma dalla sanità, che nel suo iter legislativo deve fare i conti con Joe Lieberman. Troppo facile, caro signor presidente, attribuirsi tanta gloria, mascherandola per falsa modestia: “Abbiamo stabilizzato l’economia, stiamo per uscire dall’Iraq e credo che abbiamo deciso per il miglior piano possibile in Afghanistan. E abbiamo dato un nuovo inizio alla nostra immagine nel mondo”.

Le promesse fatte in campagna elettorale valgono quanto quelle dei marinai, soprattutto una volta che si diventa commander in chief degli Stati Uniti. Eppure, nel corso dei bagni di folla che lo hanno accompagnato in patria e fuori, Obama aveva garantito la chiusura di Guantanamo, salvo poi fare un passo indietro per le complicazioni che ne sarebbero sorte. Aveva assicurato un disimpegno degli Usa dall’Iraq e una politica estera multilaterale, ma in queste settimane fa pressione perché gli alleati lo seguano in Afghanistan. Aveva promesso di tagliare la testa ai responsabili dei crack di banche e assicurazioni, ma il machete non ha mietuto così tante vittime. Ha un merito, certamente: quello di aver disatteso le speranze di molti liberal e dei tanti commentatori di casa nostra che lo dipingono ancora (turandosi il naso di fronte al discorso della cerimonia per il Nobel alla pace) come il Messia sceso in terra per eliminare i dolori provocati dal diavolo Bush. Ma non è abbastanza per darsi tante glorie.

Lascia stupefatti il lavoro del suo staff che non ha pensato bene di starsene tranquilli e modesti una volta tanto: volare alti e attribuirsi per conto proprio giudizi così pesanti, potrebbero rendere più pericoloso del dovuto anche un semplice inciampo. Da un maniaco dell’immagine come Obama, era lecito attendersi altro che l’ennesima incensazione di fronte ad un’amica di famiglia, pragmaticamente parlando. Intanto la sua agenda è tornata ad essere quella di inizio mandato: dopo la chiacchierata con Oprah, è apparso a 60 Minutes, la trasmissione di approfondimento dell’amica (un’altra volta) Cbs. Sembra quasi alla ricerca di consensi, cosa strana per uno che vale un 8 in pagella.

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Nati dall’odio

L’augurio è che da oggi torni un po’ di buonsenso a governare questo sgangherato Paese, ma questo augurio è come una promessa da marinaio. Quanto accaduto a Silvio Berlusconi in piazza Duomo può sembrare imbarazzante per uno stato civile e democratico come il nostro, eppure – almeno da queste parti – la sensazione è che non sia così perché l’Italia ha un conto in sospeso con la sua storia che ogni tanto riemerge: l’odio per l’avversario. Sia politico che sociale, poco importa. L’odio è radicato e ce ne rendiamo conto un po’ tutti non adesso che tale Massimo Tartaglia diventa l’idolo di internauti che lo hanno eletto uomo dell’anno su Facebook. Quelle sono vigliaccherie.

Pensiamo alla resa dei conti al termine della Guerra civile tra il ’43 e il ’45, pagina di storia che ufficialmente è riconosciuta come Resistenza da parte di alcuni italiani (i partigiani, meglio se rossi) contro altri, non meglio specificati, nemici della libertà. Pensiamo al terrorismo degli Anni di Piombo, all’odio sociale sobillato da certe frange parlamentari e non nei confronti del padrone, del ricco o, semplicemente, del borghese. Ai giornalisti gambizzati e ammazzati, ai politici rapiti ed eliminati. Agli scontri tra estrema destra ed estrema sinistra. A tutto questo, agli anni ’70 che alcuni intellettuali o tipi fini dei salotti buoni rimpiangono perché contrassegnati da lotte in nome di ideologie.

Poi pensiamo a Tangentopoli, con innocenti finiti nel tritacarne assieme ai colpevoli e alle monetine contro Craxi, al populismo manettaro, al primo odio coltivato verso una persone in particolare e non più verso le classi sociali. Come nel caso di Silvio Berlusconi, che nel 1994 scombussolò le carte della “gioiosa macchina da guerra” del Pds di Achille Occhetto, uno che pochi anni fa andava a braccetto con Antonio Di Pietro. Il Cavaliere ha radicalizzato lo scontro politico, per via dell’ingombrante persona che è e che è stata, divenendo l’obiettivo più logico dell’odio mai affrontato con una coscienza tranquilla dall’Italia e dalla sua classe dirigente. Facciamo sempre finta di niente, ma il risultato di una riappacificazione mai esistita da sessant’anni a questa parte torna a fare capolino.

D’altronde, l’Italia è una repubblica fondata sull’odio.

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Mafiosi all’opera

Ed ecco che alla fine il coglione del gruppo si è fatto avanti: un colpo al premier mentre era in piazza Duomo a Milano per  un comizio del Pdl. Ma non c’è nulla di cui meravigliarsi perché il clima d’odio creato nell’ultimo periodo da certa gente era evidente, tangibile e preoccupante. Molto preoccupante.

Un nome tra i tanti (tipo Santoro, Travaglio, Rep.): Antonio Di Pietro. Che venerdì aveva fatto sapere: «Se il governo continua a essere sordo ai bisogni dei cittadini, si andrà allo scontro di piazza. Ci scapperà l’azione violenta se il governo non si assume la responsabilità di rispondere ai bisogni del Paese».

Un messaggio mafioso, no?

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Due presidenti, due misure

C’è un filo che lega Bonn e Oslo: due presidenti diversi in ogni aspetto e che la stampa da una parte critica per partito preso, dall’altra coccola sempre e comunque. In Germania, al congresso del Partito popolare europeo, il presidente del Consiglio italiano ha esportato il predellino, sfogandosi a più non posso contro la Consulta, promettendo per l’ennesima volta che cambierà la Costituzione e incensandosi un po’ (“dove si trova uno forte e duro con le palle di Silvio Berlusconi?”). Pochi minuti e l’offensiva mediatica ha avuto inizio, sostenuta dalla replica del Capo dello Stato (“Attacco violento”) e dal malumore di Gianfranco Fini.

In Norvegia, Barack Obama ha ricevuto il premio Nobel per la pace che gli fu “abbonato” quando ancora non aveva assunto alcuna decisione in politica estera, addirittura regalato sulla fiducia dalla giuria. Nel mentre, il presidente degli Stati Uniti ha predisposto un piano per l’Afghanistan dove arriveranno nuovi soldati e ha chiesto l’aiuto degli alleati della Nato a tal proposito. Nel suo discorso, ha citato Martin Luther King e John F. Kennedy, ma soprattutto ha detto che “a volte la guerra serve” per arrivare alla pace. Nulla di scandaloso da queste parti, ma guarda caso la notizia è in secondo piano. Quale notizia? Che un vincitore del Nobel della pace sia riuscito a sdoganare il termine guerra mentre riceveva l’ambito riconoscimento.

Due presidenti (uno cattivo, l’altro buono), due misure. L’avesse detto il Cavaliere che “la guerra a volte è necessaria”?

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