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Ma c’è l’inno nuovo

Deve essere il clima da festival di Sanremo se adesso il Popolo della libertà ha un nuovo inno. E deve essere sempre per lo stesso fattore che immediatamente qualcuno ha gridato al plagio, lasciandoci a bocca aperta: gli Articolo 31 esistono ancora o per lo meno J-Ax non è sparito dalla circolazione.

L’inno, firmato Silvio Berlusconi. Era il 1994 quando sulle televisioni italiane cominciò a riecheggiare quello di Forza Italia, note che hanno fatto la storia della comunicazione politica italiana. Un nuovo capitolo, anzi: una nuova epoca del modo di fare politica in questo paese che adesso si affida ai tecnici mentre ripartono le più classiche delle concertazioni stile Prima Repubblica sulla legge elettorale. C’è anche la sigla pronta per i media: A(lfano) B(ersani) C(asini). Perché è la legge elettorale che conta ai partiti per sopravvivere: una forma di lottizzazione come tante altre. E dunque un inno ci casca bene.

(continua su Right Nation)

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Autoconservazione

Ve la ricordate Giovanna Melandri che dalla tribuna dello stadio di Berlino sfoggiò il tricolore, dopo che l’Italia aveva vinto la Coppa del Mondo 2006 dalla tribuna d’onore dello stadio olimpico di Berlino? Prima che la truppa azzurra partisse per la spedizione in Germania, la Melandri – in qualità di ministro delle Politiche giovanili e dello Sport, aveva affermato che non era proprio il caso di avere Marcello Lippi in panchina perché uomo della Juventus di Luciano Moggi finita nel tritacarne di Calciopoli. Andò a finire che Lippi, Fabio Cannavaro e Gianluigi Buffon (scuderia bianconera) diventarono alcuni dei volti chiave di quell’impresa e la Melandri sventolò con orgoglio la nostra bandiera.

Siamo bravi noi italiani a cambiarla, la bandiera. Bastano pochi attimi dopo anni spesi da una parte piuttosto che dall’altra. Abbiamo ancora in circolazione intellettuali che vergarono pezzi sulla superiorità della razza ariana, con la tessere del partito fascista in tasca, e poi divenuti comunisti, custodi del verbo della lotta di classe. In questi giorni, mentre pare che ormai si stia per chiudere un’altra epoca politica, tocca ai fu berlusconiani. La nave affonda? Si accaparrano una scialuppa di salvataggio e remano verso lidi più sicuri. È puro spirito di autoconservazione animale, dopo tutto.

(continua su The Right Nation)

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Trotzkisti, futuristi

Anche a destra hanno imparato a farsi del male da soli, mutuando dalla sinistra la migliore tradizione autolesionista. Ora infatti nell’area di Futuro e Libertà sono due le testate che si spartiscono l’eredità di Fare Futuro, l’organo più agguerrito nella battaglia tra Fini e Berlusconi che ha chiuso i battenti il primo marzo. C’è ilfuturista.it, sito diretto da Filippo Rossi, prima a capo di Fare Futuro. Ma esiste anche Fare Italia Mag, alle cui spalle c’è Adolfo Urso. Le due testate si beccano quotidianamente aspettando la resa dei conti fissata per il 17 maggio, all’indomani della tornata elettorale.

(continua su Linkiesta.it)

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Senza alternative

È sconfortante leggere le ultime vicende che riguardano Futuro e libertà. Non che ci si scrive abbia mai pensato – anche per un solo attimo di mancamento – che il partito di Gianfranco Fini potesse rappresentare qualcosa di utile per l’Italia. Ma la sceneggiata di Latina e la storia di Olbia, dove i futuristi si presenteranno alle Amministrative al fianco del Partito democratico, getta nello sconforto. Perché? Perché FLI non offre un’alternativa e per quanto quella alternativa possa non essere prendere in considerazione, quantomeno offrirebbe un po’ di sana competizione nello schieramento che in teoria sta a destra del panorama politico. E la competizione fa del bene, in particolare a chi ormai è adagiato su se stesso e invece di raccogliere i consensi delle generazioni che sono cresciute guardando alle esperienze conservatrici in Gran Bretagna e Stati Uniti, alla Right Nation, li allontana con scelte e dichiarazioni che si adattano maggiormente ad un partito socialdemocratico, non certo al Popolo della libertà che dovrebbe essere di ispirazione opposta, almeno sulla carta.

(continua su Right Nation)

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Comitato

I politici d’Italia sono pieni di fantasia e così un lunedì mattina qualsiasi apprendiamo che Massimo D’Alema ha offerto alleanza a tutti, dall’UDC a Futuro e libertà, ai vendoliani e ai dipietristi, per far fuori Silvio Berlusconi. Che ricordiamo – così, quasi per caso – è stato democraticamente eletto dagli italiani recatisi alle urne. I giornalisti italiani sono ancora più fantasiosi e già parlano di Comitato di liberazione nazionale. Comitato che? Comitato di liberazione nazionale, come ai gloriosi tempi dei partigiani e della Guerra civile. La chiamiamo Guerra civile e non Resistenza per fare dispetto, di proposito.

Dunque il Cavaliere sarà pure stanco e vecchio diciassette anni di politica in prima linea. Avrà pure stancato, ma all’opposizione sono messi peggio. Poi uno si domanda perché vince sempre – vince, ripetiamo, giusto per ribadire il fatto che Berlusconi è presidente del Consiglio per volontà popolare, piaccia o meno.

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Scaricato

Farà finta di nulla, i suoi spin doctor di Farefuturo o quelli della nuova Generazione italiana taglieranno corto o prenderanno del tutto la scorciatoia. Intanto Gianfranco Fini ieri è stato scaricato e non da uno qualsiasi, ma dal presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Che saggiamente ha ricordato al governo che sarebbe il caso di rimettersi al lavoro in modo serio e continuo e che, nello stesso tempo, ha sponsorizzato un probabile candidato a premier nel prossimo futuro:

Un nuovo primo ministro deve avere la maggioranza in Parlamento e deve essere indicato dagli elettori, cosa sulla quale sono d’accordo: se ci saranno le condizioni perchè Tremonti abbia queste caratteristiche, perché no?

Si può discutere la scelta o meno per l’attuale ministro dell’Economia: ma sul silenzio generale attorno al presidente della Camera non vale nemmeno le pena di soffermarsi troppo.

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Almeno c’è la Lega

Del partito guidato da Umberto Bossi si può dire di tutto e di più. Si può anche aggiungere che con gli anni si è adeguato al sistema Italia e ha appreso l’arte di disporre al meglio le poltrone per i suoi uomini, come che ha smarrito quella vena libertaria che l’ha caratterizzata nei primi anni di vita. Ma rimane il fatto che in queste ore di frenetico gossip giudiziario, sia la Lega Nord a parlare di politica.

Prima su un tema a lei caro come il federalismo, poi consigliando al premier Silvio Berlusconi di abbassare i toni nello scontro con i nemici giurati, i pubblici ministeri di turno. L’alleanza di governo sarà garantita dall’approvazione del federalismo fiscale: se quindi il Cavaliere vuole continuare a presiedere il governo, dovrebbe prestare particolare ascolto ai consigli dei leghisti.

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