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Almeno c’è la Lega

Del partito guidato da Umberto Bossi si può dire di tutto e di più. Si può anche aggiungere che con gli anni si è adeguato al sistema Italia e ha appreso l’arte di disporre al meglio le poltrone per i suoi uomini, come che ha smarrito quella vena libertaria che l’ha caratterizzata nei primi anni di vita. Ma rimane il fatto che in queste ore di frenetico gossip giudiziario, sia la Lega Nord a parlare di politica.

Prima su un tema a lei caro come il federalismo, poi consigliando al premier Silvio Berlusconi di abbassare i toni nello scontro con i nemici giurati, i pubblici ministeri di turno. L’alleanza di governo sarà garantita dall’approvazione del federalismo fiscale: se quindi il Cavaliere vuole continuare a presiedere il governo, dovrebbe prestare particolare ascolto ai consigli dei leghisti.

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Ritardatari

Alla fine si sono accorti che quello in Veneto, tra Vicenza e Verona, non era solo un rivolo d’acqua sceso lungo le strade o sui campi. Quasi per magia, sono pure comparse le foto dall’alto per rendere meglio l’idea che qualcosa fosse successo e sono cominciati i tam tam mediatici per raccogliere fondi  a sostegno delle popolazioni colpite che da una settimana sono al lavoro per levare il fango dalle case. Immigrati compresi: così magari la prossima volta qualcuno ci penserà due volte, prime di dire che il Veneto è xenofobo e razzista.

Aveva ragione Dario Di Vico ieri sul Corriere della Sera: nel week end non sono arrivati messaggi di sostegno né da Perugia con Fini, né da Roma con Bersani, né da Firenze con Renzi, eppure tutti e tre erano alle prese con convention di partito. Il Nord Est rimane nell’immaginario della classe politica la terra che produce da spremere all’osso e dove si annidano i grandi evasori fiscali. E poi quelli che non i pregiudizi sarebbero i veneti: ma d’altronde è normale, sono due categorie di persone che viaggiano su binari diversi. I primi tre hanno sempre vissuto di parole, quelli che producono hanno investito soldi a loro rischio e pericolo.

Oggi arriveranno nei luoghi interessati il presidente del Consiglio Berlusconi e il leader leghista Bossi. Il presidente della Confindustria vicentina ha minacciato di non pagare le prossime tasse. Che i tre si incontrino, si parlino e capiscano che l’opportunità fornita da questa emergenza è irripetibile, al di là dei giochetti sottobanco dell’élite politica.

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Il peggio è arrivato, assieme ai Casini

Non pensavamo di essere degli indovini quando abbiamo scritto che il peggio per il Pdl non era ancora arrivato. Ma evidentemente non occorrono fonti autorevoli o retroscena da millantare per giungere ad una semplice conclusione: che la maggioranza di governo è conciata male. Alle ripicche tra il Cavaliere e Fini, si sono aggiunti i ricatti alla Italo Bocchino, deputato eletto nelle file del Popolo della libertà e però ora impegnato a dire che i finiani avrebbero i numeri per far cadere il governo.

Poi spuntano i dossier: non sapevamo che il centrodestra avesse una polizia segreta al suo interno, ma a questo punto non ci meravigliamo più di nulla. Anche la Lega non è messa bene: il ministro dell’Agricoltura Galan la sta mettendo in crisi sulla questione quote latte, mostrando il pungo duro contro quegli allevatori che hanno prodotto latte in nero e che si rifiutano di pagare le multe, mentre il resto della categoria ha rispettato le normative europee. Solo quale giorno fa, invece, si erano scritte le ultime deludenti righe del capitolo Brancher.

A peggiore tutto ci ha infine pensato una cena romana che rischia di partorire solo Casini.

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Quindici anni dopo

Alla Lega Nord di Umberto Bossi è riuscito ciò che 15 anni fa sembrava ormai perso: ha vinto al Nord. Non una cosa scontata, perché nel 1994, quando decise di scaricare il primo governo Berlusconi, il Carroccio rischiò grosso. Per un paio di anni ha navigato a vista, senza una vera mappa. Ha ceduto pure alle lusinghe del centrosinistra dalemiano per improbabili alleanza amministrative al solo scopo di portare a casa la riforma federalista. Alla fine, Bossi ha ripreso in mano il timone e ha condotto il suo movimento nei ministeri che contano e alla guida di due regioni come Piemonte e Veneto.

La Lega ha inoltre tenuto testa al Pdl in Lombardia: molti dei voti che da qualche tempo va guadagnando al Nord, una volta erano destinati non tanto alla berlusconiana Forza Italia, quanto ad Alleanza nazionale. La Lega è votata da quell’elettorato di destra che, per pregiudizio storico, in Italia non è mai stato riconosciuto perché nulla ha da spartite con quello sociale dell’Msi e con quello che ripiegava sulla Dc.

In compenso, qualcuno dovrebbe dire a Gianfranco Fini che quei voti che oggi sono del Carroccio, dieci anni fa erano suoi. Il presidente della Camera non si ponga nemmeno la domanda “perché è successo?”. La risposta la conosce già.

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Vota Lega, non Pdl: Della Vedova prima faccia un giro in strada

Un po’ alla volta, nel Pdl mettono le mani avanti di fronte all’ipotesi che qualcosa possa andare storto nella due giorni elettorale ormai alle porte. O per lo meno, questo ci pare leggendo anche Benedetto Della Vedova e il suo ultimo appello perché si voti per il Popolo della libertà e non per la Lega Nord, i cui interessi “non coincidono affatto con quelli del Pdl”.

È chiaro, Della Vedova tira acqua al suo mulino ed è sacrosanto. Ma evidentemente, a furia di stare a Roma, nel suo partito non hanno capito una cosa molto importante: che spesso agli elettori del centrodestra che stanno al Nord poco importa che “lo schiacciamento sul Carroccio” finirebbe per “allontanare dal Pdl un’opinione pubblica liberale”. A quello, casomai, ci pensano le nomine di ministri dal passato orgogliosamente socialista. Se il partito di Berlusconi e Fini ha dei brividi alla schiena temendo un superamento della Lega in regioni come il Veneto e, forse, la Lombardia, la colpa è di quello che non è stato fatto a Roma.

Il Carroccio è effettivamente un problema per il Popolo della libertà che non ha saputo competere con un alleato di governo. “Bossi non è ‘uno di noi’ e non lo vuole neppure diventare”, prosegue Della Vedova: ma se non fosse per i deputati e i senatori leghisti, i banchi del centrodestra sarebbero quasi sempre desolatamente vuoti. Se non fosse stato per gli iscritti alla Lega, il centrodestra non avrebbe fatto breccia in territori come il Piacentino, il Parmense e il Reggiano. Se non fosse stato per gli attivisti lumbard, il centrodestra non avrebbe trovato spazio nella classe operaia che ha deciso di tradire il comunismo tutto trans e salotti buoni, per puntare su chi chiedeva, anzitutto, un lavoro per gli italiani.

Certo: la Lega non è campione di liberalismo o di liberismo economico; non è una rivoluzionaria reaganiana come piacerebbe a noi; è populista e spregiudicata negli slogan. Ma non ci risulta che la corrente liberale di Forza Italia prima e del Pdl poi sia stata in grado di imporsi in occasione di alcune scelte – ultima fra tante, la gestione Alitalia. Lo schiacciamento sul Carroccio, a differenza di quanto sostiene Della Vedova, è stato voluto dalla maggioranza, non subito: lo ha voluto nel momento in cui si è messa a bisticciare dietro le finestre di casa mentre per strada c’erano solo gli alleati con il foulard verde al collo.

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Più di un alleato

Ci interessa poco, se non nulla, la querelle su quanti fossero a san Giovanni in Laterano ad ascoltare il premier Silvio Berlusconi. Ancor meno ci interessa la preghiera dei candidati del centrodestra alle Regionali. In compenso, c’è un’immagine della manifestazione di sabato pomeriggio che vale più di tante parole e commenti: quell’Umberto Bossi che non avrebbe dovuto parlare e che invece si è appropriato per qualche minuto del microfono, sancendo ben più di un’alleanza con il Cavaliere.

Considerata la carica di presidente della Camera di Gianfranco Fini – che giustamente non era alla manifestazione perché se ci fosse stato un presidente del centrosinistra ad una manifestazione del centrosinistra noi pure avremmo storto il naso -, il leader della Lega non è solo un collega di coalizione, ma un aggancio tra il Pdl e quel popolo che magari voterebbe pure per Berlusconi, ma poi ripiega sulla Lega perché non gradisce particolarmente certa gente che sguazza nel partito di maggioranza. Non è un caso che i lumbard stiano rubando voti anche al Pdl stesso.

C’è dalla rivalità, senza dubbio. Ma c’è soprattutto un movimento che ha una strategia chiara e un peso massiccio che sarà destinato ad aumentare dopo le urne: basterà confrontare le percentuali in Lombardia e in Veneto e attendere la sorpresa dal Piemonte. L’augurio che poi quelli del Pdl non finiscano per fare i piagnucolosi e rovinino tutto sta nel fatto che per l’appunto Berlusconi e Bossi non sono come Berlusconi e Fini.

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Popolo dei Tafazzi

Nel centrodestra a quanto pare hanno trovato la soluzione: in piazza Farnese per chiedere indietro un voto che è stato il Pdl a perdere da una parte; i sostenitori del Cavaliere che chiedono di ritirare tutte le candidature in tutte le regioni dall’altra. Di mezzo, l’ipotesi di un decreto legge, ma non prima che Berlusconi sia salito al Colle. La politica offre colpi di scena degni di nota, come quello di confondere le parti e di far assomigliare la maggioranza ai soliti Tafazzi del centrosinistra.

In merito al caos liste ci sono probabilmente solo un paio di considerazioni da fare: la prima è che la burocrazia in Italia uccide e questo lo sanno bene i comuni mortali che se dovessero sbagliare una virgola nella propria dichiarazione dei redditi, si troverebbero la Guardia di finanza a piantonarli fuori di casa. La seconda è che il Popolo della libertà non ha la spina dorsale, tanto che nelle ore concitate di Roma e Milano il suo numero due, Gianfranco Fini, se n’è uscito con una infelice considerazione (“Così com’è non mi piace”). Magari sarebbe stato meglio sintonizzarsi sulle parole di Berlusconi che ha sbraitato per l’incapacità di certi funzionari. Avrebbe ottenuto applausi.

Il buon senso ispirerebbe una riforma dei partiti perché questi siano leggeri, non apparati, sostenuti dai volontari e non dai nominati. Ma tra un ricorso e l’altro, l’ipotesi è finita immediatamente sotto il malloppo di scartoffie. Gli unici a ragionare, per quanto li si voglia sempre criticare, sono quelli della Lega Nord (gente che impara la politica nelle sedi, non nei convegni e ai soggiorni in montagna): “Adesso bisogna parlare con Napolitano”, afferma Calderoli. “Lasciamo stare il decreto. Si troverà una soluzione politica”, ha aggiunto Bossi.

Anche perché dal Pd arriva un sano ragionamento (caso più unico che raro) di Bersani: “Di questa situazione è responsabile la maggioranza e se ne prendano la responsabilità, poi si vedrà. Certo non abbiamo mai pensato di vincere per abbandono degli avversari“. E invece tutti in piazza a fare i Tafazzi.

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