Archivi del mese: novembre 2010

Scoop di rimbalzo

I cronisti italiani non devono avere abbastanza talpe o fonti: perché se i documenti delle procure arrivano sulle loro scrivanie prima ancora di essere note agli interessati di turno, con l’affare Wikileaks si sono dovuti mettere a rincorrere i concorrenti internazionali. Nelle nostre redazioni non è arrivata alcuna anticipazione, nemmeno dalle parti del potente gruppo editoriale Espresso che ha forti sinergie con El Pais, la testata spagnola che è stata tra le prime a mettere on line domenica sera anticipazioni delle rivelazioni sul dipartimento di Stato americano.

In compenso, adesso è partita la caccia allo scoop. Vale a dire più interviste possibili a politologi, ex ambasciatori e diplomatici in generale perché diano il loro giudizio sulle parole che riguardano Silvio Berlusconi. E’ una manna dal cielo quella che arriva da Wikileaks: il governo è debole, il premier in affanno e ora non manca il pretesto del “giudizio internazionale” per affondare ulteriormente il manico. Sul Corriere di oggi, un ex consigliere di Clinton, Sidney Blumenthal, dice che il presidente del Consiglio è un clown. Ne prendiamo atto. Come prendiamo atto che nonostante fosse stato screditato dall’intera opinione pubblica mondiale, George W. Bush venne rieletto presidente degli Stati Uniti nel 2004.

Il Cavaliere non piace nei corridoi di Washington, ripetono giornali e politici, per colpa dell’amicizia con Putin che ha assicurato ad un’azienda come l’Eni di fare grossi affari. Solitamente il sale dei rapporti internazionali è questo, ottenere vantaggi per la propria nazione. Eppure, quando c’è di mezzo Berlusconi, anche tra chi duramente critica il monopolio statunitense cresce un sentimento di affetto per l’alto lato dell’Oceano Atlantico.

Tornando ai media di casa nostra, pare che sia stato un successo la diretta web delle ore frenetiche di due giorni fa. La scoperta dell’acqua calda, visto che il cosiddetto Live Coverage o Live Blogging è prassi consolidata, con contributo da inviati sul campo via Twitter o altri programmi di semplice installazione (pensiamo a Coveritlive, di cui nessuno sembra esserne a conoscenza né al Corriere né a Repubblica né altrove). Ma il dramma – per quanto non lo dicano – è che i quotidiani italiani non si è filati nessuno. Vorrà pur dire qualcosa?

Poi questa mattina si passa su Repubblica.it e si nota come la notizia del suicidio di Mario Monicelli sia corredata da video e ultime dichiarazioni che paiono trovare il colpevole della sua scomparsa. Silvio Berlusconi, ovviamente. Il provincialismo impera.

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Scusate, ma io non vi appartengo

Sono ormai un paio di mesi che non guardo un programma di politica in televisione. E la cosa personalmente è molto strana, perché ho sempre seguito la politica. Non mi ha mai annoiato, mi ha sempre appassionato, me l’ha insegnato mio padre con una raccomandazione di fondo. Che io sono io e la politica non potrà mai avermi. Così, a distanza di anni, ho spento definitivamente la tv e sto bene. Anzi, sto meglio. Tanto non occorre granché per capire quali siano gli sviluppi dell’ultimo periodo: siamo alla fine di un capitolo lungo vent’anni e – la storia italiana insegna – ogni capitolo si chiude dalle nostre parti con il rinnegare il proprio passato. Erano tutti berlusconiani, ora fingono di non essersi mai sporcati le mani. Eppure ripetono le cose che Berlusconi diceva sedici anni, quando si rese protagonista della famosa discesa in campo: parlano anche loro di rivoluzione liberale, perché quell’altra annunciata a tempo debito è stata tradita.

Dovrebbero convincermi, ma non ce la stanno facendo. Almeno a sinistra hanno più dignità a rifugiarsi in un Vendola che riporterebbe le lancette indietro di trent’anni, sognando quello che è miseramente fallito alla fine degli anni Ottanta. Non mi convincono ora e non lo faranno nemmeno domani e dopodomani. Semplicemente perché io non appartengo a loro, che sbandierano il merito, ma hanno passato la vita a fare politica. E per stare così tanto tempo in quell’ambiente, ti devi saper vendere al potente di turno e quello non è affatto merito. E’ paraculismo, lo sport preferito dagli italiani.

La nuova generazione, la generazione giovane, è uguale a quella vecchia. Ha finto di studiare, di faticare, di sudare e di arrangiarsi. Ma non ha mai inteso la vera essenza dell’individuo e della responsabilità: quella di non dover appartenere a nessuno, se non a se stessi e alla propria famiglia, ai legami di sangue che non hanno niente a che vedere con quelli opportunisti. Che non sono da gettare nel cestino, se servono per assicurarsi il pane quotidiano lavorando come il termine “lavoro” indica. Ma che sono il cancro di questa nazione se affrontiamo la malattia d’Italia: la politica. Aspirano a comparire dietro al capo, a farsi fotografare al loro fianco, per dire che contano.

Io non conto nulla: nessuno mi ha mai regalato nulla. Ho davvero sudato e studiato, non ho mai chiesto niente a nessuno e non mi sono mai permesso il lusso di essere il portaborse di un deputato o di un senatore, di un consigliere comunale o regionale o provinciale, anche se ho avuto occasioni per diventarlo. Mi sveglio la mattina e provo ad ingegnarmi un vero futuro, senza renderlo proprietà di un Fini qualunque. E nemmeno di un Berlusconi, di un Bossi o di un Tremonti, anche se per loro ho votato e probabilmente confermerò la scelta non appena ci sarà concesso di tornare alle urne. Però, con dignità, non mi spaccio per ciò che non sono.

La nuova destra tenta di bussare alla mia porta, di dirmi che è diversa. Come può esserla se il suo leader da sempre non ha fatto altro che parlare forte di una retorica astratta? E come possono essere diversi e nuovi i suoi lacchè, che hanno seguito le sue orme?

Sarà che io non conto nulla. Ma loro di certo non contano più di me. E figuriamoci se mi faccio appartenere da loro.

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Mary Poppins comanda l’opposizione

L’opposizione italiana sembra aver trovato una linea comune. Prima Bersani, poi Di Pietro, oggi addirittura Vendola: si danno il cambio sul tetto della facoltà di Architettura in quel di Roma, per mostrare il loro sostegno agli studenti che in questi giorni si danno appuntamento in piazza contro la riforma universitaria. Il tutto a servizio dei fotografi, giusto per ribadire che il marketing è tutto, anche quando si ha da protestare.

E allora eccoli, magari memori di quando loro erano universitari di belle speranze, tra studi in filosofia e giurisprudenza: giacca, cravatta, addirittura un bel toscano tra i denti per il segretario democratico, in piena forma fisica, non c’è che dire. Almeno una volta si scambiavano qualche tiro di canna: si vede che si sono imborghesiti troppo.

Finalmente a sinistra hanno trovato un leader comune che sappia unire e non dividere e non poteva essere che Mary Poppins, la tata che insegnava ai figli di una famiglia benestante della Londra ottocentesca che è meglio dare qualche cent alla povera donna dei piccioni, piuttosto che alle banche capitaliste. Per la prossima volta, attendiamo con fiducia un raduno di spazzacamini, giusto per mettere in scena una coreografia come solo nella vecchia Hollywood sapevano fare.

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Azienda Italia

Luca Cordero di Montezemolo ha detto che è finito il tempo del “one man show”. E ha aggiunto: “Sento il dovere di fare qualcosa per il mio Paese”. A questo punto Silvio Berlusconi dovrebbe chiedergli i diritti d’autore per l’ultima frase, ma paradossalmente è evidente come Montezemolo ce l’abbia proprio con il Cavaliere, sulla falsa riga del presidente della Camera che qualche giorno fa ha consigliato di diffidare di chi dice “ghe pensi mì”.

Due indizi non fanno una prova e a pensar male si fa peccato, ma Gianfranco Fini ha trovato finalmente il nuovo padrino per essere svezzato: Berlusconi nel 1994, Luca Cordero di Montezemolo nel 2010. D’altra parte, è o non è uomo d’immagine il presidente della Ferrari? Si è fatto pure una propria linea ferroviaria, quindi è l’emblema del libero mercato, del principio di concorrenza, della meritocrazia: la sua firma al manifesto d’ottobre che nessuno si è filato, dovrebbe stare sopra a quelle di tutti gli altri. Gianfranco escluso ovviamente.

E poi, finalmente, un uomo che rappresenti le istituzioni e i poteri che contano in Italia. L’aziendalismo di stato ormai è ufficiale.

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Giovannino, sempre sia lodato

Dice il New York Times, che ha potuto leggere in anteprima una copia del libro-intervista al Papa, che Sua Santità alla sera talvolta guarda un film in dvd. Le sue preferenze vanno alla serie “Peppone e Don Camillo”. Gino Cervi e Fernandel per l’eternità.

Dagospia.

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La chiameranno velina?

Il ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna ha fatto sapere che non si trova più a suo agio nel Pdl e nel governo. Ad attenderla a braccia aperte c’è il “padrino” Italo Bocchino, il pioniere di Futuro e libertà: il rapporto politico tra i due è risaputo, come è noto alla luce del sole che lo staff della Carfagna sia stato a lungo composto da persone legate sempre al nostro Italo.

Il rapporto tra i due si è increspato questa estate, quando la Mara finì nella lista della cattive che non avrebbero mosso un dito per difendere la dignità di Elisabetta Tulliani, la compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini. Frizioni che sono state smussate, evidentemente. Ma il punto è un altro.

Ora che la Carfagna ha abbandonato il nemico, la chiameranno ancora velina e verrà apostrofata con i peggiori titoli che si possano dedicare ad una donna? E in Fli, qualcuno alzerò il dito per assicurarsi che non si ripercorrano certe strade intraprese precedentemente dal premier Berlusconi?

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Lavorare con lentezza

La dimostrazione che Paese e politica marciano su due binari diversi è arrivata ieri, dalla calendarizzazione della crisi di governo. Dovremo attendere metà dicembre per capire quale sarà il destino del governo e della maggioranza che lo sostiene, una volta approvata la Finanziaria.

Un mese di congelamento o, se volete, un mese di ripicche prima di arrivare alla conta alla Camera e al Senato. Questa non è politica, con buona pace di chi afferma che ormai il Cavaliere è vecchio e pazzo e che per lo meno Fini tenta di farla, la politica: commenti questi che sono arrivati dall’interno del Pdl e che rendono chiara l’idea di come gli eletti stiano cercando nuovi lidi.

La classe dirigente sta lavorando con estrema lentezza, suda soltanto quando è alle prese con le luci degli studi televisivi per qualche dibattito, l’estenuante strategia delle trattative tiene banco. Tutto, pur di evitare accuratamente un confronto faccia a faccia e di levarci dalle scatole anche questa noiosa manfrina.

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