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Come Veltroni

C’è qualcosa di vagamente veltroniano nel comportamento di alcuni direttori dei giornali che hanno aderito allo sciopero contro il ddl sulle intercettazioni. E che provano a giustificarsi con i “ma anche” e “anche se”. Al di là dell’irriducibile Ezio Mauro di Repubblica, c’è ad esempio un Mario Calabresi (La Stampa) che confessa di starsene in silenzio per un giorno, “ma a malincuore” mentre il cdr della testata auspicava nei giorni scorsi di “alzare tutti insieme la voce” piuttosto che non andare in edicola. Quelli del Fatto non sono da meno: “Aderiamo all’iniziativa della Fnsi, anche se avremmo preferito altre forme di protesta”, si legge in un comunicato.

Il meglio lo regala il Secolo d’Italia di Flavia Perina: “Oggi c’è uno sciopero contro una legge che non piace a nessun giornale e a nessun editore. Abbiamo deciso di ‘esserci’ in una modalità differente dal solito: non saremo in edicola ma distribuiremo il giornale come un ‘free press'”. Magari è anche la volta buona che qualcuno lo sfoglia.

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Furto con scasso

A Trani non si fanno mancare nulla: dopo il premier Berlusconi, il direttore del Tg1 Minzolini, l’uomo della Rai Masi e quello dell’Agcom Innocenzi, è il turno di Giuliano Foschini e Francesco Viviano. Sono i due giornalisti di Repubblica ripresi dalle telecamere mentre si intrufolavano nell’ufficio del gip Roberto Oliveri Del Castillo per frugare tra le sue carte e fare una copia di quelle che riguardano il presidente del Consiglio e annesse telefonate.

Oliveri Del Castillo ha dichiarato che quando si allontana dal suo ufficio, a volte chiude la porta, “ma per abitudine personale”. Chiaro, pensiamo noi: soprattutto quando si ha la certezza di avere documenti che scottano sulla propria scrivania. Un sacco di gente, ad esempio, lascia aperta la porta della macchina con il portafogli o una valigetta in bella vista sul sedile. “Cosa pensate, che qui ci sia sempre il clamore di questi giorni? Qui dentro potrebbero anche ammazzarci e non se ne accorgerebbe nessuno”, si è giustificato il solone pugliese.

Sarà per questo che i due di Repubblica sono riusciti a lasciare l’edificio del Tribunale, raggiungere un centro commerciale, fare le fotocopie dei documenti e infine rimettere gli originali al loro posto.

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Il partito dei Repubblica

A sinistra la linea la detta il quotidiano di De Benedetti. Si sapeva da tempo, ma oggi è giunta l’ennesima conferma: perché mentre il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, auspica un “ripensamento” dopo l’aggressione al premier e afferma che occorre una “larga condivisione” per le riforme, pur non essendoci al momento il “clima propizio” (e da qui la richiesta di un ripensamento), ecco che sul sito di Repubblica si legge che il Capo dello Stato se l’è presa con il governo. “Non paventare complotti contro esecutivo, la Costituzione non li permette”, si legge nel sommario di apertura.

Corretto, ma la “larga condivisione” intende anche quella dell’opposizione che, guarda caso, per bocca del segretario del Pd Bersani, poche ora prima aveva fatto sapere di essere pronta a confrontarsi con la maggioranza in Parlamento, dopo che La Stampa, nell’edizione in edicola sempre oggi, aveva indicato la possibilità di un vertice ufficiale Berlusconi – Bersani a Palazzo Chigi. Ma da largo Fochetti è arrivato il tassativo altolà.

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Tutta colpa di Rep., lo dice Mauro

Abbiamo comprato Repubblica oggi perché non volevamo perderci il fondo di Ezio Mauro. Sabato 3 ottobre è ormai una data destinata a fare storia in Italia, in centinaia di migliaia si sono dati appuntamento a piazza del Popolo a Roma per manifestare e sostenere la libertà di stampa. Che già uno a questo punto dovrebbe porsi una domanda: si manifesta per la libertà di stampa quando c’è il rischio che questa sia minacciata, giusto? E allora com’è che un giornale che rientrerebbe nella categoria dei minacciati, Repubblica, riesce a mobilitare così tanta gente? E se è vero che esiste una minaccia, significa che si profila all’orizzonte un regime, giusto? E non sarebbe arguto, da parte di tale regime, impedire adunate oceaniche come quelle di oggi per liberare la strada da qualsiasi intoppo?

Ma torniamo all’editoriale di Ezio Mauro. Gran retorica, un pezzo ben vergato che ci spiega come in Europa i cittadini sappiano molto più di noi riguardo a Silvio Berlusconi. Si avrebbe quasi la tentazione di trasferirsi oltre confine, però inevitabilmente fa capolino un nuovo quesito: ma allora tutta questa storia che Repubblica e il gruppo Espresso ci hanno rifilato per un’estate intera? Sono tutte balle quelle che ci hanno raccontato D’Avanzo e soci? Perché se è vero che in Europa sono a conoscenza di molti più risvolti rispetto a noi che ci siamo abbeverati alla fonte di largo Focchetti, allora se manca libertà di informazione è proprio per colpa di Ezio Mauro.

Ecco quanto scrive il direttore di Rep.:

(Il cittadino, ndr) non sa nulla dello scandalo che da sei mesi circonda il Capo del governo, lo ossessiona portandolo ad insultare i giornali che ne parlano, e gli impedisce di far politica liberamente, ostaggio com’è delle sue contraddizioni e delle sue bugie. Qualunque medio lettore di qualsiasi giornale europeo ne sa molto di più.

Così scrisse Ezio Mauro e noi ci siamo rimasti molto male. Perché davvero pensavamo fosse tutta colpa di Berlusconi. E invece no, è tutta colpa sua, di Ezio, del suo giornale e pure dell’Espresso. E pensare che avevamo letto tutte le trascrizioni delle registrazioni di Patrizia D’Addario, addirittura le avevamo ascoltate sul sito del gruppo editoriale gestito da De Benedetti. Avevamo preso piena coscienza di quanto stesse accadendo nelle camere di Palazzo Grazioli e nelle orecchie abbiamo ancora le note della canzoncina che faceva da sottofondo agli incontri intimi. E che di fronte al calo delle vendite di Repubblica, avevamo attribuito la colpa sempre al Caimano, reo di tagliare la pubblicità alla stampa avversa alla sua opera peronista. Sei mesi dopo Noemi, Patrizia e Barbara, Mauro ci ha svelato che in realtà i cittadini italiani non sanno nulla, nonostante Repubblica abbia rischiato di romperci le scatole con queste vicende.

Ma che mattacchione che rimane comunque questo Mauro, perché pur di non farsi beccare con le dita nel vasetto di marmellata, ha mobilitato tutta la coscienza civica di questa nazione sotto il belo sole di ottobre, in piazza del Popolo. Ah, il popolo. Quello che stamattina evidentemente ha dimenticato di leggere l’editoriale del nuovo condottiero delle masse.

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Sciacalli

repubblica-afghanistan

Secondo il quotidiano di Ezio Mauro il governo è già in crisi. A cadaveri ancora caldi, ci danno dentro i soliti noti.

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Colpevole fino a prova contraria

Noi e loro, c’è una gran bella differenza. Sarà pure vero che Murdoch è stato beccato con le dita nel vasetto di marmellata per via delle cosiddette indagini condotte da News Of The WorldThe Sun, ma la cosa non avrebbe dovuto sorprendere più di tanto perché non esiste redazione vergine, figurarsi quella di due tabloid popolari e che puntano sul gossip. Il fatto che dovrebbe meravigliare direttori e cronisti italiani – e non è successo – è che le controinchieste portate avanti dai giornali inglesi si fondano su un elemento essenziale: le prove. Che poi rivelino una verità o meno, spetta ad altri giudicarlo, ai giudici che hanno in mano le indagini. Ma il Guardian in questi giorni ha portato in prima pagina non dieci domande basate su documenti secretati dalle procure e i cui contenuti, al momento, si basano solo sul “sentito dire”, bensì copie di note spese per investigatori privati usati dai giornali del gruppo Murdoch. Stessa cosa dicasi per il Telegraph nella sua inchiesta sui rimborsi per i parlamentari: non indizi, ma prove, documenti che accertassero quanto accaduto.

In Italia siamo fermi alle foto di Zappadu che non svelano molto, se non un paio di seni o le intimità di un ex primo ministro non italiano, mentre non si vede un Berlusconi pescato in flagrante – che non vuol dire una passeggiata mano nella mano con una ragazza, intendiamoci. Giuseppe D’Avanzo ha riportato le registrazioni di Patrizia D’Addario, ma come detto, quei nastri sono secretati e, quindi, potrebbero essere solo delle dichiarazioni di qualche talpa della procura barese che vuole divertirsi a far presagire scenari orgiastici e perversi a Palazzo Grazioli. Non c’è alcuna prova nelle inchieste dei giornali italiani, addirittura, in alcuni casi, non ci sono nemmeno indizi.

Oltremanica, per quanto abbiano fatto la pipì fuori dal vasino in occasione del G8 (d’altronde gli inglesi ci detestano quando non si tratta di cibo o cascinali sparsi tra Toscana e Umbria), almeno hanno il coraggio di fare inchieste come giornalismo comanda. Senza millantare che il capo del governo è un pedofilo, come si intende leggendo alcune delle domande di Repubblica, per di più senza un minimo indizio che sostenga la tesi. Noi e loro, c’è una gran bella differenza. Invece di prendere per oro colato tutto quanto è riportato dai corrispondenti di Sua Maestà in Italia, sarebbe il caso che i signori direttori della stampa italiana imparassero, anzitutto, a rispettare le regole di un buon giornalismo.

Notapolitica.it

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