Archivi del mese: ottobre 2008

Gli italiani vogliono il federalismo

Quanto ne sanno gli italiani di federalismo? E’ la domanda alla quale prova rispondere un’indagine condotta dalla Confcommercio interrogando un campione di più di mille connazionali: in generale, gli italiani hanno dimostrato di conoscere in cosa consista, anche se una larga fetta della popolazione non nasconde i propri dubbi a riguardo.

Il 61% degli interrogati ha affermato di sapere cos’è il federalismo, anche se solo il 16% ha detto di esserne informato in modo completo. Al contrario, il 22,5% ne conosce a malapena l’esistenza. E se il 62% è convinto che sia una priorità per il nostro Paese, il 59,5% allo stesso tempo ritiene che il federalismo rappresenti un vantaggio soltanto per alcune parti d’Italia. Un po’ come accade nel dibattito politico di questi mesi.

Quanti ne sanno qualcosa A dimostrare di saper padroneggiare meglio la materia sono gli uomini, mentre le donne hanno parecchi dubbi. Guardando ai dati invece dal punto di vista “generazionale”, sono preparati soprattutto gli italiani compresi tra i 35 e i 45 anni (in particolare la fascia d’età 45-54 anni), ma colpisce la bassa conoscenza tra i giovani (25-34 anni) e i giovanissimi (18-25). Geograficamente parlando, si sono dichiarati meglio informati sul federalismo i residenti nelle regioni del Nord-Est e nelle regioni meridionali, mentre ci sono lacune tra il Nord-Ovest e il Centro Italia, in particolare nelle grandi aree urbane.

L’utilità delle istituzioni Il sondaggio si è rivelato anche una occasione per scoprire quale utilità viene conferita dagli italiani ad istituzioni come le Regioni e le Province. Le prime non devono preoccuparsi, il loro “gradimento” è pressoché diffuso in tutto il Paese, mentre alle Province è stato attribuito uno scarso livello di utilità in termini di servizi e gestione della cosa pubblica nelle regione settentrionali. Un risultato bilanciato, solo in parte, dai giudizi dei residenti al Centro e nel Sud dell’Italia. Nelle aree metropolitane sono i Comuni gli enti locali più apprezzati.

Tasse Chi sarà però a trarre maggiore vantaggio da una riforma federalista? Il 75% ritiene che alcune Regioni subiranno dei disagi, ma c’è pure un 63% favorevole all’introduzione della fiscalità di vantaggio a beneficio delle regioni meridionali, il 27,8% pensa al contrario che la riforma possa rappresentare un vantaggio per tutto il Paese. Il 59,5% crede al contrario in pochi faranno fortuna. Il sostegno arriva soprattutto dagli abitanti del Nord, assai meno convinti chi vive tra il Centro e il Sud.

In merito alla pressione fiscale, la torta è divisa quasi equamente tra chi ritiene che il federalismo fiscale abbasserà le tasse (il 29,8%), chi pensa che invece comporterà un aumento (il 32,3%) e chi, infine, non si fa illusione ed è convinto che tutto rimarrà come prima (25,2%). Facendo le dovute somme, il 55% degli italiani ritiene che con il federalismo la pressione fiscale diminuirà o al massimo resterà al livello attuale.

Servizi Nelle intenzioni dei promotori della riforma, il federalismo dovrebbe assicurare una maggiore efficienza dei servizi al cittadino. I diretti interessati effettivamente credono che il federalismo migliorerà la qualità dei servizi pubblici (il 58,7%). Il 29,6% è di parere totalmente opposto, l’11,8% ne se l’è sentita di dare una risposta. Il dato molto interessante è che non si registra una differenza marcata per aree regionali tra chi è positivista. Infatti, sono molti anche i cittadini del Sud che concedono un’apertura alla riforma per quello che riguarda il miglioramento della qualità dei servizi pubblici.

Dario Mazzocchi, IFG On line

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Teste vuote

Il buon Walter sta bene dove sta. Vale a dire al posto di segretario del Pd, con tutti quelli che hanno deciso di andarlo a trovare al Circo Massimo a Roma. Lui sì che è una icona, un simbolo, piantato là in mezzo alla fiumana di gente. Come un Barack Obama qualunque, giusto per rendere meglio l’idea. Il buon Walter sta bene dove sta perché la sua posizione, in un solo pomeriggio, ha riassunto l’intera settimana di proteste studentesche contro il decreto Gelmini. O meglio, contro la riforma della scuola. Che sia una piazza, una strada, una stazione – magari quella di Cadorna a Milano -, o un circo – ma non quello Massimo -, ovunque tranne che a fare il proprio dovere. Gli studenti a studiare, Veltroni a starsene zitto.

Perché la solfa è sempre la stessa. La destra di qui, la destra di là. La crisi finanziaria: è mondiale, ma è colpa della destra ultraliberista che ora si scopre socialista. Non ci sono soldi: colpa della destra, che ha levato l’Ici e spremuto i poveri. Il mondo non gira: è a causa della destra, isolazionista, che odia l’Europa collettiva. In soli sei mesi di governo, Berlusconi ha fatto tutto questo. Il Cavaliere, a quanto pare, ha lavorato sodo. Magari male, stando alle parole del leader del Pd, ma ha lavorato.

Veltroni è invece uscito dal letargo, ma chi credeva che fosse alle prese con i libri, si è sbagliato di grosso, perché ha ripetuto le stesse parole della campagna elettorale e non si è applicato abbastanza da proporre una ricetta. Che delusione! Non era mica lui quello di “I care”? Io mi preoccupo? Di che si è preoccupato? Di svernare prima ancora che arrivasse la brutta stagione?

Tornando seri per un attimo, gli ultimi sette giorni davvero sono stati emblematici. Gli universitari, accompagnati dai professori, hanno manifestato il loro dissenso da un decreto che non li riguarda, ma forse non lo hanno ancora ben capito. E hanno mostrato, per l’ennesima volta, la loro arroganza. Il problema, per loro, è che gli altri italiani ormai non ci fanno nemmeno più caso e, forse, si sono arrabbiati perché il presidente del Consiglio si è esibito in un’altra delle sue rettifiche. Quelli, i casinisti, hanno la testa vuota, non si sarebbero fatti molto male.

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Berlusconi, Milano

Sarebbe buona cosa che qualcuno informasse Silvio Berlusconi su questa cosa: il suo cognome è diffuso in 41 comuni, quasi tutti concentrati tra Milano e la Brianza. Che poi, a dirla tutta, sarebbe anche una perdita di tempo. Lui lo sa benissimo e fa semre un po’ il galletto quando torna a casa. Mai come prima, nel corso dell’ultima campagna elettorale, ha ricordato come il suo successo sia nato proprio tra le vie milanesi, nella capitale dell’economia, all’ombra della Madunina e non del Colosseo. Mica per niente ha fatto nascere il Popolo della libertà in piazza San Babila, a due passi dal Duomo. Ha progettato Forza Italia nella sua villa di Arcore da dove si faceva riprendere agli inizi, con un bel sorriso sul volto. Ecco, magari tra una gita in Sardegna ed un Consiglio dei ministri a Napoli se ne è dimenticato, quindi sarebbe cosa buona e giusta che i suoi fidi glielo ricordassero mentre il governo stacca assegni per tutti, tranne per una città che nel 2015 ospiterà l’Expo e, forse, non tutti hanno ancora capito che potrebbe quella essere l’occasione per rilanciare l’intero Paese.

Poi ci sono i leghisti. Gente che urla, minaccia, imbraccia idealmente il fucile per ribadire che il Nord va rispettato, che non è una spugna da strizzare fino all’impossibile per ottenere tutte i dindini che occorrono. “Non si poteva fare altro”, hanno addirittura avuto il coraggio di affermare quelli che siedono al Pirellone. Certo, non si poteva fare altre. Tanto al Nord sono abbastanza cretini da cascarci un’altra volta. Lo hanno capito pure quelli della Lega.

E’ comunque strano che tutto ciò avvenga mentre in Europa si piange la perdita di uno che aveva teorizzato l’Euroregione. Roba interessante e, quasi sicuramente, utile per tutti.

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Piegare la schiena

I nostri lettori sanno bene che da queste parti non abbiamo mai trattato apertamente l’economia. Perché chi scrive non ci capisce moltissimo e non sarebbe in grade di mettersi ad analizzare quanto sta accadendo in queste settimane. O meglio, quanto sta accadendo da un anno a questa parte. L’unica lezione che ci teniamo buona, da queste parti, è che il capitalismo è fatto di alti e bassi. E che il capitalismo è l’unico sistema economico che ha fatto progredire questa dannata umanità. Così è (e non se vi pare, perché così è – punto e a capo). Si arriva in alto, poi c’è la discesa più o meno ardita da affrontare. Alla fine, per qualche ragione sicuramente logica che però non è data sapere al sottoscritto, il meccanismo riparte.

Mentre scrivo c’è Gad Lerner che parla in tv e si è calato come solo lui sa fare nella parte del mena gramo. Lui può permetterselo, perché lui e i suoi amici con tanti din din sapranno semore cavarsela. Pure io me la caverò, però mi sono fermato a pensare un po’. O meglio, a conti fatti dovrei evitare di crepare nella Grande Depressione che viene pronosticata.

Su Libero di domenica c’era una bella intervista a Luca Zaia, ministro dell’Agricoltura. Una sorta di intervento per dettare la linea o, forse, soltanto un ricordo da tenere in testa. Il ricordo di quanto appreso a casa, in cascina. Sì, potevo starmene tranquillo tra i campi ed invece mi sono messo in testa di fare il giornalista. Un pioniere, a mio modo, in una famiglia dedita esclusivamente a quel settore. Beh, a conti fatti, io conto di farcela per un semplice motivo: quello che mi hanno insegnato, di piegare la schiena e fare sacrifici. Di fronte alle cronache di queste settimane, infatti penso tra me: quanta gente sarà disposta a fare sacrifici? C’è chi già li fa, chi davvero ha (giustamente) fifa, anche perché campare con mille euro o meno è una bestemmia. Eppure tira avanti. Però ho pure la sensazione che non tutti hanno ben capito la lezione che ci arriva. Io vedrò di farmi trovare pronto. Sto seminando con la terra polverosa e dura da arare. Però guardo l’orizzonte e spero sempre che presto arrivi l’acqua.

Poi uno non sa nemmeno perché diavolo deve perdere tempo a scrivere righe come queste, però lui di mena gramo non ne vuole tra le scatole e, così, ha un sussulto d’orgoglio. Piega la schiena e si costruisce un futuro alla facciazza di chi mena sfiga tenendo i soldi presso amici che non affondano mai. O quasi.

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Invito alla lettura

Ci sono storie che non si possono non leggere. Soprattutto se le scrivi tu 😉

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These boots are made for walking

Pare che Jessica Simpson sia una sostenitrice di John McCain alle Presidenziali. Ora, da queste parti già preferivamo Maverick al fighetto Obama. Ora siamo ancora più convinti della scelta.

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La paura non crea razzismo

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, da Milano per la Festa della libertà ha detto la sua sugli ultimi accadimenti italiani. La così detta “caccia al negro” secondo i ben informati che rispondono ai nomi di Santoro, Travaglio e Lerner. Per i tre, da quando il centrodestra è al governo il Paese è divenuto razzista e così si spiegano il ragazzo di colore ammazzato a Milano, quello pestato a Parma, la somala all’aeroporto di Roma, il cinese malmenato a sangue sempre nella capitale. Fini, invece, ammette che il razzismo c’è da una parte, ma dall’altra dice, giustamente, che gli italiani ora hanno pure paura perché, a guardarsi attorno, insomma, è più facile vedere immigrati e non indigeni. Un po’ la gente si ferma a pensare, mica è sempre così scema da votare Berlusconi come credono sempre i tre sopra detti.

Il presidente della Camera ha ragione, la gente comune ha paura. Però sbaglia quando se le sente di proporre un Osservatorio per monitorare questo così detto rigurgito razzista. Perché la paura non crea razzismo, semplicemente porta all’autodifesa, un affare ben diverso. Un po’ come ai tempi in cui la legge conta poco o niente, come accade dalle nostre parti insomma: tu, che in Italia non dovresti nemmeno starci, vieni a privarmi di quello che mi è più caro? Vita, portafogli, macchina o altro? Beh, allora se la legge non mi difende, mi difendo per conto mio. Un ragionamento sacrosanto, peccato che sia distorto perché nasce proprio nel momento in cui lo Stato non tutela i suoi “veri” cittadini. E così, sempre a Milano, i soldati stanno in appostamento davanti al consolato egiziano, gli italiani si arrangino.

Forse sarebbe il caso di smetterla di far feste della libertà per iniziare a lavorare per tenere in piedi non l’Alitalia ma tutto il resto: qui si rischia che tra poco sparisca la libertà di tenerci stretta la nostra identità. Solo perché qualche spaccone a sinistra insinua un latente razzismo pronto ad esplodere e i nostri ci cascano come pere.

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