Archivi categoria: Giovannino Guareschi

Tutto quanto riguarda GG

Natale a casa Guareschi

Ci vuole dello spudorato coraggio a cominciare una favola con «C’era una volta un prigioniero… No: c’era una volta un bambino… Meglio ancora: c’era una volta una Poesia… Anzi, facciamo così: c’era una volta un bambino che aveva il papà prigioniero». Giovannino Guareschi ne aveva, tanto da convincersi che «non muoio nemmeno se mi ammazzano» mentre trascorreva lunghi anni dietro il filo spinato dei campi di prigionia nazisti: ci finì dopo l’8 settembre 1943, come Internato militare italiano, tra Germania e Polonia.

Un’esperienza raccontata nel “Diario clandestino”, dove l’autore parmense insegna a rimanere umani nel bel mezzo di una tragedia dalla quale in molti non fecero ritorno. «Non abbiamo vissuto come i bruti – scrive GG -. Non ci siamo richiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, con un passato e un avvenire».

E nel dicembre del 1944 la sua mente ha elaborato “La favola di Natale”. È notte buia, il mondo è pieno di gentaglia, le città fanno i conti con le bombe, ma il piccolo Albertino affronta il pericolo e va a fare visita al padre lontano, prigioniero chissà dove perché c’è una poesia di Natale da recitare. È accompagnato dal cane Flik e della nonna che ha avuto la stessa idea. In mezzo ad un bosco inondato dalla magia, incontra il babbo, riuscito a scappare con un sogno dalle sentinelle di guardia. La favola diventerà un libro l’anno successivo.

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Un commissario a pranzo con Guareschi

La buona fede non si discute, anzi va premiata. Quando il commissario europeo agli Affari economici, Olli Rehn, nel corso della missione in Italia ha detto che don Camillo e Peppone “sosterrebbero oggi il governo Monti”, meritava un applauso: non perché avesse ragione, ma perché ha dimostrato di conoscere un tale scrittore parmense che può vantare traduzioni in tutto il mondo. “Ho sempre amato la cultura italiana, da ragazzo leggevo i libri di Guareschi”: ha svelato Rehn che così facendo ha reso omaggio ad un autore a lungo trascurato dalle nostri parti. Il tempo è galantuomo.

È strano sentire un esponente politico – per lo più nemmeno italiano – scandire quel nome. Gli si può così perdonare la forzatura nell’interpretazione che ha dato alle vicende del parroco e del sindaco comunista perché difficilmente i due avrebbero appoggiato Mario Monti. Per il semplice fatto che Giovannino stesso avrebbe espresso dei dubbi. Non che Guareschi, se fosse vivo oggi, mancherebbe di dare credito al nuovo presidente del Consiglio. Ma le sue pagine sono piene di spunti che offrono una versione diversa da quella di Rehn.

(continua su NotaPolitica)

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Il congedo di Candido

Il 22 ottobre 1961 Giovannino Guareschi si congedò dal Candido. Chiudeva così il periodico dal quale ‘Peppone’ aveva condotto mille battaglie e che era diventato scomodo per la Dc di Fanfani. I figli Alberto e Carlotta ne mantengono vivo il ricordo e la delusione per la fine del Candido: “E’ morto dentro col suo giornale”

Il 22 ottobre 1961 Giovannino Guareschi si congedò dai suoi lettori in quello che è destinato ad essere l’ultimo numero del Candido, il settimanale umoristico del sabato che il giornalista parmense aveva contribuito a rendere protagonista della politica italiana del dopoguerra. Dalle colonne Guareschi aveva combattuto le sue battaglia, come quella per la monarchia in occasione del referendum istituzionale del 1946 o quella contro il Fronte democratico popolare alle elezioni parlamentari del 1948. E aveva creato nell’immaginario italiano la figura del trinariciuto, l’iscritto al PCI con una terza narice utile per mettere il cervello all’ammasso del partito e protagonista di una delle rubriche più fortunate, “Contrordine compagni!”. E sempre sulle pagine del Candido venne pubblicata alla vigilia del Natale ’46 la prima puntata di Don Camillo.

Ma nel ’61 ormai non c’era più spazio per un Guareschi in circolazione. L’Italia si stava preparando al boom economico e ai governi di centrosinistra e Giovannino era diventato scomodo, tanto che l’allora presidente del Consiglio, il democristiano Amintore Fanfani, concesse un incontro all’editore del Candido, Rizzoli, a patto che questi chiudesse la testata.
Il pretesto giunse quell’autunno, quando il 17 settembre e il 15 ottobre vennero pubblicati sul settimanale due articoli sulla “variante aretina” dell’autostrada A1: una sorta di omaggio di Fanfani agli amici di casa, con tanto di casello incorporato. Così, con uno scarno comunicato sotto il solito editoriale di Guareschi, il 22 ottobre fu annunciata la cessazione delle pubblicazioni, cominciate alla fine del 1945, in quella che Guareschi definì “Italia provvisoria”.

Sono trascorsi 50 anni, ma per i figli Alberto e Carlotta (rispettivamente Albertino e la Pasionaria nei racconti domestici che Guareschi infilava sotto la voce “Le osservazioni di uno qualunque” o “Corrierino delle famiglie”) il ricordo è più che mai chiaro. Oggi custodiscono la memoria del padre a Roncole Verdi, dove Guareschi inaugurò nel 1964 un piccolo ristorante, oggi sede dell’archivio dell’autore nato il 1 maggio 1908 a Fontanelle di Roccabianca.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/cinquant-anni-fa-il-congedo-del-candido-di-guareschi#ixzz1bnAp8qQi

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Giovannino, sempre sia lodato

Dice il New York Times, che ha potuto leggere in anteprima una copia del libro-intervista al Papa, che Sua Santità alla sera talvolta guarda un film in dvd. Le sue preferenze vanno alla serie “Peppone e Don Camillo”. Gino Cervi e Fernandel per l’eternità.

Dagospia.

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Ci portano via tutto e ci infilano un casco

Luigi Ceffalo è un fedele lettore di questo blog, oltre che un ragazzo in gamba – e non perché è un lettore di questo blog. Tramite “Il Fogliaccio”, quadrimestrale del Club dei 23, abbiamo letto questo post pubblicato lo scorso aprile su chicago-blog sotto il titolo “Epicèdio sentimentale della bicicletta senza casco“. Lo riproponiamo con gusto.

Ci stanno portando via tutto. Non ce ne accorgiamo ma ci stanno portando via tutto. Legge dopo legge. Codicillo dopo codicillo. Emendamento dopo emendamento. Senza troppo chiasso. Perché quando si tratta di dar del danno non c’è uno straccio di opposizione, non c’è un surrogato di corrente (né antica né moderna), non c’è un facsimile di movimento: niente. Ci stanno portando via tutto. Non soltanto parte significativa del nostro tempo, non soltanto quasi metà del nostro reddito, non soltanto il 49% della nostra libertà. Ci stanno portando via tutto. Non soltanto il nostro presente fatto di quotidiani affanni burocratici, di continue batoste fiscali, di onnipresenti insensati divieti e obblighi. Ci stanno portando via tutto. Non soltanto il nostro passato fatto di valori, tradizioni e consuetudini troppo genuine per essere compatibili con spietati programmi ministeriali di solidarietà pubblica e dunque laica. Ci stanno portando via tutto. Non soltanto il nostro futuro e quello dei nostri figli che dovranno vedersela con uno dei debiti pubblici più grandi del mondo, un sistema previdenziale insostenibile e in generale un’economia (e quindi una società) al collasso.

Ci stanno portando via tutto. Non soltanto ciò che abbiamo. Ci stanno portando via tutto. Anche ciò che siamo. Siamo stati creati intelligenti, capaci di badare a noi stessi, in grado di valutare i rischi e le insidie della vita. E ora stiamo forzosamente diventando stupidi, pavlovianamente dipendenti dallo Stato, senza facoltà di discernimento. Dio ci ha creato responsabili; il parlamento ci sta facendo irresponsabili. Per legge non possiamo anzi non dobbiamo più pensare alla nostra salute. Siamo tenuti invece a sottoscrivere una polizza in bianco al sistema sanitario nazionale. Pagando un “premio” che si fa sempre più alto in funzione degli insaziabili appetiti dei nostri governanti. Prima è stata la volta dell’obbligo di cintura in macchina; e superficialmente abbiamo detto: “sì, in effetti ci sono tanti incidenti, forse vale la pena di patire sempre quel terribile fastidio al collo: tanta gente avrà salva la vita e forse anch’io”. Poi è toccato all’obbligo di casco sui motorini; e abbiamo ancora giustificato l’imposizione riflettendo: “eggià, quanti ragazzini potrebbero farsi male e perfino lasciarci la pelle: son pur sempre veicoli motorizzati che possono raggiungere 50-60 Km/h…”. Quindi a essere finito nel mirino dei legulei salutisti è stato il fumo e ancora abbiamo supinamente concluso: “beh sì, il fumo è cancerogeno, non è poi così grave che nei locali (privati!) destinati al pubblico non si possa fumare, lo si può sempre fare fuori senza troppi incomodi”.

Ma adesso a essere bersaglio del parlamento è pure la bicicletta. Anche per guidare il caro vecchio velocipede a pedali l’uso del casco sarà coatto a pena di sanzione. E allora pensiamo alla nonna che ci accompagnava all’asilo sul portapacchi della “Graziella” con in testa solo un coloratissimo “mandillo” fiorito (che le aveva insegnato a portare sua madre e che non aveva dismesso perché aveva avuto la fortuna di andare a scuola solo fino alla terza elementare). Pensiamo a come allora ci sentivamo sicuri: di certo più sicuri di quanto ci potremo sentire con tutti i caschi omologati del mondo. Pensiamo poi alle prime scorribande adolescenziali che nella bicicletta hanno trovato non solo un mezzo ma anche una filosofia, quella dei primi allontanamenti senza la presenza talvolta ingombrante dei genitori, che in futuro saranno seguiti da contravvenzioni e sgridate. Pensiamo agli amori della gioventù, a quanto era bello portare “in canna” la fidanzatina che si è amata come nessuna poi mai, affrontare insieme l’aria che si infrangeva fra i capelli e la vita che ci si mostrava per la prima volta nella sua compiuta bellezza. Pensiamo all’importanza di potersi muovere privi dei soldi per la benzina o per il biglietto della corriera senza la paura ansiosa di dimenticare o vedersi rubato un ignobile elmetto di plastica. Pensiamo a tutto questo, e anche ad altro. Pensiamo a quanto siamo stati fortunati a non appartenere alle generazioni che verranno dopo di noi, vittime innocenti della insensibile dittatura del codice della strada. E ci prende un’assurda nostalgia. Vorremmo gridare, berciare, vomitare qualche mala parola verso i responsabili della fine di tutto questo. Ma noi -uomini qualunque che non sappiamo cosa significhi qualunquismo e non ci importa punto nemmeno di saperlo- non lo faremo. Perché sarebbe cedere ai loro facili costumi. Sarebbe dargliela vinta.

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Ultime dal Mondo Piccolo, quello vero

Ultime notizie dal Mondo Piccolo.

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Farefuturo ha sepolto Guareschi

Non è per qualche fissa mentale che ci troviamo nuovamente fra i piedi Farefuturo: è solo che navigando in rete ci siamo imbattuti in questo pezzo di Filippo Rossi e lo abbiamo letto con calma e serenità. E abbiamo concluso il tutto con una bella risata.

Non è nemmeno nostra premura ribattere alle parole di Gaetano Quagliariello riportate nell’articolo in questione (parlare di “armate di Peppone” è troppo azzardato, significa non aver compreso la figura del Peppone di Giovannino o averlo fatto solo in parte), ma il Rossi è probabile che il Mondo Piccolo – quello vero – debba rileggerlo con la stessa calma con la quale abbiamo affrontato il suo affondo.

“Cosa c’entra l’Italia di oggi con quell’Italia del dopoguerra descritta teneramente da Guareschi?”, si domanda. Teneramente? Casomai ironicamente, modo ben diverso di raccontare un popolo ferito dalla guerra mondiale e dalla vendetta. Comunque, c’entra: perché quell’Italia esiste ancora, il dna rimane lo stesso e non si può cambiare. L’Italia che Guareschi ha raccontato non è solo quella delle vicende tra don Camillo e Peppone, ma è il paese dove la cecità della massa porta alla gogna mediatica, ai livori estremisti, al linciaggio pubblico, al pettegolezzo più infamante. Roba di stretta attualità, o almeno così ci pare.

I comunisti e i democristiani potranno anche non esistere più, ma in certi casi i dubbi restano. Rimangono d’altra parte i frutti di quel periodo, i genitori hanno partorito i figli. A quelli di Fare Futuro magari non pare, ma un certo odio che si respira contro Berlusconi e una certa presunzione contro chi vota per lui forse non è che la logica conseguenza del modus operandi di 50 anni fa.

E infine, la boiata pazzesca: quell’Italia “non esisteva realmente nemmeno allora”, “in quei paesi dove tanti don Camillo e altrettanti Peppone si confrontavano senza odio, all’insegna di quell’Italia popolana e popolare che voleva più il compromesso storico che la guerra civile”. Come no, infatti ci sono ancora cadaveri che ogni tanto riaffiorano dai campi che vengono arati ogni anno con il ritorno della bella stagione e orfani ormai anziani ai quali piacerebbe sapere che fine fecero i loro padri e le loro madri.

Caro Rossi, magari le conviene sfogliare veramente i libri di Guareschi, sarebbe bello ed istruttivo.

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