Archivi del mese: marzo 2009

Due modi di pensare per un unico discorso

Roma, 28 mar. (Adnkronos) – ”Un modello corporativista cristianosociale-fascista auspicato da Gianfranco Fini che propone l’adozione, dopo quella del 1927 di mussoliniana memoria, di una nuova Carta del Lavoro che sara’ ‘berlusconianfiniana”’. Lo afferma il senatore a vita, Francesco Cossiga, a proposito dell’intervento di Gianfranco Fini al congresso fondativo del Pdl.
Roma, 28 mar. (Adnkronos) – “I suoi dubbi sul testamento biologico sono i dubbi di molti. Dopo il perentorio richiamo e impegno di ieri da parte di Silvio Berlusconi a fare del PDL il partito della ‘rivoluzione liberale’, lo splendido intervento odierno di Fini ha declinato al futuro, anche quello non immediato, la prospettiva riformatrice del Pdl”. Lo afferma Benedetto Della Vedova, deputato del Pdl.

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I ragazzi di An: contageremo Forza Italia

I giovani di Alleanza nazionale non si fermano più: hanno combattuto le battaglie culturali e politiche ai tempi del Movimento sociale, piangendo per strada qualche compagno di avventura rimasto vittima del terrorismo politico; sono transitati dalle parti di Fiuggi nel 1995 per entrare con entusiasmo nel progetto di Alleanza nazionale firmato da Gianfranco Fin; una settimana fa si sono dati nuovamente appuntamento a Roma per salutare questa esperienza e consegnarla al futuro che avanza, il Popolo della libertà. Da questo fine settimana si ritroveranno a fianco dei giovani di Forza Italia, ma non come due realtà autonome, piuttosto come un unico corpo.
Loro, i ragazzi di Azione giovani, come stanno vivendo queste ore? Libero-news.it lo ha chiesto direttamente ad alcuni ragazzi militanti.

Fiorenzuola D’Arda sta in mezzo alla pianura padana, con le colline piacentine che sorgono alle sue spalle. E’ terra di rossi emiliani, dove essere di destra risulta un po’ difficile. Eppure Fabio Gnocchi, 25 anni, nel 2006 è finito per essere consigliere comunale grazie ad Alleanza nazionale che l’ha candidato. «Mi sono avvicinato alla politica grazie alle battaglie di Azione giovani», racconta. «Perché hanno ricordato cose che gli altri non facevano: le foibe, i soldati di Nassirya e i giovani di destra rimasti uccisi». Fabio, come gli altri, non ha paura perché se è anche vero «che in passato abbiamo avuto vedute diverse su certi temi, io non voglio guardare al passato, ma al futuro».
Da una provincia all’altra, non si cambia. Su nel Friuli, in quel di Pordenone, c’è Alberto Locatelli a guidare Azione giovani. Nemmeno lui vede con «particolare apprensione» il nuovo passaggio al quale è chiamato. Ed è una costante nelle risposte dei giovani militanti di destra. Entrare nel Pdl, d’altra parte, garantisce una maggiore visibilità, per quanto, sottolinea Alberto, «sia più facile vedere lo scontento che quelli contenti», riferendosi a qualche tuffo nel passato di chi non ha apprezzato l’ultima svolta del partito di Gianfranco Fini. Un Fini che ormai parla da uomo delle istituzioni, come qualche giorno fa, quando ha dichiarato che Mussolini, con gli occhi di oggi – quelli di presidente della Camera – non è più da considerarsi un grande statista.

I giovani del movimento non hanno paura: sapranno andare d’accordo con i colleghi e, promettono, sapranno prendere ciò che c’è di buono da loro e viceversa. Allora nessun rischio di imborghesimento? Assolutamente no, sono pure disposti a indossare qualche volta in più la giacca e la cravatta per andare ai convegni, «noi insegneremo ai ragazzi di Forza Italia a fare volantinaggio». «Tanto noi ci sentiremo comunque dei militanti, pronti a ritrovarsi per mettere su un gazebo o stare in mezzo alla gente, per le strade e nelle piazze», aggiunge Gianmario Mariniello, di Aversa, che considera il passaggio di questi giorni come «il compimento del progetto tatarelliano di un contenitore unico» contro la sinistra.

Il processo di fusione sarà comunque ancora un po’ lungo, occorrerà un anno prima che le cose vengano sistemate a livello organizzativo. Nel frattempo continuerà il processo di avvicinamento anche perché già tante cose sono state fatte insieme con gli azzurrini.

Eppure qualche dubbio rimane: Azione giovani ha alle spalle le battaglie per l’autodeterminazione dei popoli, le feste di Atreju, gli scherzi goliardici ai politici che salivano sul palco a Roma. I colleghi di Forza Italia come si sentiranno? «Non appena ci conosceranno, si innamoreranno delle nostre iniziative», risponde Augusta Montaruli, di Torino. D’altra parte, prosegue, «le nostre non sono battaglie che appartengono solo ad una classe politica, ma che sono patrimonio di un popolo».

Lavinia Prono, scesa da Milano a Roma per seguire i lavori congressuali, ha seguito con attenzione il discorso di oggi di Gianfranco Fini. Un discorso che ha levato di mezzo «qualsiasi dubbio e ha confermato che lui è il secondo leader del Pdl». Sul futuro del movimento giovanile, anche lei, non ha timori o paure perché «i movimenti giovanili da tempo lavorano assieme». Come a voler dire che, in fondo, il Popolo della libertà è nato, prima che tra i capi, tra i giovani.
Militanza, impegno e collaborazione: i giovani di An continuano a correre spediti, guardando avanti.

Dario Mazzocchi

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La nave va

«Se si ha paura, vuol dire che o non valgono nulla le idee in cui si crede o non vale nulla chi ha paura»: il lungo discorso con il quale Gianfranco Fini ha salutato Alleanza nazionale si riassume nella battuta finale che il presidente della Camera usa per fare un salto indietro nel tempo, alla “giovinezza” sua e dei suoi colleghi.

Due giorni di dibattiti, con un unico distinguo pronunciato a voce e non in silenzio – quello di Roberto Menia -, tanti abbracci e la promessa di non cambiare mai. Infine la lacrima che Fini non ha fatto mancare e che aveva annunciato nei giorni scorsi. D’altra parte, se non fosse scesa ci sarebbe stato di che preoccuparsi.

Un lungo intervento quello di Fini che ha spesso fatto riferimento al vero grande cambiamento di Alleanza nazionale datato 1995 con il congresso di Fiuggi. Un passaggio in avanti premiato oggi non solo dalla formazione del nuovo partito di centrodestra, ma anche dai ruoli ricoperti dai volti storici dell’ex Msi: Fini terza carica dello Stato, La Russa ministro della Difesa, Alemanno primo cittadino di Roma e tutti gli altri a ruota. Non poco davvero.

Berlusconi non è mancato, nel senso che a lui hanno fatto riferimento Altero Matteoli e Alemanno negli interventi precedenti a quello di Fini, il quale non si è fatto scappare da parte sua il nome del Cavaliere. Celebrato come l’uomo che ha saputo dare un nuovo slancio alla politica italiana, ma non come colui che ha sdoganato la destra con il endorsement per il socio bolognese quando correva alla carica di sindaco della capitale nel 1993. 

Fini ha guardato avanti con fare moderatamente distaccato, elencando i principi per i quali deve battersi il Popolo della libertà e non mancando di fare riferimento alle polemiche degli ultimi giorni sulla materia sicurezza.  Ed è giusto così, perché aveva annunciato anche questo durante il pranzo di lavoro con i colonnelli di venerdì: non saremo dei signorsì.

Alleanza nazionale saluta la politica italiana, entrando nel Partito popolare europeo, punto delicato per il suo leader che ha più volte rimarcato anche questo passaggio che ormai si sta per compiere nell’Unione. Un’occasione per attaccare il Partito democratico, convinto che “potesse esistere una terza via” tra il Pse e il Ppe e che ora si trova a fare i conti con idee che non sono al passo con i tempi.

A destra, invece, la nave va.

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Si chiude il sipario

Arriva la primavera e Alleanza nazionale si dà appuntamento a Roma per celebrare la sua fine. Ma nessun de profundis, il fatto che An entri nel Popolo della libertà è soltanto la logica conseguenza di un lungo percorso.

Fini ha detto ai suoi che non saranno una corrente nella nuova formazione, ormai prossima a nascere ufficialmente. An non muore, semplicemente si trasforma e il suo aiuto nel Pdl sarà fondamentale, sempre che le teste si mettano a ragionare seriamente, perché non si sa mai con la classe politica italiana.

Forza Italia è un non partito, non si misura al suo interno con diverse posizioni perché alla fine, quello che conta, è Silvio Berlusconi che mette a posto le cose e che fa circolare l’aria. An viene da una lunga tradizione, ha dovuto superare una lunga fase della nostra politica, ha saputo scrollarsi di dosso il marchio del fascismo. E non è un caso che, in queste settimane che hanno preceduto il congresso del fine settimana, sia tornata ad emergere l’identità di questo partito. Talvolta con troppi accenni ad un passato che non può tornare – leggi i video di Giorgio Almirante su internet -, ma dovuti alla semplice convinzione che An non è Forza Italia e il travaglio è più doloroso.

Gianfranco Fini, l’ideatore di questo vagare, parlerà domenica e solo allora si avranno chiari anche gli ultimi dubbi. Ultimamente tira le orecchie al governo che è un piacere, ma deve essere ormai una sorta di virus che colpisce chi va a fare il presidente della Camera. Tant’è, non è presumibile attendersi qualche colpo di scena.

Alleanza nazionale dovrebbe portare un po’ di organizzazione, di senso di appartenenza che vada al di là delle tessere e delle cariche, elementi che spesso tra gli azzurri berluscones hanno sottolineato i limiti del partito del Cavaliere. Bisognerà scendere a patti, non c’è dubbio.

Ma il sipario, volenti o no, si chiude. E senza troppi clamori, scompare la fiamma, che ci ricordiamo bene essere stata al centro nel solo del simbolo prima del Movimento sociale e poi di An, ma di lunghi – ed inutili – dibattiti.

Ciò che è stato, è stato. Ora è il momento di mettersi al passo con i tempi, con buona pace dei nostalgici che non hanno trovato il coraggio di abbandonare la barca prima che entrasse in porto.

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Last edition

Il Seattle Post – Intelligencer chiude il cartaceo. Verrà pubblicato solo on line.

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Una stramaledetta massa di giornalai

Il titolare di questo blog – che ormai arranca con visite quotidiane in costante diminuzione – sa che si è rovinato la vita tempo fa: poteva fare l’agricoltore o seguire le orme paterne nel commercio, si è messo a fare il giornalista. Pratica, nel senso che è praticante presso la prima scuola di giornalismo in Italia (nel senso che è nata per prima tra tutte, ora l’ordine ha deciso di chiuderla, dal momento che vanno premiati i master universitari e non le scuole professionali), e si permette il lusso di scrivere su Libero. Ha la vita segnata, perché si sa come è messo il mondo.
Gli sono venuti a dire che occorre multimedialità (e lui concorda), che il giornalismo va innovato (e lui concorda), che vanno cambiate le regole (e lui in parte concorda) e che forse era il caso di mettersi a fare dell’altro. E lui concorda, però farebbe alla fine la stessa scelta.
Non crede che il giornalismo possa cambiare il mondo, se così fosse si metterebbe a fare seriamente dell’altro perché sa come viene fatto il giornalismo e nutrirebbe serie preoccupazioni sul destino del genere umano. Una grande lezione l’ha ricevuto questa estate mentre fumava una sigaretta: “Se la gente sapesse come si fa un giornale, non lo comprerebbe mai”, sentenzia un collega (il nome non lo faccio) e lui concorda appieno. Lo stesso dicasi per qualsiasi altro organo di informazione. Oddio, il titolare di questo blog non sa come si faccia un telegiornale o un radiogiornale (per quanto a volte abbia condotto il radiogiornale della scuola), ma è certo che è così. Tutto il mondo è paese. E il giornalismo un paese come tanti altri.
Però il titolare di questo blog – che ormai arranca con visite quotidiane in costante diminuzione – ha la testa dura e così si è messo in testa di programmare senza un calendario alla mano una serie di post che affrontino l’argomento, che diano libero sfogo alla sua incavolatura davanti alle scelte che i potenti di questo mestiere, quello giornalistico e si badi bene che ha utilizzato la parola mestiere non a caso, prendono ogni giorno ribadendo che “sì, il giornalismo italiano deve cambiare”, ma poi a leggere le prime pagine del giorno dopo si scopre che è tutto terribilmente come prima.
Sarà la volta buona che questo blog avrà zero visite da collezionare. Ciò nonostante, auspica un serio e civile dibattito.

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Chuck for Texas

Chuck Norris è il Texas: burbero, pragmatico e sceriffo. O meglio, Chuck Norris è il Texas Ranger per eccellenza, quello che ogni sera compare sulle televisioni italiane (su Rete 4, ad essere precisi) con quella barba che fa da contorno all’espressione che è tutto un programma. Chuck Norris ama il suo Paese, è un conservatore duro e puro che, durante le primarie repubblicane per scegliere quello che poi sarebbe diventato il rivale di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, aveva preferito a tutti Mike Huckabee, governatore del Kansas. Uno che di mestiere fa pure il pastore battista nel Sud della nazione a stelle e strisce. E anche questo è tutto un programma.
Settimana scorsa Norris era ospite di una delle trasmissioni più seguite in Texas, il “Glenn Beck’s radio show” dove si parlava di governo, Stati Uniti e, ovviamente, di Texas. Tema centrale del dibattito erano i confini del governo, perché in America sono tutti (o quasi) convinti che meno Stato c’è, meglio si sta. Che lo Stato deve proteggere i cittadini e non infilarsi maleducatamente nelle loro vite. Che, come disse Patrick Henry, giovane protagonista della Rivoluzione americana, “la costituzione è uno strumento per la sua gente per trattenere il governo”. Purtroppo, a detta dei due, le cose sono cambiate, ma la nazione saprà risollevarsi e da dove partirà questo sussulto di gloria? Dal Texas, da dove altro poteva partire?
Texas, arrivo! – Così Chuck, mentre assentiva all’affermazione di Glenn Becks, si è lasciato scappare pure un “potrei pure candidarmi per la presidenza del Texas”. Poteva essere un’affermazione istintiva, in realtà il Texas Ranger non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro e lo scrive sul WorldNetDaily, un giornale on line di orientamento conservatore che ama definirsi un “free press for free people”. Norris è uno degli editorialisti e ha sfruttato la sua posizione per ammettere che crede davvero in quanto affermato alla radio. Nell’articolo passa in rassegna le frasi dei padri che hanno scritto la costituzione, sottolineando i peccati nei quali è caduto il governo di Obama: come quegli aiuti dall’ammontare di 900 milioni, appartenenti agli americani che hanno pagato le tasse, ed ora destinati alla Striscia di Gaza, “controllata da Hamas. Oppure le strategie che forniscono maggiore potere ai partiti e non ai cittadini, con la mani bucate in materia di spesa pubblica. O, peggio ancora, la reinterpretazione della storia religiosa americana, con una società talmente secolarizzata da non riconoscere più se stessa.
L’avvertimento ai politicanti di Washington – Norris mette in guarda il governo di Washington parlando di seconda Rivoluzione americana, perché “we the people”, noi i cittadini abbiamo la Dichiarazione di indipendenza dalla nostra parte. E allora via alla celebrazione del ricordo della 173esima commemorazione della battaglia di Alamo, combattuta da texani e messicani il 6 marzo 1863: gli uomini comandati dal colonnello William B. Travis furono battuti dall’esercito del Messico, ma combatterono fino alla morte contro gli oltre 2.000 soldati del generale Santa Anna. Caddero 189 patrioti contro 1.600 invasori, dopo due settimane di assedio. Persero la battaglia, ma diedero l’ispirazione per vincere la guerra, commenta Norris. Che così avverte i politicanti di Washington: state attenti, perché se pensate che ormai l’animo della costituzione è morta, allora ricordate Alamo. Chissà se a Obama verranno i capelli bianchi per la paura.

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