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Natale a casa Guareschi

Ci vuole dello spudorato coraggio a cominciare una favola con «C’era una volta un prigioniero… No: c’era una volta un bambino… Meglio ancora: c’era una volta una Poesia… Anzi, facciamo così: c’era una volta un bambino che aveva il papà prigioniero». Giovannino Guareschi ne aveva, tanto da convincersi che «non muoio nemmeno se mi ammazzano» mentre trascorreva lunghi anni dietro il filo spinato dei campi di prigionia nazisti: ci finì dopo l’8 settembre 1943, come Internato militare italiano, tra Germania e Polonia.

Un’esperienza raccontata nel “Diario clandestino”, dove l’autore parmense insegna a rimanere umani nel bel mezzo di una tragedia dalla quale in molti non fecero ritorno. «Non abbiamo vissuto come i bruti – scrive GG -. Non ci siamo richiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, con un passato e un avvenire».

E nel dicembre del 1944 la sua mente ha elaborato “La favola di Natale”. È notte buia, il mondo è pieno di gentaglia, le città fanno i conti con le bombe, ma il piccolo Albertino affronta il pericolo e va a fare visita al padre lontano, prigioniero chissà dove perché c’è una poesia di Natale da recitare. È accompagnato dal cane Flik e della nonna che ha avuto la stessa idea. In mezzo ad un bosco inondato dalla magia, incontra il babbo, riuscito a scappare con un sogno dalle sentinelle di guardia. La favola diventerà un libro l’anno successivo.

(continua su NotaPolitica)

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In origine doveva essere un melo

Pensare alle tante volte in cui ci dicevano che il presepe era cristiano, mentre l’albero un’importazione illecita o meno del paganesimo. Forse perché il Natale cade nel giorno che nell’antica Roma era dedicato al “Solis invictus”, il dio sole e allora un po’ di confusione nella tradizione ci può anche stare. Ma a quanto pare non è del tutto vero perché anche l’albero di Natale è un simbolo della cristianità, nato dal collegamento fra redenzione e creazione, un binomio che a lungo ha accomunato la festa della nascita di Gesù, venuto al mondo per redimere il peccato originale.

C’è un libretto molto interessante intitolato “L’origine della festa del Natale” ed è firmato da Oscar Cullmann, professore universitario nato nel 1902 a Strasburgo e vincitore nel 1993 del Premio Internazionale Paolo VI per l’ecumenismo, che aiuta a capire meglio il significato dell’albero sotto il quale mettere i regali per le festività. Anzitutto, non ha un’origine antichissima: all’incirca ha poco più di 400 anni o comunque non oltre il Medioevo quando si tenevano delle rappresentazioni durante le quali, alla vigilia del Natale, si metteva in scena la storia del peccato originale in Paradiso. Nei calendari antichi al 24 dicembre venivano infatti abbinati i nomi di Adamo ed Eva. Tant’è che in Renania, regione della Germania, durante lo spettacolo comparivano anche il diavolo e un albero, quello del frutto del peccato. Nella Bibbia non viene indicata esattamente la sua specie e allora veniva identificato con le piante locali, a seconda delle zone. In Renania si trattava di un melo, ma è un’impresa impossibile trovarne uno in fiore in pieno inverno e allora la scelta ricadeva sul sempreverde abete.

Questo tipo di rappresentazione ha dato all’albero di Natale il suo significato cristiano: nella Santa Notte il peccato dell’uomo è stato espiato per mezzo dell’incarnazione di Cristo.

Non è quindi un caso che l’abete venisse decorato per l’occasione con delle mele (il frutto del peccato) accompagnate dalle ostie, il corpo del redentore. Da una parte la mela che ha condotto l’uomo alla morte, dall’altra l’ostia, il pane che significa vita.

Proseguendo nel tempo, risale all’incirca al 1605 una testimonianza che giunge proprio da Strasburgo dove sui rami comparivano delle rose, altri antichi simboli del Natale: “Un germoglio spunterà del tronco di Iesse, / un virgulto germoglierà dalle sue radici” si legge infatti nell’Antico Testamento, Isaia 11, 1.

Luci, stelle, addobbi e quant’altro: così oggi ce lo immaginiamo un albero di Natale che si rispetti, ma il mistero in parte svelato che accompagna la sua nascita trova altri interessanti elementi, sempre dal Medioevo (hanno voglia a definirlo “Secolo buio” certi benpensanti, non sanno che si perdono).

A quell’epoca il periodo del solstizio d’inverno (21 dicembre) veniva celebrato appendendo dove possibile ogni genere di rami o ramoscelli, usanza adottata anche a Capodanno o a San Nicola, il 9 dicembre. Chissà se i bambini sanno che è Sancta Claus il vero e unico Babbo Natale?

Tornando ai rami di albero che servivano da decorazioni, spesso erano quelli di betulle e querce, ma soprattutto di abeti, il cui verde perenne simboleggia l’immortalità: «Mentre normalmente la natura si risveglia solo in primavera, in questo caso essa riprende vita nel momento più cupo dell’anno, “nel mezzo del freddo inverno”, “non solo nella stagione estiva”», scrive Cullmann nel suo libro.

Capita così di scoprire cose nuove dal sapore fortemente natalizio, molto più delle pubblicità che compaiono in televisione o sui giornali quasi un mese prima dell’atteso giorno. Molto meglio arrivarci con calma, senza frenesia e concedendosi un po’ di fantasia guardando un albero illuminato.

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Epifania

Ci concediamo non tanto una licenza poetica, non ne saremmo capaci, quanto semplicemente una licenza. Arriva così l’Epifania, che oggi ci raccontano essere solo la ricorrenza che tutte le feste si porta via. Certa gente dovrebbe ricordarsi almeno qualche istante passato sui libri di greco, alle prese con versioni che non avevano né capo né coda e che nemmeno il Rocci sapeva svelare. L’Epifania è la data della Manifestazione o, meglio ancora, della Rivelazione. Per via del verbo ἐπιφάινω, tradotto “appaio”.

Alza gli occhi intorno e guarda: / tutti costoro si sono radunati, vengono a te. / I tuoi figli vengono da lontano, / le tue figlie sono portate in braccio.

E’ quanto si legge in Isaia giusto per l’occasione. Ai tanti filosofi che si ostinano a descrivere il Cristianesimo come il meccanismo diabolico che rende la gente bigotta, basterebbe ripetere questi versi nei quali viene detto ad ognuno di noi, per interposta persona, di levare lo sguardo e dare un’occhiata attorno a noi. Mica di proseguire come i muli, destinati a lavorare a cottimo. L’uomo, per come la si possa pensare, ha un’anima che non è quella che, in occasione del Natale, si commuove per le luci che arrivano a dipingere di rosa Porta Venezia in quel di Milano. La conferma ci arriva dalla solennità dell’Epifania, con tre saggi, i Magi, che si mettono a percorre chilometri affidandosi al mistero di una stella: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo”, domandano ad Erode, così ignorante da essere geloso di un pischello nato in una mangiatoia.

Ci raccontano che dal 7 di gennaio si torna tutti al lavoro e al rompimento di scatole di ogni sacrosanto giorno. Per fortuna, perché non si può passare una vita a poltrire. Ma nell’Italia che nel primo articolo della sua costituzione innalza il lavoro a fondamento della repubblica democratica, finiamo per odiarlo il ritorno al lavoro. E un motivo ci sarà. Come questo blog ricorda a lato aiutandosi con una frase di Cormac McCarthy, “ci sono due cose che contano veramente nella vita di un uomo: trova un lavoro che ti piace e trova qualcuno da amare con cui dividere la tua esistenza. In pochissimi riescono ad ottenere entrambe le cose”. Non compromette il fatto che l’individuo abbia il dovere di sentirsi soddisfatto anche se non riesce ad ottenere il meglio.

Il 6 gennaio, il pischello della mangiatoia si leva il manto che lo avvolge e si presenta per quello che è, si rivela per essere uno come noi, “fatto uomo”, per darci delle dritte su come stare a questo mondo. Non viene a reclutare eserciti e a promettere ciò che non può garantire (tipo le vergini in paradiso? Perché mai, quando sono sulla terra per permettere all’uomo di continuare a vivere?). Con l’Epifania attacca un nuovo anno, tanto che in alcuni luoghi anche d’Italia, si accendono fuochi augurali. Ad esempio, si dà fuoco alla strega (finta, prima che qualcuno torni a tirare in ballo certe brutte storie per vis polemica), messa in cima ad un falò, con l’augurio che l’inverno se ne vada presto e torni la primavera. Nulla è un caso.

Godiamocelo, questo ultimo giorno che per legge ci spetta di vacanza. Dal 7 gennaio torneremo ad essere una repubblica fondata sul lavoro, si spegneranno le luci, verranno disfatti i presepi e in televisione non manderanno più in onda i jingle con le renne e Babbo Natale. E torneremo ad essere i soliti di sempre, in attesa di un altro ponte per le ferie.

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Buon Natale, gente

Qui si amano le tradizioni. Anche robe del tipo “Last Christmas I gave you my heart”, pezzi così non ne fanno più. Ma stavolta si prova ad essere seri. E così, in vista del Natale, oltre a fare gli auguri a chi bazzica per questo blog, ci affidiamo nuovamente alle tradizioni. Ad esempio, consigliando la lettura (o l’acquisto) della “Favola di Natale” che Giovannino Guareschi riuscì a pensare mentre se ne stava in un campo di concentramento tedesco. E ce ne vuole per lasciare un sorriso quando si ha a che fare con il filo spinato.

E poi il messaggio che vorremmo trasmettere un po’ a tutti: che il Natale è il Natale, un giorno che nella storia umana e della sua civiltà vuol dire tanto. Quando in giro si sentono certe frasi che fanno rivoltare nelle tombe i nostri antenati, va spesa la fatica di riscoprire cose che riconciliano con un mondo ai quali molti non vogliono guardare più. Dunque, come tradizione comanda, ripubblichiamo un pezzo del Socio, scritto due anni e che già l’anno scorso, di questi tempi, avevamo riproposto. Detto questo: buon Natale, folks!

Rigenerando, Abr

I beoti (al 50% “cog**oni”, non dimenticarlo mai) si affrettano e s’adoprano onde concluder l’opra delle Feste dei regali e dei Cenoni, affannati per sentirsi parte del rito vano e consumistico dalle vaghe ascendenze religiose. L’attivita’ e’ caratterizzante del Neo Proletariato del Nuovo Millennio: non piu’ Classe bensi’ “Il Consumatore”.
I nuovi Titolari (di Carte di debito come di Diritti e quindi di “tutela” statalista) sono definiti al singolare: una accozzaglia di individui beceri ignoranti e disinformati, monadi sconnesse, piene di risentimento, un tutti contro tutti; ansiosi stressati e infelici quindi aggressivi, privi di identita’ in cui riconoscersi al di sopra dell’Individuo solitario e al massimo del micronucleo familiare.
L’Uomo infatti e’ in primis un nodo di relazioni, prima ancora che individuo; quando rimane solo con la sua pancia e cervello e’ come la scimmia di un girovago: intento a ripetere senza posa lo stesso esercizio privo di senso per un tozzo di pane.
In un Paese dove (dice pare sembra) meta’ degli studenti medi non sa spiegare come mai il giorno segue la notte che a sua volta rimpiazza il giorno, cosa vuoi parlare del Solstizio d’Inverno? Ben che vada, i Pasdaran della mucillagine, quelli che han capito tutto, ti daranno del superstizioso, del tradizionalista, del mistico celtico-evoliano.

Eppure il Solstizio era un Evento che assumeva un valore simbolico in pressocche’ tutte le svariate forme assunte dalla Cultura Umana nell’Emisfero Boreale, liberando quindi il campo da integralismi e settarismi d’ogni tipo.
Nel giorno del Solstizio d’Inverno (21 o 22 dicembre) il Sole, nel suo moto annuo lungo l’eclittica – il cerchio sulla sfera celeste che corrisponde al percorso apparente del Sole nell’anno – viene a trovarsi alla sua minima declinazione e culmina a mezzogiorno alla sua altezza minima: la luce del giorno registra la sua durata minima nell’anno, a quell’ora il sole è allo Zenit lungo il Tropico del Capricorno nell’Emisfero Australe.
Da quel momento di minimo la durata del di’ riprende giorno dopo giorno il suo cammino espansivo, dapprima impercettibilmente poi sempre piu’ sensibilmente. Dall’antichita’ gia’ il fatto che l’avanzare spaventoso della notte si fermasse segnava la Svolta: la Luce riprende a guadagnare spazio, rinnovando il Mondo e la Speranza.
Quell’Evento era celebrato dai nostri antenati gia’ in epoca preistorica e protostorica, ad esempio presso le costruzioni megalitiche di Stonehenge in Inghilterra, di Newgrange, Knowth e Dowth in Irlanda o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan in Iran e della Val Camonica.
Tale evento ispirò successivamente il “frammento 66” dell’opera di Eraclito (560/480 a.C), fu allegoricamente cantato da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide). Quel fenomeno era atteso e magnificato da tutte le popolazioni indoeuropee: i Gallo-Celti (“Alban Arthuan”: rinascita del dio Sole), i Germani, i misteriosi Wends-Veneticos ancora piu’ a est lungo la Via dell’Ambra tra mar Valticus e golfo di Venetia, i loro affini Wndals e gli abitanti di Vinlandia nel nord.
Intorno alla data del Solstizio d’Inverno quasi molti popoli hanno celebrato la nascita di loro esseri soprannaturali: in Egitto si festeggiava la nascita del dio Horus e si credeva che suo padre Osiride fosse nato nello stesso periodo; nel Messico pre-colombiano nasceva il dio Quetzalcoath e l’azteco Huitzilopochtli, Bacab nello Yucatan.
Il dio Bacco in Grecia nonché Ercole e Adone o Adonis, il dio Freyr figlio di Odino e di Freya era festeggiato dalle genti del Nord; Zaratustra in Azerbaigian, Buddha in Oriente, Krishna in India, Scing-Shin in Cina. In Persia si celebrava il dio guerriero Mithra detto il Salvatore e a Babilonia vedeva la luce il dio Tammuz, “Unico Figlio” della dea Istar, rappresentata col figlio divino fra le braccia e con un’aureola di dodici stelle intorno al capo.
Nella Romanità si celebrava solennemente la rinascita del Sole, il Dies Natalis Solis Invicti, in una data compresa tra il 21 e il 25 dicembre; era inclusa all’interno di un più vasto ciclo di festività che i Romani chiamavano Saturnalia, dedicate a Saturno Dio dell’Età dell’Oro. A partire dal 217 a .C. queste si prolungavano dal 17 al 25 Dicembre e finivano con le Larentalia, la festa dei Lari, le divinità tutelari incaricate di proteggere i raccolti, le strade, le città, la famiglia.
Il mito narra che anticamente regnasse il misterioso dio italico Giano, l’antica divinità dalle “due facce”, “dio del tempo” e, specificamente, “dell’anno”, il cui tempietto in Roma consisteva in un corridoio con due porte, chiuse in tempo di pace e aperte in tempo di guerra.
Sulla base della sua ancestrale accezione il Gi-anus designa “l’andare” e più particolarmente la “fase iniziale del camminare” e del “mettersi in marcia”: la divinita’ regolava e coordinava l’inizio del nuovo anno, da cui Ianuarius, il mese di Gennaio. Poi dal mare giunse Saturno, che potrebbe essere inteso come la manifestazione divina del Grande Ritorno che ricrea il cosmo a ogni ciclo, colui che attraversa la notte del caos successivo alla dissoluzione per approdare alla nuova sponda, alla luce del nuovo creato. Giano e’ il corridoio lineare del progresso del tempo (annuale), Saturno la ciclica catastrofe caotica e rigeneratrice che ripiega il tempo su se’ stesso e dalla morte genera la vita. Vi è una analogia fra Saturno e il vedico Satyavrata, testimoniata dalla comune radice sat che in sanscrito significa l’Uno.
Quando la notte diviene padrona e il buio totale, è necessario mantenere accesa la fiamma della Fede, che con l’alba diverrà trionfante.
Significativo è il passo evangelico in cui Giovanni Battista, nato nel giorno del Solstizio d’estate, rivolgendosi a Gesù nato nel Solstizio d’Inverno, si pronunci in tal modo: “Bisogna che egli cresca e che io diminuisca”. Parimenti è la rappresentazione classica del dio iranico Mithra, raffigurato mentre uccide un toro con due dadofori ai suoi fianchi che simboleggiano il corso del Sole: Cautes con la torcia verso l’alto (21 Giugno) e Cautopates con la torcia verso il basso (21 Dicembre).
E’ il simbolismo tradizionale delle porte solstiziali che corrispondono rispettivamente all’entrata e all’uscita dalla Caverna Cosmica: la prima porta, quella “degli uomini”, corrisponde al Solstizio d’Estate, cioè all’entrata del Sole nel segno zodiacale del Cancro, la seconda, quella “degli dei”, al Solstizio d’Inverno, cioè all’entrata del Sole nel segno zodiacale del Capricorno.
La rigenerazione cosmica è sempre concepita con la discesa e con l’aiuto di un avatar (guida), di cui il Cristo Redentore è l’ultimo e più splendente esempio:”Il Sole ritorna sempre, e con lui la vita. Soffia sulla brace ed il fuoco rinascerà”.

Tutto cio’ non e’ mistica sincretista o tradizionalista, e’ mera indicazione per sommissimi capi di come le Culture dell’Umanita’ travalichino il tempo e lo spazio (e i limiti dell’Individuo) e possiedano un consistente minimo comun denominatore. Se Dio e’ Colui che E’ atemporalmente, a nostra volta e a Sua immagine noi siamo mille anni prima di nascere e conseguiamo esperienze per mezzo dei nostri Avi. Le ritroveremo nostre, trasferite nel nostro patrimonio (genetico), attraverso sequenze intrecciate fatte di cesure e continuita’, susseguimenti continui e indistinguibili di Cambiamento e Ritorno.
Neppure il Cristianesimo nasce from scratch: si innesta si sviluppa e trae frutti e significati (signum fero: porto simboli) dalle tradizioni preesistenti (la Bibbia e molto, molto di piu’). Perche’ nulla che divenga parte della Identita’ si cala semplicemente dall’alto, con buona pace del termine “Rivelazione”.
Il Natale e’ questo, all’interno della (languente) Identita’ del mio Popolo: per chi Crede e’ la Nascita, per chi non, la Rinascita.
Ovviamente oltre ai due gruppi citati ci sono anche “the others”: moderni, individualisti, fanno parte della crescente schiera a-identitaria del “Consumatore”; novelli ebrei disuniti con Hitler in arrivo, sono destinati a fare una gran brutta fine, accerchiati e stritolati dalla Triade Sinistra: lavoro (“L’Italia e’ una repubblica fondata sull’Arbeit macht frei”) , riduzione delle nascite, immigrazione. La Creazione dell’Homo Novus Omogeneizzatus et Pacifintus: mucillaggine.

Buona Consapevolezza e Rigenerazione per tramite del Solstizio e Buon Natale a tutti – Santo o meno secondo fedi e pratiche (queste si) individuali.

(dati sulle tradizioni e usanze antiche tratti da un articolo Luca Valentini).

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Buon Natale

Poche parole, ma tanti auguri. Tanti auguri di buon Natale: da queste parti il politically correct è fuori luogo, noi celebriamo la Nascita con stelle e presepi, alberi e preghiere.

Domani è giorno di Vigilia. E la Vigilia, per il sottoscritto, è il giorno più bello. E’ l’attesa che si fa realtà. Per questo auguro a tutti voi di trascorrerla con le persone che volete avere al vostro fianco. Io, da parte mia, la trascorrerà con una persona meravigliosa.

Se poi volete gettarvi nell’ultima profonda lettura di un giorno che non è come tutti gli altri, vi conviene passare dalle parti del mio socio.

Un semplice ricordo con questo video tratto dalla serie “The West Wing”, allora firmata dall’abile Aaron Sorkin. Celebrazione della vita, sia da vivi che da morti.

Buon Natale.

Come they told me, pa rum pum pum pum 
A new born King to see, pa rum pum pum pum 
Our finest gifts we bring, pa rum pum pum pum 
To lay before the King, pa rum pum pum pum, 
rum pum pum pum, rum pum pum pum, 

So to honor Him, pa rum pum pum pum, 
When we come. 

Little Baby, pa rum pum pum pum 
I am a poor boy too, pa rum pum pum pum 
I have no gift to bring, pa rum pum pum pum 
That’s fit to give the King, pa rum pum pum pum, 
rum pum pum pum, rum pum pum pum, 

Shall I play for you, pa rum pum pum pum, 
On my drum? 

Mary nodded, pa rum pum pum pum 
The ox and lamb kept time, pa rum pum pum pum 
I played my drum for Him, pa rum pum pum pum 
I played my best for Him, pa rum pum pum pum, 
rum pum pum pum, rum pum pum pum, 

Then He smiled at me, pa rum pum pum pum 
Me and my drum. 

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