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Pirelloni e lagunari

A Roma non presentano le liste del Popolo della libertà in tempo, ma fosse solo quello il problema… In Lombardia, per esempio, il centrodestra è ormai noto ricandida come governatore Roberto Formigoni, il cui primo mandato ebbe inizio il 23 aprile 1995. Quindi anni da presidente della Regione, con buona pace della legga che indica in 2 il numero massimo di mandati alla carica in questione. Ma non è tanto per questo: è che poi ai comizi parlano di “nuova classe dirigente”; dicono che “occorrono giovani”; che servono “volti nuovi”; perché la Lombardia “è il cuore dell’economia italiana, dell’imprenditorialità, del commercio” etc. etc.

A Venezia, invece, Renato Brunetta è candidato sindaco. Ma qualora dovesse vincere non mollerà il posto da ministro anche perché, a detta sua, il comune lagunare “risparmierà novemila euro al mese, farò il sindaco gratis, lo Stato mi paga già da ministro”. Ecco: lo Stato è il contribuente, o no? Quindi se è pagato dai contribuenti per fare il ministro, perché si mette a fare il candidato sindaco a Venezia? Va da sé che ha tutto il diritto di diventare primo cittadino in laguna, ma se vuole fare il sindaco, perché poi fa pure il ministro?

Insomma, non sono mica a Roma tutti i problemi del Pdl.

Update: Lombardia, non ammessa la lista Formigoni

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Brunetta faccia un favore ai giovani: stia zitto

Evidentemente, la domenica il ministro Brunetta non sa che fare. Così una settimana fa era dell’idea che occorra una legge per obbligare i giovani ad andarsene di casa a 18 anni, quando ancora si va a scuola. E’ invece di oggi la controffensiva: trovare le risorse anti-bamboccioni dalle pensioni di anzianità, garantendo un “premio” di 500 euro ai ragazzi perché possano uscire dalla chioccia dei genitori.

“L’Italia è piena di giovani perbene, che rischiano e che vogliono la libertà. La colpa, se hanno la libertà tarpata, è nostra, dei loro genitori”, ha commentato il ministro socialista. Parli per lui, rispondiamo da queste parti dove ci consideriamo se non perbene, ma almeno dei giovani tranquilli ed educati, disposti a fare sacrifici come hanno avuto modo di constatare la gente per la quale abbiamo lavorato. Poi non siamo stati premiati, ma questo è il sistema Italia e questo dovrebbe essere il vero sistema contro il quale Brunetta dovrebbe puntare il dito. Altro che 500 euro, fatica a campare chi ne guadagna mille.

Non i genitori di quelli come noi che ci vorrebbe davvero sistemati, con una vita tutta nostra e magari pure con famiglia al seguito. Sarebbero grandi soddisfazioni. Per ora ci limitiamo a sperare che Brunetta faccia un grande favore a tutti noi: stia zitto.

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Tutti concordi, purtroppo

Renato Brunetta rivela a Fausto Carioti, in un’intervista per Libero, che la costituzione andrebbe rivista dall’inizio, non solo nella sua seconda parte. Ma da entrambi gli schieramenti si leva il coro del “no, questo non si può proprio fare”. Pure il leghista Calderoli fa il modesto: «Io non sono un entusiasta dell’art. 1 della costituzione, ma esso fa parte della nostra storia e penso che se si vogliono fare le riforme adesso bisogna limitarsi a cambiare la seconda parte della costituzione». Un bell’inno a quella melassa che Umberto Bossi aveva dimostrato di non gradire.

Brunetta, d’altronde, ha ragione e quindi sarebbe impensabile che la retorica italiana se ne rimanesse quieta. Il primo articolo della nostra Carta fa tremare i polsi. “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”: solitamente – nell’epoca contemporanea – repubblica è di per sé sinonimo di democrazia, eppure i legislatori dell’Assemblea costituente ci aggiunsero quel “democratica” che finisce per confondersi con la sigla dell’ex Germania dell’Est, non proprio un esempio di democrazia. E poi ci sarebbe il resto dell’articolo incriminato a dover sottolineare il tratto democratico del nostro sistema, dal momento che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione”. In realtà il tutto ha il sapore dell’imposizione dall’alto e non delle fondamenta del passo, della cura palliativa, tanto che i governi di casa nostra non amministrano la res publica in nome di chi li ha chiamati a rappresentarli, ma la determinano.

Non a caso, all’italiano – suddito e non cittadino, contribuente e non utente – spetta il lavoro, non la dignità della persona. Un sistema di diritto, doveri e istituzioni “fondato sul lavoro” pare estrapolato apposta da qualche saggio socialcomunista per cui l'”arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi – sì, come si leggeva all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz. Paradossalmente, l’Italia garantisce tutto eccetto il lavoro che non c’è: non per colpa della crisi, ma del nostro sistema economico compresso da ordini professionali, authority e burocrazie che azzoppano la concorrenza e l’iniziativa personale, nonché privata. E dove i sindacati, oggi, in larga parte tutelano gli interessi dei pensionati e non dei lavoratori.

Brunetta ha quindi ragione, ma purtroppo sono tutti d’accordo contro di lui.

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Mini, ma altamente incazzato

Renato Brunetta, ministro per la Funzione pubblica, è molto dispiaciuto: Furio Colombo lo ha definito “mini-ministro” e il professore veneto ha subito alzato la voce ai microfoni di Radio Radicale: mi dispiace molto perché vedo del razzismo in Furio Colombo. Sono disposto a discutere con lui di economia e di politica, se però si comporta come un razzista devo dire che non ho tempo per contrastare il razzismo di questo tipo. E non si è fermato qui: le sue origini razziali potrebbero far dire molte cose, ma io amo gli ebrei.

Che Brunetta fosse un sanguigno lo si sapeva, che Colombo a volta fosse un po’ pirla pure.

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Scontati

Questa mattina sono venuto a conoscenza di un fatto interessante – per il semplice motivo che me lo ero lasciato scappare. Renato Brunetta, professore universitario nonché deputato del Pdl nonché europarlamentare per Forza Italia, se l’è presa con quelli di Libero per l’inchiesta sui “papponi di stato”, pubblicata qualche tempo fa dal quotidiano di Feltri ed ora ripresa in un libro venduto come allegato. Lo ha fatto durante una puntata di Porta a porta dove erano presenti Andrea Scaglia e Roberto Poletti, autori dell’inchiesta. La cosa deve aver dato un po’ di fastidio a Feltri che oggi lo ha con grazia mandato a quel paese dalle pagine dello stesso giornale sul quale il Brunetta, almeno un tempo, scriveva.

Il sottoscritto ha avuto pure lui il suo momento di gloria ribattendo ad un intervento del professore, in quel di Verona lo scorso gennaio, dopo una parentesi aperta dall’economista veneto sulla politica agricola comunitaria. Da bravo professore universitario qual è, ovviamente Brunetta pretendeva di essere nel giusto. I fatti, tra qualche anno, daranno ragione ad uno dei due.

Per uno che se la prende con un quotidiano in particolare, un altro che ce l’ha a morte con l’intero Ordine dei giornalisti. Diritto sacrosanto, non ci piove. Ma leggendo per la prima volta il blog del Beppe, ecco che rimango un po’ spiazzato: fascismo? Nella stampa italiana? Porca vacca, in tutto questo tempo non me ne ero accorto. Forse è il caso che mi metta seriamente a leggere i giornali di qui, a scovare in Corsera, Repubblica, Stampa e magari pure nella Gazza rosa odore di stile ducesco e ventennale. E dire che mi avevano sempre convinto che giornalisti ed editori fossero, per lo più, di sinistra.

Ogni scusa è buona per attribuirsi una parte di 25 aprile. Poveri noi, in cerca di quiete e perseguitati dai soliti scontati giri di parole.

 

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