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Lo zio d’America

Il post scritto per i 100 anni dalla nascita di Ronald Reagan.

Succedono cose strane a questo mondo che per lo più vengono liquidate sotto la voce coincidenze. Mi chiedono di scrivere qualcosa su Ronald Reagan per celebrare i cento anni dalla sua nascita e, poco dopo, improvvisamente, un mio zio che è stato anche il mio padrino tira l’ultimo respiro. Coincidenze, le chiamano, perché quel mio zio era anche lo zio d’America: per anni si concedeva un paio di settimane in giro in lungo e in largo per gli Stati Uniti, a visitare fiere del bestiame prima e a rilassarsi dal lavoro nei campi a Las Vegas o al sole della California.

Io ero piccolo e ascoltavo i suoi racconti. E non ero nemmeno nato quando Ronnie si è preso l’America e l’ha trasformata in quella per quelli della mia generazione è un sogno. Niente ’68, niente contestazione, niente lotta sociale. Per chi non ha mai aderito alle divisioni politiche italiane saldamente ancorate alle vite di partito, alle riunioni, alle assemblee e ai congressi da provincia italiana, c’è stata l’America che ha esportato e conquistato il resto del mondo. Lo chiamavano edonismo reaganiano: erano, per me, le sit-com come i “Robinson”, i canestri di Larry Bird e Michael Jordan raccontati da coach Dan Peterson, la copertina dell’album “Born in the USA” di Bruce Springsteeen. Tutta roba che ho assimilato con il tempo, ma che hanno un marchio indelebile. Quello degli Stati Uniti che hanno sconfitto il comunismo e l’Unione sovietica senza la retorica kennediana, ma con lo sguardo sincero e appassionato di un uomo qualunque come Ronald Reagan.

Lo stato come causa di tutti i mali, le tasse come muro da abbattere anziché essere bellissime, l’opportunità di dare un senso all’individuo nel lavoro e nella realizzazione di una delle basi della costituzione d’Oltreoceano: the pursuit of happiness. Tutte cose che gli europei sono destinati a non capire – ed ecco perché siamo quello che siamo. Periferia. Temi approfonditi nel corso degli anni universitari per senso pratico e indipendentista, nel senso che occorreva armarsi di pazienza, sorbirsi le solite prediche accademiche e poi gettarsi nella lettura dei discorsi di Ronnie. Uno zio d’America che ha scosso il mondo intero e ha lasciato qualcosa in eredità.

Già, ma cosa? Il valore dell’uomo (eccetto nel confronto con Quello dei piani di sopra) al quale va assicurato il diritto di rivendicare un proprio profilo. Di dimostrare se è in grado o meno di lasciare qualcosa nell’altra storia, quella della vita quotidiana, senza essere osteggiato dall’invasione della sfera privata e placcato dagli emissari dello stato padrone. Quella di indossare i panni di chi si reca al fiume con il padre per il primo giorno di pesca: il genitore gli allunga la canna, l’amo e l’esca. Poi gli mostra come si lancia. Poi gli dà una pacca sulla spalla e gli dice: io ti ho mostrato come si fa, ora fammi vedere cosa sai fare.

Senza arrogarsi alcun dovere di paternalismo.

(da Rightnation.it)

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E’ primavera

Ilaria ha 29 anni e dice che avrebbe preferito “un socio alto, bello e capace” ed invece “mi hanno imposto lo Stato”; Michele ne ha 23 e vorrebbe poter scegliere “oltre lo Stato e i suoi tentacoli”; Gemma, 22, chiede che i servizi possano essere scelti e non imposti; Pietro, a 20, si augura di “mantenere 2 figli in più e un burocrate in meno” nel suo futuro. Gente giovane che in due righe dice tutto o quasi: sono alcuni dei ragazzi che gravitano attorno ai Tea Party sbarcati anche in Italia per pretendere “meno tasse, più libertà”.

Forse è la volta buona che senza pleonastici appelli, convegni e omelie politico-culturali qualcosa si sia mosso. Domani attaccano a Prato, poi si parla di Roma e Milano. Qualche tempo fa scrivevamo che c’è una destra in Italia che “ha coltivato il mito di Reagan piuttosto che della Thatcher“, senza perdersi nei meandri dell’eterno dibattito sul “chi siamo e da dove veniamo”. Qualcuno se l’era anche presa, forse perché non pensava che c’è chi formula pensieri pur non posando le chiappe nei salotti o davanti alle telecamere.

Si tengano pure la loro destra camaleontica. Qui prepariamo le bustine di tè.

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La destra che non si vede ma esiste

Quelli del Corriere, tronfi delle firme che vergano le loro pagine della cultura, ogni tanto si rendono conto di essere noiosi e così provano a scuotere le coscienze con articoli come quella “Eclissi della destra che vince ma non ha più identità”. Sempre ammesso che la destra italiana abbia mai avuto un’identità precisa, verrebbe da rispondere. Altrimenti, il successo di Berlusconi di riunire missini, liberali, socialisti, democristiani, conservatori, riformisti e altre compagnie varie da dove arriverebbe?

Tant’è che già riecheggiano termini come “pantheon”, “autori di riferimento”, “libri da leggere”, “massime che è obbligatorio sapere”. E mentre da via Solferino ci fanno intuire che a Berlusconi di tutto questo poco importa (come se mai, a destra, si fossero posti il problema che gliene fregasse o meno qualcosa al Cavaliere), ci teniamo a fare presente che la nuova destra italiana forse è più avanti dei suoi intellettuali o affini.

(Continua su Notapolitica.it)

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Qualcuno ha visto Obama?

Nell’estate 2008, Barack Obama – allora candidato democratico alle Presidenziali che si sarebbero tenute nel novembre successivo – si recò a Berlino, sulle orme di John Fitzgerald Kennedy. Scoppiò l’Obamania pure nel vecchio continente, addirittura c’erano opinionisti convinti che Obama avrebbe sicuramente vinto per il semplice fatto che in Europa era amato e osannato. In migliaia si diedero appuntamento nella capitale tedesca per accoglierlo. Parlava come fosse già presidente degli Stati Uniti, ma era solo un candidato. Poi, effettivamente, ha vinto.

Però oggi, 9 novembre 2009, il presidente degli Stati Uniti non a Berlino. I casi sono due: o è davvero troppo occupato dagli impegni di casa sua. O ha paura di confrontarsi con un suo predecessore. Che non è Kennedy.

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Tear Down This Wall

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Razzismo al contrario

Affrontiamo il tema di petto: è solo una questione di colore. Altrimenti non si capirebbe come mai i media italiani abbiano definito gaffe la battuta di Berlusconi su Obama: “E’ bello, giovane e abbronzato”. Perché ora il “nero” è diventato un colore quasi proibito da commentare. In effetti Obama non è nero, è mulatto, un bianco abbronzato a dirla per scherzare.

L’America, se non il mondo, cambia pelle. E’ il leit motiv di questi giorni post elettorali. Giulio Anselmi, sulla Stampa, dava del razzista a Barry Goldwater, il candidato repubblicano del 1964 battuto da Lyndon Johnson. Allora si è dimenticato di dare del razzista pure a Hillary Clinton, che per Goldwater, il padre della Right Nation, fu sostenitrice. Il sospetto che si aggira nelle redazione liberal e de sinistra è che sono pure razzisti tutti coloro che hanno votato per il bianco McCain o che, molto semplicemente, si auguravano una sua vittoria. Sono colpevoli di non aver dato il loro contributo al momento storico che abbiamo appena vissuto.

Ho avuto modo di scambiare qualche battuta con dei giovani pidiellini che considerano la vittoria di Obama un cambiamento. “Gli Usa hanno bisogno di un cambiamento”, “è un momento storico”, “è un cambiamento mondiale” sono le battute più inflazionate. Come se davvero l’elezione di un nero alla Casa Bianca bastasse per parlare di cambiamento. L’elezione di un nero giovane invece di un vecchio bianco. Beh, a conti fatti, allora il vero cambiamento fu quello di Reagan, un anziano bianco conservatore che davvero travolse nel 1980 e nel 1984 i suoi rivali. E cambiò davvero le regole della politica e dell’economia. Se basta il colore della pelle per parlare di cambiamento, non ci siamo, credo.

La risposta al mio scetticismo è sempre lo stesso: ma perché fai così? Perché, rispondo io, voi come reagireste di fronte ad un prodotto contraffatto?

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Ricetta

Government does not solve problems; it subsidizes them.

Ronald Reagan

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