Razzismo al contrario

Affrontiamo il tema di petto: è solo una questione di colore. Altrimenti non si capirebbe come mai i media italiani abbiano definito gaffe la battuta di Berlusconi su Obama: “E’ bello, giovane e abbronzato”. Perché ora il “nero” è diventato un colore quasi proibito da commentare. In effetti Obama non è nero, è mulatto, un bianco abbronzato a dirla per scherzare.

L’America, se non il mondo, cambia pelle. E’ il leit motiv di questi giorni post elettorali. Giulio Anselmi, sulla Stampa, dava del razzista a Barry Goldwater, il candidato repubblicano del 1964 battuto da Lyndon Johnson. Allora si è dimenticato di dare del razzista pure a Hillary Clinton, che per Goldwater, il padre della Right Nation, fu sostenitrice. Il sospetto che si aggira nelle redazione liberal e de sinistra è che sono pure razzisti tutti coloro che hanno votato per il bianco McCain o che, molto semplicemente, si auguravano una sua vittoria. Sono colpevoli di non aver dato il loro contributo al momento storico che abbiamo appena vissuto.

Ho avuto modo di scambiare qualche battuta con dei giovani pidiellini che considerano la vittoria di Obama un cambiamento. “Gli Usa hanno bisogno di un cambiamento”, “è un momento storico”, “è un cambiamento mondiale” sono le battute più inflazionate. Come se davvero l’elezione di un nero alla Casa Bianca bastasse per parlare di cambiamento. L’elezione di un nero giovane invece di un vecchio bianco. Beh, a conti fatti, allora il vero cambiamento fu quello di Reagan, un anziano bianco conservatore che davvero travolse nel 1980 e nel 1984 i suoi rivali. E cambiò davvero le regole della politica e dell’economia. Se basta il colore della pelle per parlare di cambiamento, non ci siamo, credo.

La risposta al mio scetticismo è sempre lo stesso: ma perché fai così? Perché, rispondo io, voi come reagireste di fronte ad un prodotto contraffatto?

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