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Buon riposo, Mr. Bush

Barack H. Obama è il 44° Presidente degli Stati Uniti d’America. Ha giurato, ha messo piede alla Casa Bianca, è il Commander in Chief delle truppe americane. George W. Bush ha chiuso i suoi otto anni alla guida del Paese, farà ritorno a Crawford. A casa, in Texas. Lo hanno liquidato come se niente fosse, la gente ha pure dimenticato di contestarlo come avrebbe dovuto – stando al mainstreaming – per gli errori che ha compiuto nel corso dei suoi due mandati. La Storia, certo quella non ufficiale, ci racconterà chi aveva ragione. Se lui o i suoi contestatori. Noi, da questo blog, gli diamo ragione sin da ora, tenendo conto anche degli errori che ha compiuto perché se uno non facesse errori, allora non sarebbe umano. E cominceremmo a porci dei seri quesiti.
La presidenza repubblicana di George W Bush ha avuto a che fare con un affaruccio da pochi: un atto di guerra sul territorio statunitense che non sono state le Hawaii disperse nel Pacifico, ma New York e Washington. Twin Towers e Pentagono. Tutte le critiche mosse contro di lui hanno dimenticato, per l’appunto, questo piccolo particolare. Hanno scordato lo sguardo vuoto degli americani nei giorni di ansia post 11/9. L’antrace, i falsi allarmi, i controlli serrati lunghi i confini, il Patriot Act. Perché l’approssimazione la fa da padrona.
Un trauma che ha inciso sul suo mandato, inizialmente ipotizzato come “facciamoci gli affari nostri” e “piantiamola di mettere grane in giro per il mondo come ha fatto Bill Clinton”. La politica è fatta anche di piccole cose che poi si accumulano fino ad esplodere definitivamente. Il nemico che ha affrontato Bush ha (perché il nemico non ha ancora alzato bandiera bianca) due alleati: la matrice fondamentalista e l’opinione pubblica che, al giorno d’oggi, impone di porre la mano a chi risponde con la violenza. La guerra in Iraq ne è stata la dimostrazione: mass media infilati come bastoni tra le ruote dei soldati nel deserto, pronti a mettere alla berlina gli eccessi che un conflitto porta con sé. Perché è nella logica della Storia che anche il buono, quando capita, si trasforma in cattivo. Le bombe al fosforo, le torture di quattro pirla sui prigionieri, i civili ammazzati. I “puristi” hanno urlato allo scandalo. I pragmatici sanno che in guerra nemmeno una democrazia si salva l’anima, ma almeno ha dalla sua il fatto di essere una democrazia.
Negli Usa la democrazia intesa come libertà, every day life, speranza e paure è sopravvissuta – anche – grazie a George W Bush, odiato in partenza perché figlio di un altro Bush, direttore della Cia ai tempi di Reagan, petroliere e mica un fighetta della East Coast, ma un cowboy con tanto di ranch. E poi ci fu quella lunghissima notte elettorale contro Al Gore, beniamino degli ambientalisti. Bush aveva perso in partenza agli occhi dell’opinione pubblica. Ed infatti gli americani lo hanno rieletto nel 2004. Diventando il Presidente con più voti popolari in tutta la Storia degli Stati Uniti.
C’è stata la cattiva gestione irachena, la crisi finanziaria, l’uragano Kathrina (una della balle più colossali pompate dai media, che basta avere un po’ di affinità con l’altra parte dell’Oceano per capire che le colpe maggiori furono del governatore della Louisiana, giacché gli Usa sono federalisti in senso pieno, ma anche questo è spesso difficile da ricordalo). Ma, soprattutto, c’è stato uno scenario internazionale inedito e imprevisto. Roba che anche Obama sarebbe sbiancato, perdendo la sua abbronzatura.
Buon riposto, Mr. President. Se lo merita.

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Razzismo al contrario

Affrontiamo il tema di petto: è solo una questione di colore. Altrimenti non si capirebbe come mai i media italiani abbiano definito gaffe la battuta di Berlusconi su Obama: “E’ bello, giovane e abbronzato”. Perché ora il “nero” è diventato un colore quasi proibito da commentare. In effetti Obama non è nero, è mulatto, un bianco abbronzato a dirla per scherzare.

L’America, se non il mondo, cambia pelle. E’ il leit motiv di questi giorni post elettorali. Giulio Anselmi, sulla Stampa, dava del razzista a Barry Goldwater, il candidato repubblicano del 1964 battuto da Lyndon Johnson. Allora si è dimenticato di dare del razzista pure a Hillary Clinton, che per Goldwater, il padre della Right Nation, fu sostenitrice. Il sospetto che si aggira nelle redazione liberal e de sinistra è che sono pure razzisti tutti coloro che hanno votato per il bianco McCain o che, molto semplicemente, si auguravano una sua vittoria. Sono colpevoli di non aver dato il loro contributo al momento storico che abbiamo appena vissuto.

Ho avuto modo di scambiare qualche battuta con dei giovani pidiellini che considerano la vittoria di Obama un cambiamento. “Gli Usa hanno bisogno di un cambiamento”, “è un momento storico”, “è un cambiamento mondiale” sono le battute più inflazionate. Come se davvero l’elezione di un nero alla Casa Bianca bastasse per parlare di cambiamento. L’elezione di un nero giovane invece di un vecchio bianco. Beh, a conti fatti, allora il vero cambiamento fu quello di Reagan, un anziano bianco conservatore che davvero travolse nel 1980 e nel 1984 i suoi rivali. E cambiò davvero le regole della politica e dell’economia. Se basta il colore della pelle per parlare di cambiamento, non ci siamo, credo.

La risposta al mio scetticismo è sempre lo stesso: ma perché fai così? Perché, rispondo io, voi come reagireste di fronte ad un prodotto contraffatto?

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Finalmente c’è qualcuno

«Eleggendo Obama si è persa una grande occasione. In Iraq avremo un ritiro graduale dei militari in 16 mesi e molti di loro, cosa che vedo positivamente, saranno inviati in Afghanistan. Per il Medioriente, invece, temo un peggioramento: non mi convincono i contatti con Hamas e il voler intavolare un discorso con l’Iran. A casa nostra, e in Europa, non cambierà nulla».  «Obama minaccia iniziative preoccupanti anche in tema di fiscalità aumentare le imposte per chi ha redditi superiori ai 250mila dollari, per distribuire i proventi ai meno abbienti. È puro assistenzialismo».

Antonio Martino

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I soliti noti

E’ finalmente finita, in un certo senso. Barack Obama ha vinto, John McCain ha perso e sono tutti contenti in questo mondo. Contenti loro. Già si elevano le voci: il cambiamento c’è e si vede, un presidente nero alla Casa Bianca. America anno zero, vanno dicendo i soliti noti. Dimostrando di non aver capito alcunché, perché l’elezione di Obama non è un inizio, ma semplicemente il proseguio di una storia che iniziò nel 1776.

I soliti noti stanno saltando sul carro del vincitore. Poco importa se lo fa pure Veltroni, lui è fatto così: ha perso cercando di imitare il collega (?) americano e ora si rifà (o spera di farlo) lanciandosi nelle solite lezioni di retorica. Uno sconfitto che esulta come se davvero avesse vinto. A sorprendere sono quelli del Pdl che hanno fatto endorsement quando la conta dei grandi elettori ormai non dava via di scampo ai repubblicani. Tifano per Obama, sono tutti con lui. Con quale coraggio?

Con il coraggio di chi pensa da europeo di fronte all’attualità statunitense. Il nuovo, il cambiamento, il sogno americano: credono che basti così poco per giustificare le proprie posizioni. Restiamo così in attesa: quando l’inquilino della Casa Bianca deciderà di cambiare strategia internazionale, i nostri che faranno? Andranno di fronte ai microfoni affermando che è giusto, che mica si deve continuare a fare come chiedeva Bush. Ricorderanno che proprio Bush aveva le sue ragioni, ma le ha pure Obama. Qui non smettono di dire che, per rilanciare l’economia, bisogna aiutare le aziende, gli imprenditori, anche quelli che stanno bene. Obama punta in altra direzione. Che faranno? Diranno che sì è giusto pensare agli imprenditori, ma non così tanto.

Perché accade tutto questo? Perché in Italia si spacciano per conservatori, in realtà non sanno nemmeno loro come continuare a fingere di esserlo. Noi dagli americani dovremmo solo imparare, invece ci impicciamo degli affari loro senza levarci di dosso i nostri panni.

God bless us.

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Election 2008, I’ll be there

Mi trovate qui, a parlare e intento a spacciarmi per esperto. Certo sarò pro McCain. Sarò l’ultimo a cedere.

Ps: Ferrara strepitoso oggi sul Foglio.

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Italietta

Uno poi non capisce mai come siano possibili certe cose.

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Forza old John!

I due cowboy che stanno viaggiando attorno a Washington raccontano le ultime ore della lunga campagna elettorale e, lo si capisce benissimo, si stanno divertendo un mondo. Ne respirano il profumo e il fascino da quella parte dell’Oceano mentre, sulla riva europea, sopravviviamo alla solfa dei mainstream media che, ormai, hanno incoronato Obama presidente degli Stati Uniti. E’ probabile ceh accada nella stessa misura in cui è probabile che sia il vecchio John a vincere, perché alla fine i sondaggi dovranno lasciare il posto ai voti reali. Sopravviviamo e sopravviveremo anche di fronte al trionfo democratico con un black commander in chief: quando siederà nel vero studio ovale, e non in quello nel quale si è fatto ritrarre nel lungo spot elettorale dei giorni scorsi, imparerà pure lui, l’uomo del cambiamento, che certe cose è meglio non toccarle e conviene adeguarsi al peso del potere.

Da queste parti si tifa per McCain, si è capito. Non è il nostro candidato preferito, ma siamo repubblicani fino al midollo e per Obama non abbiamo grande stima. Colpa anche di coloro che, sempre in questi ultimi giorni, gli menano sfiga: sono così innamorati di lui che per forza di cose temono un attentato nei suoi confronti. Al punto che i nostri quotidiani erano stracolmi di dossier, approfondimenti e particolari, retroscena, viaggi all’intero della galassia nazista a stelle e strisce. Dall’altra parte dell’Oceano, la notizia era piccina piccina, mica una apertura o robe del genere. E’ il solito vizio di casa nostra: ragioniamo con la testa ancorata all’Europa e, per fortuna loro e un po’ anche nostra, gli Stati Uniti sono un affare completamente diverso.

Qui, nel senso di questo blog, crediamo ancora al reduce del Vietnam che si trovò impelagato in un pasticcio kennedyano (la guerra del Vietnam, per l’appunto), al vecchietto che ha sconfitto un cancro ed è un po’ malconcio per le ferite che si porta dietro. Non cediamo alle tentazioni delle sirene che avvertono: rischia di crepare prima di concludere il mandato e al suo posto ci troveremmo la Palin. Questi davvero, se non menano sfiga a qualcuno non sono contenti. Crediamo al contrario all’uomo dell’Arizona perché in lui vediamo il realizzarsi delle opportunità che gli Stati Uniti sanno concedere. E’ troppo facile presentarsi come il candidato di colore che poi, sotto sotto, mica è cresciuto in un Bronx. Ci sono nigger che di Obama non si fidano, perché dovremm farlo noi? A costo di essere accusati di razzismo.

Martedì, il primo dopo il primo lunedì del mese come legge comanda, si vota. E’ dura, ma la corsa è ancora lunga e imprevedibile. E comunque vada, poi dalle finestre dello studio ovale il mondo appare totalmente diverso. Lì si presenta in tutta la sua tremenda realtà il cambiamento. Forza, old John!

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