Quanto ci farebbe bene uno Spectator

Si dice spesso che il mondo dell’editoria italiana sia saturo. Chi lo dice, non ha tutti i torti, anche perché molti quotidiani rimangono in piedi più che altro grazie ai finanziamenti alla carta stampata previsti dalla legge italiana. Eppure da noi manca un settimanale come si deve.
Nelle edicole sono Panorama e L’Espresso a fare da padroni per questa tipologia di prodotto, oltre alle altre innumerevoli riviste che trattano soprattutto di vita quotidiana, cronaca, spettacoli e gossip. Un plotone di pagine patinate che in Italia hanno soppiantato i quotidiani popolari all’inglese (The Sun, Daily Mail, Daily Mirror e giusto per citarne alcuni) e alla tedesca (Bild). Ma non vuol dire che possa nascere qualcosa di nuovo sotto il sole.
Prendiamo proprio i casi di Panorama e L’Espresso: più che settimanali, sono numeri da cento pagine e oltre stracolmi di rubriche e pubblicità, grandi foto e inchieste prima di lasciare spazio ad altri settori che si susseguono mandando il lettore in confusione, il più delle volte. Non si leggono nemmeno tutti gli articoli pubblicati, a volte si finisce per dare una sbirciata a quelle brevi che servono a tappare i buchi o a tabelle, grafici e altri elementi iconografici riassuntivi del malloppo più grosso.
In Italia manca un settimanale che offra contenuti che rimangano dopo aver buttato via la copia ormai vecchia. Lo stesso che vale spesso nei quotidiani. In Italia manca un settimanale che, per intenderci, ricalchi il modello dello Spectator. È solo il primo nome di una lunga lista per il semplice fatto che il settimanale londinese è al mondo dal 1828 e se è resistito fino ad ora ci sarà un motivo.
I settimanali di attualità venduti in Gran Bretagna o negli Stati Uniti d’America non pensano nemmeno minimamente a raggiungere una foliazione come quella di casa nostra, eccetto per casi eccezionali. Allo Spectator, ad esempio, adottano questa strategia sotto le vacanze di Natale, anche perché un numero, quello più a ridosso delle feste, vale per due settimane filate. Pagine riempite da articoli che all’occhio del lettore italiano si trasformano immediatamente in un muro difficile da superare. Troppo pesanti, nessuna foto se non in formato mini. Un esempio: a dicembre Matthew D’Ancona, direttore dello Spectator, ha intervistato Lily Allen, cantante pop britannica. Due pagine fitte di chiacchierata, solo una piccola immagine in apertura della protagonista del servizio. Che, d’altra parte, era allo stesso ironico e interessante. E pensare che il settimanale in questione è, più che altro, un prodotto legato molto alla politica, dal momento che è uno dei megafoni del mondo conservatore.
In Italia sarebbe uscita così, che si trattasse del duo Panorama/Espresso o degli altri settimanali tipo Chi, Gente, Oggi: foto (tante foto), un’intervista nel vero senso della parola (per intenderci con domande e risposte), una scheda riassuntiva sul personaggio lunga una colonna e, infine, un box su chi siano le nostre Lily Allen o quelle sparse nel resto del mondo.
Ovvio, un prodotto come lo Spectator, ma anche come Newsweek o Time, non è per tutti. Seleziona i propri lettori, come è giusto che sia. Una mossa azzardata in una realtà come la nostra, dove sempre più gente legge sempre di meno. Colpa dell’attitudine diffusa nel popolo italiano (particolarmente significative le scene di chi non prende nemmeno i quotidiani gratuiti mentre sta entrando in metropolitana con il tipo di turno che fa di tutto per metterglielo sotto il naso). O sarà forse colpa dei giornalisti che non si domandando perché a nessuno importa niente di avere una bibbia mensile per dimensioni piuttosto che qualcosa da leggere?

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