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La Befana, i Savoia, la neve: gli Azzurri dello sport

È un anno chiamato a regalare emozioni sportive, il 2012. Immagini, frammenti e cronache che siano capaci di far digerire il resto, nel contorno di una crisi economica che attanaglia il Vecchio Continente, guarda caso scenario di due eventi particolarmente attesi: gli Europei di calcio prima, per testare la dinastia spagnola che vinse l’edizione di quattro anni fa e si ripresenta con i gradi di campione del mondo, e, soprattutto, le Olimpiadi di Londra poi. Il sindaco della capitale britannica Boris Johnson ha lanciato poche settimane fa un ordine preciso: non vuole che i Giochi della sua città siano ricordato come quelli della recessione. Piuttosto, meglio rispolverare lo spirito del 1948, l’anno della prima volta di Londra e delle Olimpiadi trasmesse in televisione, a tre anni dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Sbrigati i convenevoli e cerimoniali, tocca agli atleti e alle squadre. Tocca quindi anche ai nostri Azzurri. Era il 6 gennaio 1911, la nazionale di calcio doveva affrontare all’Arena di Milano l’Ungheria (i magiari alla fine vinsero 1-0) e i giocatori si presentarono in campo con la maglia azzurra. Perché? Non si sa con precisione. Inizialmente la maglia – se maglia vogliamo chiamarla, dal momento che era provvista di colletto inamidato – era bianca, in onore della Pro Vercelli, la squadra più forte del campionato italiano. In seguito si optò per l’azzurro, colore di famiglia in casa Savoia. O forse perché a Milano aveva nevicato, per di più quel 6 gennaio c’era la nebbia e va da sé che gli spettatori avrebbero faticato a riconoscere gli uomini in campo con la divisa bianca.

(continua su NotaPolitica)

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Truppa senza coraggio, comandante senza idee: il Mondiale di Gianni Brera

Di Andrea Maietti *

Gianni Brera, per gli amici Gioanbrerafucarlo, non si sarebbe divertito se fosse stato alle prese con questi Mondiali sudafricani. Ormai scriveva con la mano sinistra e, quando stava con gli amici, dettava le condizioni: “Parliamo di tutto, ma non di football”. Ma se proprio avesse dovuto scendere a patti con quest’Italia di Marcello Lippi, sarebbe stato come tornare nel 1982, quando prese male quella di Bearzot, salvo poi ribadire che avrebbe partecipato alla processione dei flagellanti il dì di San Bartolomeo se avesse superato Argentina e Brasile – come poi accadde – e dimenticandosi che la pratica penitenziale era ormai vietata da almeno cinquecento anni. Questa non è andata oltre la Slovacchia.

Non avrebbe risparmiato critiche ad un permaloso come Lippi e non avrebbe speso parole per i Cassano lasciati a casa. L’Antonio di Bari vecchia come l’Evaristo Beccalossi, scaricato prima del Mondiale spagnolo: gente che dribla, brava per carità, ma non lotta.  Mica come Tarcisio Burgnich o Gigi Riva, che alla Nazionale ha sacrificato le gambe con due infortuni. Questa Italia, continuerebbe, non ha avuto il coraggio, ma piuttosto un comandante incapace di dare stimoli e attanagliato da incertezze tattiche, che fa giocare dei pensionati fuori condizione e “i resti dei resti dell’indio” Mauro German Camoranesi. Avrebbe sparato sulla paura di osare e avrebbe chiesto la staffetta, un Totti da infilare nell’ultima mezz’ora in questa povera Italia, ancor prima che la sciagurata spedizione avesse inizio.

Stravedeva per Di Stefano e Schiaffino, bandiva i ghirigori e non avrebbe preteso la luna, anche perché ci sarebbe stata sempre quella faccenda degli abatini, per l’appunto: i numeri 10 fini a se stessi, quando i numeri sulla schiena indicavano il giocatore. Eccezion fatta per Maradona (e non per Messi, che non ti cambia le partite come faceva Diego) e Pelé, al quale dedicò il leopardiano verso “Dolce e chiara è la notte e senza vento” (attacco della poesia “La sera del dì di festa”) dopo un dribbling che aveva trovato giustificazione nell’immediata e conseguente conclusione in porta.

È mancato il coraggio che ha mostrato Mourinho contro il Barcellona nell’andata della semifinale di Champions a Milano, con la sua Inter inferiore ai catalani per uomini e mezzi, ma che ha saputo arroccarsi dietro per difendere e poi ha punto in contropiede. Con coraggio, va da sé, perché ci sono due modi di applicare il contropiede: o come Mazzandro, al secolo Sandro Mazzola, che fuggiva in avanti per scappare agli interventi dei diretti marcatori; o con inventiva ed intelligenza, perché il contropiede – ci terrebbe a sottolineare – non è un banale modo di far trincea.

Quelle degli allenatori sono strane teste, si sa. Ma Gioanbrerafucarlo avrebbe parlato bene del filosofo di Setubal? Avrebbe battagliato alla grande anche con lui, come fece con Helenio Herrera, per poi riscoprirlo quando non sarebbe più stato sulla cresta dell’onda, sorte riservata al Mago e Gianni Rivera. È l’arte dei galantuomini, quella di ricordarsi di chi non è più sotto le luci dei riflettori. In compenso, per il Gran Bisiaco avrebbe eretto un muro difensivo a prescindere: Fabio Capello, nato in quella parte di Friuli che sta tra Udine e Trieste, detta anche Bisiacaria, che fa capo a Monfalcone. Avrebbe tratto la spada a suo favore perché da nordico ha saputo adattarsi alla grande al clima romano e perché a lui, italianuzzo, gli inglesi si sono rivolti per imparare a vincere.

Gli annali del calcio ci ricorderanno a lungo quello che è accaduto nel pomeriggio del 24 giugno 2010. Alla vigilia di un giorno così nefasto, sarebbe stato lui a precedere Umberto Bossi nell’esclamare che “tanto se la comprano” la partita, roba da scatenare la retorica istituzionale. Stai a vedere che, di fatto, era l’unico modo plausibile per passare il turno per degli uomini con le gambe tremanti nella partita che valeva tutto. D’altronde, Brera era attento osservatore del calcio e conosceva il cinismo che lo abita. Attenzione, però: quella frase poi non l’avrebbe fatta sua, ripetendola. Ci avrebbe semplicemente messo il diritto d’autore.

*biografo ufficiale di Gianni Brera.

(Testo raccolto da Dario Mazzocchi)

© Libero, 26 giugno 2010

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