Ma il mistero rimane

Il Vaticano ha alzato la voce sul caso Boffo, dopo mesi di silenzio, per smontare la rete di supposizioni sulle dimissioni dell’ex direttore di Avvenire in seguito alle sparate del Giornale lo scorso agosto. «È falso che responsabili della Gendarmeria vaticana o il direttore dell’Osservatore Romanoabbiano trasmesso documenti che sono alla base delle dimissioni, il 3 settembre scorso, del direttore di Avvenire», si legge nel comunicato della Santa Sede. È falso «che il direttore dell’Osservatore Romano abbia dato, o comunque trasmesso o avallato in qualsiasi modo, informazioni su questi documenti, ed è falso che egli abbia scritto sotto pseudonimo, o ispirato, articoli su altre testate».

Si è fatto un gran parlare negli ultimi giorni di questa vicenda, ieri sera se n’è occupato anche Gad Lerner che non ha perso occasione per mostrare il volto di chi soffre per le sciagure di un amico (Boffo) e per sparlare un po’ del Vaticano stesso, giusto per non perdere il vizio. Tutti a rincorrersi: chi nega, chi conferma, chi conferma chi nega, chi nega chi conferma.

In tutto questa vicenda – che poi lo stesso Feltri ha scritto di essersi rivelata falsa – nessuno ha badato al sodo: nessuno è andato a cercare la vera notizia dietro al mistero (?) Boffo. E sì che basta dare un’occhiata alle dichiarazioni fatte dallo stesso ex direttore di Avvenire la scorsa estate, quando affermò che le famose telefonate erano state fatte da un giovane oggi morto che utilizzò il suo cellulare. O forse i giornalisti sono bravi a fare lo scoop solo se parla un magistrato?

La destra che non si vede ma esiste

Quelli del Corriere, tronfi delle firme che vergano le loro pagine della cultura, ogni tanto si rendono conto di essere noiosi e così provano a scuotere le coscienze con articoli come quella “Eclissi della destra che vince ma non ha più identità”. Sempre ammesso che la destra italiana abbia mai avuto un’identità precisa, verrebbe da rispondere. Altrimenti, il successo di Berlusconi di riunire missini, liberali, socialisti, democristiani, conservatori, riformisti e altre compagnie varie da dove arriverebbe?

Tant’è che già riecheggiano termini come “pantheon”, “autori di riferimento”, “libri da leggere”, “massime che è obbligatorio sapere”. E mentre da via Solferino ci fanno intuire che a Berlusconi di tutto questo poco importa (come se mai, a destra, si fossero posti il problema che gliene fregasse o meno qualcosa al Cavaliere), ci teniamo a fare presente che la nuova destra italiana forse è più avanti dei suoi intellettuali o affini.

(Continua su Notapolitica.it)

L’Emilia abbandonata

Un gran parlare di Lombardia, Piemonte e Veneto, ma nel Popolo della libertà forse ci si è dimenticati a proposito dell’Emilia-Romagna. Tutto tace sull’altra regione del Nord che potrebbe rivelarsi terreno di uno scontro interessante tra la maggioranza e quel Partito democratico che dalla vicenda Delbono/Bologna è uscito particolarmente malconcio, anche perché non è solo nel capoluogo emiliano che le cose vanno male.

A Piacenza, per esempio, la città di Bersani, la giunta democratica ha attraversato ore difficili per una vicenda edilizia che ha portato il Consiglio comunale a discutere una mozione di sfiducia nei confronti del vicesindaco, per quanto poi respinta. Mentre la Camera del lavoro (fondata nel lontano 1891) ha dovuto fare i conti con tangenti, tessere false e arresti tra Ispettorato del lavoro, Cgil e Cisl.

Tant’è che di Emilia non se ne parla: difficile strapparla alla sinistra, ma arrendersi così a mani basse di fronte al principio che “l’Emilia è rossa” lascia davvero amareggiati. Nemmeno un anno fa, in occasione delle Amministrative, era un gran discutere sul boom della Lega in feudi come Reggio Emilia. Di quel dibattito non è rimasta traccia.

D’altra parte, l’Emilia non è mica il Lazio, vogliamo mettere?

House è morto! Viva House

Da qualche tempo su Facebook gira una massima del dottor Gregory House: “La gente non ha quello che merita, ma quello che gli capita”. E’ tutto un unico condividere l’affermazione con altri commenti quali “eh, già”, “ha ragione”, “è un grande”. Certo, un grande genio del male al quali tutti abboccano.

Dottor House sta morendo, purtroppo: è la fine che fanno i protagonisti delle serie televisive che meritano di essere guardate. Tutti vorrebbero ormai essere come lui, solo che non è possibile perché non ci sarebbe nessuno talmente coraggioso – e bastardo – da uscirsene con alcune delle sue battute più politicamente scorrette, nemmeno tra chi inneggia a lui via Facebook. Sulla psicologia del personaggio interpretato da Hugh Laurie (e che gli autori avrebbero delineato prendendo come riferimento Sherlock Holmes e Conan Doyle) si è scritto di tutto e di più.  E lui, dotto House, in una bellissima puntata se ne ne uscì con un “Fede è un sinonimo di ignoranza, vero?! Non ho mai capito come faccia la gente a vantarsi di credere in qualcosa senza una prova, che ci sarà di meritorio?”.

Allora è chiaro che per lui alla gente spetta non ciò che merita, ma quel che capita. Tanto che nello stesso episodio (House e Dio, seconda stagione) il fedele amico dottor Wilson lo punge: “Ed è per questo che la religione ti irrita, perché se l’universo è comandato da leggi meccaniche tu le impari e ti metti al sicuro. Se esiste un essere superiore, ti schiaccia ogni volta che vuole”.

La sorte è indecifrabile, si capisce. Ma quel che ci capita può anche essere conseguenza delle nostre azioni. E così, se qualcuno è meritevole, alla fine viene premiato, in un modo o nell’altro. Ma la gente oggi si accontenta di dare retta ad House senza nemmeno provare a stravolgere la sceneggiatura, come invece fa il protagonista stesso della serie. House è morto! Viva House.

6 Nations Special: numeri, corsi e ricorsi

In via del tutto eccezionale, anche su questo blog uno dei post di RightRugby in attesa del 6 Nations 2010

Numeri e altre cose che hanno un senso: di solito se ne occupa il Socio, che con le cifre ha maggiore dimestichezza, ma questa volta non hanno solo un valore matematico. E quindi possiamo procedere oltre. Sono due, i numeri: 100 e 10. 100 anni di 6 Nations, cominciato ufficialmente nel 1910 con 5 nazionali (Inghilterra, Galles, Irlanda, Scozia e la prima neolatina Francia) e 10 anni dallo sbarco tra le grandi dell’Italia dopo un lungo cammino a rincorrere e la consacrazione giunta quando ormai il professionismo era stato avviato – o meglio sdoganato – con tutti gli annessi e connessi.

Come si ricordava qualche settimana fa, la prima in assoluto dell’Inghilterra fu in casa contro il Galles: finì 11-6 e gli inglesi conquistarono il torneo con 3 vittorie e un pareggio, 36 punti fatti e 14 subiti. Il Galles giunse secondo (3 vinte e una persa), poi la Scozia (2 vinte e 2 perse), l’Irlanda (1 vittoria, un pareggio e 2 sconfitte). Il primo cucchiaio di legno andò alla Francia. Insomma, nel 2000 abbiamo saputo fare meglio, giusto per sfizio patriottico. Quest’anno si riparte da Inghilterra – Galles, guarda un po’ il caso anche se ufficialmente il Galles aveva già battuto nel 1910 la Francia 49-14 prima di addentrarsi a Twickenham.

10 anni di Azzurri: la nostra prima è indimenticabile, 34-20 alla Scozia detentrice del titolo, primo tempo concluso sul 12-10. Pini; Denis Dallan, Manuel Dallan, Martin, Stoica; Dominguez, Troncon; Visser; Mauro Bergamasco, Giovanelli; Gritti, Checcinato; Paoletti, Moscardi, Massimo Cuttitta. Allenatore Johnstone. Dominguez infila tra i pali tutto ciò che c’è da infilare tra i pali tra punizioni e drop, sullo scadere del match arriva anche la meta di De Carli e la trasformazione del solito italo argentino.

Una decade è storia lunga, al giorno d’oggi. Un anno fa, come ricorda nel post precedente il Socio, l’Italia è uscita a testa bassa da una serie di incomprensioni tattiche e scelte avventate, mentre già si parlava di andare in Celtic League e alcuni come noi storcevano il naso per la strategia presa dalla Federazione. Quest’anno, per quanto nascosta, è scoppiata pure la grana Flaminio con il Comune di Roma per disporre di un impianto che sia uno stadio seriamente in grado di raccogliere i tanti che guardano al 6 Nations come all’evento rugbistico dell’anno: gente che per i mesi restanti si accontenta di attendere i test matches, inconsapevole che il pallone ovale rotola da gennaio a dicembre. E quindi il 6 Nations è manna dal cielo per l’Italia.

La storia di questa competizione è lunghissima, enorme, infinita. C’è da annegare tra racconti, articoli e documenti per poter arrivare ad un’origine certa. Detta in soldoni, nel 1879 in un angolo dell’impero inglese, Calcutta, una guarnigione composta da molti ufficiali di estrazione aristocratica crea un club per far rivivere, sulle sponde del Gange, lo spirito di casa. Al momento di tornare in patria, decidono di fondere le rupie rimaste nella cassa sociale e ne esce una coppa, la Calcutta Cup, ancora oggi messa in palio in occasione di Inghilterra – Scozia, le nazionali che disputarono il primo match internazionale e certificato di rugby. Da un affare a due, divenne un triangolo nel 1881 con l’entrata del Galles, terra dove il rugby è stato elevato a religione. Qui a giocarlo non erano tanto i borghesi, quanto i minatori e per loro diventò presto un modo per riscattarsi di fronte ai poco tollerati inglesi e portare in paradiso la classe operaia. Tre anni più tardi, è il turno dell’Irlanda. Come detto, nel 1910 arrivarono i galletti d’Oltralpe.

C’è chi queste cose le sa di già, ma la tradizione merita rispetto e il rispetto significa riproporle. Venendo ai giorni nostri, non è tanto un augurio quello che ci facciamo quanto una constatazione: che sì, attendiamo fiduciosi la prima vittoria degli Azzurri sull’Inghilterra e che sì, con la Scozia sarà molto più dura che negli anni trascorsi. Gli uomini delle Highlands non sono più quei terribili selvaggi che una volta facevano paura (una volta sta effettivamente per una volta), ma hanno steso un interessante programma di miglioramento di skills e atteggiamento sul campo da gioco.

Per 100 anni di 6 Nations non potevamo attenderci un’edizione migliore. Cheers!

Brunetta faccia un favore ai giovani: stia zitto

Evidentemente, la domenica il ministro Brunetta non sa che fare. Così una settimana fa era dell’idea che occorra una legge per obbligare i giovani ad andarsene di casa a 18 anni, quando ancora si va a scuola. E’ invece di oggi la controffensiva: trovare le risorse anti-bamboccioni dalle pensioni di anzianità, garantendo un “premio” di 500 euro ai ragazzi perché possano uscire dalla chioccia dei genitori.

“L’Italia è piena di giovani perbene, che rischiano e che vogliono la libertà. La colpa, se hanno la libertà tarpata, è nostra, dei loro genitori”, ha commentato il ministro socialista. Parli per lui, rispondiamo da queste parti dove ci consideriamo se non perbene, ma almeno dei giovani tranquilli ed educati, disposti a fare sacrifici come hanno avuto modo di constatare la gente per la quale abbiamo lavorato. Poi non siamo stati premiati, ma questo è il sistema Italia e questo dovrebbe essere il vero sistema contro il quale Brunetta dovrebbe puntare il dito. Altro che 500 euro, fatica a campare chi ne guadagna mille.

Non i genitori di quelli come noi che ci vorrebbe davvero sistemati, con una vita tutta nostra e magari pure con famiglia al seguito. Sarebbero grandi soddisfazioni. Per ora ci limitiamo a sperare che Brunetta faccia un grande favore a tutti noi: stia zitto.

Se bastasse Twitter

Sulla Stampa.it Marco Bardazzi affronta in modo interessante la tragedia di Haiti: dalla parte del giornalista. O meglio, partendo dal viaggio intrapreso da Maurizio Molinari per raggiungere l’isola colpita dal terremoto e il reportage che ne ha cavato fuori, spedito a Torino via sms.

Con l’esplosione dei social network ed in particolare di Twitter, si è diffusa nuovamente la convinzione che basti poco per fare del giornalismo e offrire contenuti. Certo, le nuove tecnologie aiutano a superare i limiti temporali e spaziali e ad aggiornare il lettore in tempo reale. Ma se bastasse questo per completare l’opera, sarebbe preoccupante. Come è preoccupante il fatto che nelle scuole di giornalismo certi docenti spingano gli studenti in questa direzione.

Fare il giornalista non vuol dire cambiare il mondo e nemmeno avere un patentino fornito dall’ordine che pretende di regolare la professione, ma significa comunque raccontare. Con tutta la buona volontà, i social network aiutano, ma non esauriscono il compito in tutto e per tutto. L’augurio è che lo capiscano anzitutto i giornalisti.

Un anno dopo

Non siamo dei geni da queste parti, ma la vittoria del candidato repubblicano Scott Brown per il seggio al Senato americano lasciato libero dalla morte di Ted Kennedy fa rumore. Eccome se ne fa, perché Brown ha vinto nel Massachusetts, da anni feudo democratico. E non solo democratico, ma proprio liberal. Gente figa, insomma, come lo stesso Brown che in passato ha posato per Cosmopolitan mettendo in mostra il suo atletico fisico.

Solo un anno fa, tutto il mondo attendeva trepidante il discorso di insediamento di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, voglioso di sentire parole come “cambiamento” e affini. Dunque, anche se non siamo dei geni, viene da supporre che qualcosa non vada Oltreoceano se, un anno dopo, la Casa Bianca deve mettere in conto un’altra sconfitta, la terza dal gennaio scorso con Virginia e New Jersey, che mette a rischio la maggioranza democratica in Senato e costringerà l’amministrazione a rivedere i piani di riforma della sanità. Due più due fa quattro, la matematica non è un’opinione: il cambiamento, se c’è stato, è avvenuto nel verso sbagliato.

Roba difficile fare il presidente, non c’è che dire. Difficilissima se c’è tutta una platea di adulatori che per un anno ha fatto finta di niente ed ora sente un gran dolore al sedere.

Vorremmo fare gli americani

Come scrive Giuliano Ferrara quest’oggi. Ma meglio abbandonare sin dall’inizio i sogni quando è certo che saranno impossibili.

Nei partiti, per usare il gergo fesso dei mozzorecchi, si “rubava” e si “ruba” a man bassa, anche perché se non rubi tu ruba un altro e ti porta via il partito di sotto il naso, e che che conta non è il finanziamento illegale della politica ma la politica. Se si voglia un sistema moralizzato, con la corruzione limitata, bisogna che i partiti siano agili comitati elettorali, che la politica si faccia solo nelle assemblee elettive e nel potere esecutivo, e che l’attività dei politici in pubblico si riduca sostanzialmente al fund raising regolarmente denunciato nelle liste pubblice del lobbying. Il modello c’è, è quello americano. Sono passati vent’anni dal regno di Craxi, dieci dalla sua morte, e nessuno ha nemmeno pensato di andare in questa direzione.

Craxi e i quattrini, il Foglio, 19 gennaio 2010

Conservatorismo eccitante

È nato a Parma, ha vissuto a Vicenza, Verona, Caserta, Viterbo, Pisa, Bologna, Reggio Emilia, Trani e, dopo aver girato mezza Italia maturando un’ossessione geografica, da qualche anno è tornato nella città natale. Basterebbe per descrivere Camillo Langone, uno che dalle pagine del Foglio si è inventato la guida alle celebrazioni eucaristiche, poi diventata un libro (“Guida alle messe”, Mondadori). Sempre sul quotidiano di Ferrara tiene la rubrica “Preghiera” e anche questo basterebbe per descriverlo. Ma da qualche mese fa parlare di sé per il “Manifesto della destra divina” (Vallecchi, 168 pp., 12 euro), il cui motto è: difendi, conserva, prega! Celebra Pasolini e prende a pallinate il “laicismo consumistico” che minaccia il tabarro ed esalta Zara o che al culto preferisce la cultura o che, ancora peggio, sostituisce le messe con le mostre.

- Difendi, conserva, prega. D’accordo Langone, ma quanto rimane da conservare in Italia?

La lingua italiana e la religione cattolica ti sembran poco?

- Se qualcuno la prendesse in considerazione come un nuovo Prezzolini, che fa? Si arrabbia o risponde “grazie, ma meglio non esagerare nei paragoni”?

Non lo trovo esagerato, lo trovo sbagliato. Prezzolini non era divino, era uno scettico, e per questo il suo conservatorismo era ben poco entusiasmante. Invece urge un conservatorismo eccitante.

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