Sfigati

A conti fatti, il viceministro del Lavoro Michel Martone non ha torto quando dice che chi arriva a 28 anni e non si è ancora laureato è uno “sfigato”. Ha toppato nella forma, non nella sostanza (d’altronde è un professore, lui, vive di teoria e non di pratica), dal momento che la generalizzazione è il più scontato degli errori: sarebbe stato più efficace se avesse affermato che è da sfigati impiegare otto anni per laurearsi nei panni di uno studente universitario a tempo pieno. Tant’è, il sasso è stato lanciato nello stagno e la rivoluzione dei girini ha avuto inizio. E il fatto che a lanciarlo sia stato un ragazzo che ha un padre che conta è lo specchio di questo Paese. Ma al puzzle manca un tassello, ancora più importante e comunque complementare.

L’altro giorno un’amica ha provato a fare il punto della situazione: “Viviamo in una società sempre più competitiva, per moltissimi aspetti crudele, a volte penso che ci siamo dimenticati anche chi siamo e che questa dannata velocità ci abbia chiesto un prezzo troppo alto da pagare”. È il legittimo e comprensibile – nonché condivisibile – sfogo di chi si ritrova fuori dal cosiddetto mercato del lavoro, dopo aver faticato e dato tanto. Il guaio è che non siamo una società competitiva: la competizione parte dal presupposto che sia lecito partecipare, ciascuno con le proprie armi a disposizione.

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Cool Conservative

“Né i conservatori né gli umoristi credono che l’uomo sia buono. Ma quelli di sinistra sì”. È una delle massime di P. J. O’Rourke, giornalista e autore statunitense che così racconta la sua visione delle cose, ricordando quando negli Anni ’60 si conformò al pensiero dominante tra i giovani americani, abbandonando le sue posizioni politiche: “Almeno non sono mai stato un liberal. Sono passato dall’essere un repubblicano ad un comunista e poi sono tornato immediatamente repubblicano”. Un simpatico mascalzone che ha ragione, ma non del tutto.

Il conservatore si porta dietro un certo pessimismo cronico, un mix tra realismo e cinismo che agli occhi di chi guarda alle cose attraverso gli stereotipi e i pregiudizi lo rendono un bastardo, un usurpatore, un retrogrado. Un reazionario (bellissima parola ormai caduta in disuso). È poi vero che i conservatori mettono in conto la necessità di limitare le tendenze pericolose degli uomini facendo uso di legge e ordine (Law and Order) e – quando proprio occorre – della forza militare. E quello pensa: fascisti (stereotipo).
Il conservatore al contrario è ganzo, figo, originale…

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La Befana, i Savoia, la neve: gli Azzurri dello sport

È un anno chiamato a regalare emozioni sportive, il 2012. Immagini, frammenti e cronache che siano capaci di far digerire il resto, nel contorno di una crisi economica che attanaglia il Vecchio Continente, guarda caso scenario di due eventi particolarmente attesi: gli Europei di calcio prima, per testare la dinastia spagnola che vinse l’edizione di quattro anni fa e si ripresenta con i gradi di campione del mondo, e, soprattutto, le Olimpiadi di Londra poi. Il sindaco della capitale britannica Boris Johnson ha lanciato poche settimane fa un ordine preciso: non vuole che i Giochi della sua città siano ricordato come quelli della recessione. Piuttosto, meglio rispolverare lo spirito del 1948, l’anno della prima volta di Londra e delle Olimpiadi trasmesse in televisione, a tre anni dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Sbrigati i convenevoli e cerimoniali, tocca agli atleti e alle squadre. Tocca quindi anche ai nostri Azzurri. Era il 6 gennaio 1911, la nazionale di calcio doveva affrontare all’Arena di Milano l’Ungheria (i magiari alla fine vinsero 1-0) e i giocatori si presentarono in campo con la maglia azzurra. Perché? Non si sa con precisione. Inizialmente la maglia – se maglia vogliamo chiamarla, dal momento che era provvista di colletto inamidato – era bianca, in onore della Pro Vercelli, la squadra più forte del campionato italiano. In seguito si optò per l’azzurro, colore di famiglia in casa Savoia. O forse perché a Milano aveva nevicato, per di più quel 6 gennaio c’era la nebbia e va da sé che gli spettatori avrebbero faticato a riconoscere gli uomini in campo con la divisa bianca.

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Natale a casa Guareschi

Ci vuole dello spudorato coraggio a cominciare una favola con «C’era una volta un prigioniero… No: c’era una volta un bambino… Meglio ancora: c’era una volta una Poesia… Anzi, facciamo così: c’era una volta un bambino che aveva il papà prigioniero». Giovannino Guareschi ne aveva, tanto da convincersi che «non muoio nemmeno se mi ammazzano» mentre trascorreva lunghi anni dietro il filo spinato dei campi di prigionia nazisti: ci finì dopo l’8 settembre 1943, come Internato militare italiano, tra Germania e Polonia.

Un’esperienza raccontata nel “Diario clandestino”, dove l’autore parmense insegna a rimanere umani nel bel mezzo di una tragedia dalla quale in molti non fecero ritorno. «Non abbiamo vissuto come i bruti – scrive GG -. Non ci siamo richiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, con un passato e un avvenire».

E nel dicembre del 1944 la sua mente ha elaborato “La favola di Natale”. È notte buia, il mondo è pieno di gentaglia, le città fanno i conti con le bombe, ma il piccolo Albertino affronta il pericolo e va a fare visita al padre lontano, prigioniero chissà dove perché c’è una poesia di Natale da recitare. È accompagnato dal cane Flik e della nonna che ha avuto la stessa idea. In mezzo ad un bosco inondato dalla magia, incontra il babbo, riuscito a scappare con un sogno dalle sentinelle di guardia. La favola diventerà un libro l’anno successivo.

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Qui non c’è aplomb

I luoghi comuni sono fatti per essere messi in discussione. Tra i commentatori italiani si è fatta immediatamente largo l’opinione che il nuovo presidente del Consiglio, Mario Monti, sfoggi un aplomb tutto britannico, a sostegno dell’idea che l’Italia stia vivendo una nuova epoca politica, lontana anni luce dal berlusconismo e dai suoi connotati. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato il vicedirettore di Repubblica, Massimo Giannini, e non ci sarebbe da stupirsi se nei prossimi giorni i quotidiani svelassero che Monti, alle cinque, si ritira nello studio a bere una tazza di tè.

L’aplomb britannico, in sede politica, non porta lontani. Se il nuovo premier italiano si presentasse alla House of Commons così come ha fatto alla Camera e al Senato, si ritroverebbe nel giro di pochi minuti con le spalle al muro. La battaglia dialettica non risparmia nessuno a Londra e la retorica è materia nella quale applicarsi al massimo, soprattutto per schivare i colpi, tanto che i futuri avvocati e professionisti cominciano ad esercitarsi durante gli anni universitari. Sono quattro i punti da tenere a mente: definire la mozione, presentare il caso, rispondere alle istanze, rimanere pertinenti al tema.

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Un commissario a pranzo con Guareschi

La buona fede non si discute, anzi va premiata. Quando il commissario europeo agli Affari economici, Olli Rehn, nel corso della missione in Italia ha detto che don Camillo e Peppone “sosterrebbero oggi il governo Monti”, meritava un applauso: non perché avesse ragione, ma perché ha dimostrato di conoscere un tale scrittore parmense che può vantare traduzioni in tutto il mondo. “Ho sempre amato la cultura italiana, da ragazzo leggevo i libri di Guareschi”: ha svelato Rehn che così facendo ha reso omaggio ad un autore a lungo trascurato dalle nostri parti. Il tempo è galantuomo.

È strano sentire un esponente politico – per lo più nemmeno italiano – scandire quel nome. Gli si può così perdonare la forzatura nell’interpretazione che ha dato alle vicende del parroco e del sindaco comunista perché difficilmente i due avrebbero appoggiato Mario Monti. Per il semplice fatto che Giovannino stesso avrebbe espresso dei dubbi. Non che Guareschi, se fosse vivo oggi, mancherebbe di dare credito al nuovo presidente del Consiglio. Ma le sue pagine sono piene di spunti che offrono una versione diversa da quella di Rehn.

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Le relazioni pericolose

Quasi un mese fa, alla House of Commons è andata in scena la più larga rivolta all’interno di una maggioranza di governo sul tema Europa: il 25 ottobre il Primo ministro conservatore David Cameron ha dovuto fare i conti con 81 ribelli che avevano avanzato una mozione contraria alla linea del partito, perché come da accordi elettorali si tenesse un referendum popolare sul ruolo della Gran Bretagna all’interno dell’Unione. Una proposta bocciata dal resto dei Comuni, ma che ha portato a galla tutto il malcontento che serpeggia tra i Tory – in particolare tra i Mainstream Conservatives legati a David Davis – sulla decisione del loro leader di fare retromarcia: prima di arrivare a Downing Street, Cameron aveva più volte confermato l’ipotesi di sottoporre il quesito all’opinione pubblica, salvo poi cambiare opinione.

Regno Unito ed Europa: un romanzo che dura da anni e che periodicamente si aggiorna. Settimana scorsa a Berlino, Cameron e Angela Merkel davanti ai giornalisti hanno fatto buon viso a cattivo gioco, suggerendo quanto sarebbe necessario che l’Ue facesse di fronte alla crisi economica che la sta investendo, adottando tutte le misure che occorrono. Ma Londra non ha alcuna voglia di impiegare i propri soldi nel piano e non è un caso che Berlino da qualche settimana stia punzecchiando la Gran Bretagna per tirarla del tutto nell’agone.

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Autoconservazione

Ve la ricordate Giovanna Melandri che dalla tribuna dello stadio di Berlino sfoggiò il tricolore, dopo che l’Italia aveva vinto la Coppa del Mondo 2006 dalla tribuna d’onore dello stadio olimpico di Berlino? Prima che la truppa azzurra partisse per la spedizione in Germania, la Melandri – in qualità di ministro delle Politiche giovanili e dello Sport, aveva affermato che non era proprio il caso di avere Marcello Lippi in panchina perché uomo della Juventus di Luciano Moggi finita nel tritacarne di Calciopoli. Andò a finire che Lippi, Fabio Cannavaro e Gianluigi Buffon (scuderia bianconera) diventarono alcuni dei volti chiave di quell’impresa e la Melandri sventolò con orgoglio la nostra bandiera.

Siamo bravi noi italiani a cambiarla, la bandiera. Bastano pochi attimi dopo anni spesi da una parte piuttosto che dall’altra. Abbiamo ancora in circolazione intellettuali che vergarono pezzi sulla superiorità della razza ariana, con la tessere del partito fascista in tasca, e poi divenuti comunisti, custodi del verbo della lotta di classe. In questi giorni, mentre pare che ormai si stia per chiudere un’altra epoca politica, tocca ai fu berlusconiani. La nave affonda? Si accaparrano una scialuppa di salvataggio e remano verso lidi più sicuri. È puro spirito di autoconservazione animale, dopo tutto.

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5 Novembre 1605, nasce la faccia di Anonymus e Indignados

Remember, remember, the fifth of November, Gundpower Treason and Plot”, recita la filastrocca. Ricorda il 5 di novembre, il giorno della congiura delle polveri: era il 1605 e quella notte il Parlamento londinese sarebbe dovuto saltare in aria per mano di un gruppo di cattolici tra i quali figurava Guy Fawkes, oggi volto noto per via di quella maschera resa famosa dal film “V for Vendetta”, emblema della battaglie di hacker e indignati. L’obiettivo dell’attentato di quel 5 novembre era Giacomo I, sovrano protestante. I papisti d’altronde non piacevano nemmeno ad un filosofo come John Locke: sudditi di un re straniero e quindi una minaccia per la stabilità dell’Inghilterra e del suo impero.

La storia della Gran Bretagna è un continuo susseguirsi di complotti, traditori e spie che spesso si muovevano tra i corridoi di corte. Come Roger Mortimer, nobiluomo che non solo divenne amante della moglie di Edoardo II, Isabella di Francia, ma l’aiutò a deporre il marito dal trono dopo aver fatto da garante al contratto matrimoniale tra i due. La sua gloria durò tre anni, prima di essere fatto prigioniero dal figlio più grande di re Edoardo: i suoi giorni finirono il 29 novembre 1330 e il suo corpo fu lasciato appeso alla forca per due giorni e due notti, come monito ai sudditi. Oppure come James Scott, duca di Monmouth e figlio illegittimo di Carlo II che nel 1685 si pose a capo di una sollevazione nei confronti di Giacomo II. Sconfitto in battaglia, riuscì a scappare prima di essere catturato e condannato per tradimento. I suoi sostenitori, all’incirca un migliaio, furono anch’essi condannati a morte o esiliati nelle Indie Occidentali. Una fine drammatica venne riservata anche a William Wallace che se nell’immaginario comune è il patriota scozzese per eccellenza, per gli inglesi era un pericoloso nemico: catturato il 5 agosto 1305 a Glasgow, il 23 agosto fu prima trascinato da un cavallo per la strade di Londra e in seguito il suo corpo venne diviso in quattro parti, con la testa appesa al London Bridge.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/guy-fawkes-v-for-vendetta#ixzz1d6nNueBn

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Il congedo di Candido

Il 22 ottobre 1961 Giovannino Guareschi si congedò dal Candido. Chiudeva così il periodico dal quale ‘Peppone’ aveva condotto mille battaglie e che era diventato scomodo per la Dc di Fanfani. I figli Alberto e Carlotta ne mantengono vivo il ricordo e la delusione per la fine del Candido: “E’ morto dentro col suo giornale”

Il 22 ottobre 1961 Giovannino Guareschi si congedò dai suoi lettori in quello che è destinato ad essere l’ultimo numero del Candido, il settimanale umoristico del sabato che il giornalista parmense aveva contribuito a rendere protagonista della politica italiana del dopoguerra. Dalle colonne Guareschi aveva combattuto le sue battaglia, come quella per la monarchia in occasione del referendum istituzionale del 1946 o quella contro il Fronte democratico popolare alle elezioni parlamentari del 1948. E aveva creato nell’immaginario italiano la figura del trinariciuto, l’iscritto al PCI con una terza narice utile per mettere il cervello all’ammasso del partito e protagonista di una delle rubriche più fortunate, “Contrordine compagni!”. E sempre sulle pagine del Candido venne pubblicata alla vigilia del Natale ’46 la prima puntata di Don Camillo.

Ma nel ’61 ormai non c’era più spazio per un Guareschi in circolazione. L’Italia si stava preparando al boom economico e ai governi di centrosinistra e Giovannino era diventato scomodo, tanto che l’allora presidente del Consiglio, il democristiano Amintore Fanfani, concesse un incontro all’editore del Candido, Rizzoli, a patto che questi chiudesse la testata.
Il pretesto giunse quell’autunno, quando il 17 settembre e il 15 ottobre vennero pubblicati sul settimanale due articoli sulla “variante aretina” dell’autostrada A1: una sorta di omaggio di Fanfani agli amici di casa, con tanto di casello incorporato. Così, con uno scarno comunicato sotto il solito editoriale di Guareschi, il 22 ottobre fu annunciata la cessazione delle pubblicazioni, cominciate alla fine del 1945, in quella che Guareschi definì “Italia provvisoria”.

Sono trascorsi 50 anni, ma per i figli Alberto e Carlotta (rispettivamente Albertino e la Pasionaria nei racconti domestici che Guareschi infilava sotto la voce “Le osservazioni di uno qualunque” o “Corrierino delle famiglie”) il ricordo è più che mai chiaro. Oggi custodiscono la memoria del padre a Roncole Verdi, dove Guareschi inaugurò nel 1964 un piccolo ristorante, oggi sede dell’archivio dell’autore nato il 1 maggio 1908 a Fontanelle di Roccabianca.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/cinquant-anni-fa-il-congedo-del-candido-di-guareschi#ixzz1bnAp8qQi

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