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Qui non c’è aplomb

I luoghi comuni sono fatti per essere messi in discussione. Tra i commentatori italiani si è fatta immediatamente largo l’opinione che il nuovo presidente del Consiglio, Mario Monti, sfoggi un aplomb tutto britannico, a sostegno dell’idea che l’Italia stia vivendo una nuova epoca politica, lontana anni luce dal berlusconismo e dai suoi connotati. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato il vicedirettore di Repubblica, Massimo Giannini, e non ci sarebbe da stupirsi se nei prossimi giorni i quotidiani svelassero che Monti, alle cinque, si ritira nello studio a bere una tazza di tè.

L’aplomb britannico, in sede politica, non porta lontani. Se il nuovo premier italiano si presentasse alla House of Commons così come ha fatto alla Camera e al Senato, si ritroverebbe nel giro di pochi minuti con le spalle al muro. La battaglia dialettica non risparmia nessuno a Londra e la retorica è materia nella quale applicarsi al massimo, soprattutto per schivare i colpi, tanto che i futuri avvocati e professionisti cominciano ad esercitarsi durante gli anni universitari. Sono quattro i punti da tenere a mente: definire la mozione, presentare il caso, rispondere alle istanze, rimanere pertinenti al tema.

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Troppo facile

C’è gente che si è stracciata le vesti per un paio di articoli pubblicati dal Corriere (1 e 2) e per alcuni passaggi nel discorso di fine anno del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Sensazioni condivise, voglia di speranza per un anno quantomeno decente, la forza delle idee che non tramonta mai, la solita minestra riscaldata. Non occorrevano certo due editoriali sul quotidiano di via Solferino o un messaggio istituzionale per sollevare la coperta sui guai del nostro Paese: i poveri cristiani che tutti i giorni non vivono nei palazzi della politica, ma sul luogo di lavoro o no li conoscevano da tempo. Ma l’abilità della classe dirigente attuale e futura – o forse futurista? – nel ribadire “noi sono anni che lo diciamo!” è meravigliosamente scandalosa.

E’ troppo facile mettersi ad applaudire ora. E’ troppo facile ipotizzare che sia solo il Cavaliere la causa dello stallo di questa nazione, per quanto con 20 anni di carriera politica alle spalle, anche Silvio Berlusconi ha le sue responsabilità: attendiamo ancora non la rivoluzione liberale, ma almeno un taglio delle tasse, manco che vengano dimezzate, ma giusto una sforbiciata per dare un senso alla dignità dei contribuenti, giusto per fare un esempio tra i mille.

La colpa è di tutti quelli che da vent’anni cavalcano la scena e non hanno combinato granché. In compenso, a quanto pare, leggono i giornali e così rubano passaggi dai commenti pubblicati e vi appongono il proprio marchio di fabbrica. Il guaio è che non c’è da rallegrarsi: i curriculum di chi aspira al potere in Italia ci dicono che siamo davanti a personaggi che hanno gravitato da sempre attorno ai salotti della politica, che hanno fatto della politica il loro lavoro, senza rispondere al principio della responsabilità per cui se uno sbaglia sul luogo di lavoro, qualcosa dovrà pure pagare. Scene che abbiamo già visto e che ci hanno ridotto a ciò che siamo.

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