La fine

Roma, novembre 2010. “A Nord non smette di piovere, Vicenza è piena d’acqua e la Liguria non è messa meglio”. “Lascia perdere, abbiamo altri casini da sbrogliare”. Un via vai di gente mai visto prima, telefoni che squillano senza sosta, le segretarie che corrono per i corridoi accompagnate dal rumore dei tacchi, gente al cellulare in un angolo, per non farsi sentire, ma abbastanza per farsi notare. Fuori, sotto le finestre degli uffici, i fotografi in perenne attesa dell’attimo da immortalare con i flash.

“Che dicono? Si sono fatti vivi?”. “No, nulla. Tutto tace, prendono tempo. E come dargli torto? Aspettano che combini il disastro”. “Quale? Quale disastro?”. “Che si impicchi definitivamente con le proprie mani”. “Siete tutti dei pezzenti: fino ad una settimana fa andavate in giro con i turiboli pieni di incenso, ora preparate la scialuppa di salvataggio”. “Ma hai sentito anche tu cosa ha detto oggi?”. “Certo che l’ho sentito. E certo che mi sono incavolato: robe del genere non le può dire lui, anche se lo pensano tutti gli altri”.

Un attimo di silenzio sospeso, poi di nuovo un telefono che suona. Quel telefono. Gli sguardi si incrociano, c’è chi trattiene il respiro. “Vado io, fuori tutti!”. E tutti fuori, in corridoio ad attendere chissà cosa. Ma qualcuno ha giù il cellulare in mano e spedisce filato un sms al giornalista amico: “Ci siamo, ha chiamato. Prepara la resa”. Da dietro la porta nessuna parola, tutto tace, ma la macchina si è già messa in moto. Flash sulle agenzie e sui siti: Medito le dimissioni, salirò al Quirinale.

E’ un tam – tam inarrestabile. Riunioni di redazione convocate d’urgenza, bisogna ribaltare tutte le pagine della politica. Via quello, chi se ne frega di quell’altro: in seconda la cronaca della giornata, poi un bel retroscena. “Ma non abbiamo una fava in mano!”. “A chi importa? Se la inventino, ma ci vuole qualcosa. Poi via con la nuova puntata dell’inchiesta, voglio le foto, le foto dei verbali dalla Questura e la copie delle deposizioni. Le voglio ora!”. Confindustra, sindacati, associazione dei magistrati, attivisti, popolo viola, popolo arcobaleno: un comunicato dietro l’altro.

Scenari, sondaggi, trattative parlamentari. Tutto il resto passa in secondo piano. Al Nord piove, non smette da ore, i fiumi si ingrossano e preoccupano. “Non ora, hai capito? Non ora”. “Sì, ma allora quando? E poi a Napoli hanno ripreso a fare casino, la gente blocca le strade, le colonne di camion non riescono a passare”. “Ho detto di non rompermi le scatole ora. Piuttosto senti quello là, chiedigli se stasera gli va bene, ceniamo al solito posto, che non c’è nessuno che ci può vedere. Fossi in te, comincerei a pensare dove infilarmi al prossimo giro”. “E pensare che una donna nuda non ha mai ucciso nessuno”. “Al diavolo, se non riesce a trattenersi noi non possiamo farci nulla!”.

“Ha detto che il suo crepuscolo gli mette tristezza”. “Chi?”. “Quello, il prossimo sfidante”. “Ma quale prossimo sfidante. Se la vedrà con quello là, che pretende chiarezza e finge di avere colloqui con altri capi di governo”. Intanto in televisione, sui canali all news, si rincorrono gli opinionisti che sentenziano: è la fine. “E’ un po’ come tornare agli ultimi giorni della Prima repubblica: la sensazione è la stessa, che da un attimo all’altro tutto possa crollare”. Le trattative, intanto, proseguono. E sorge la domanda: “Chi ci va assieme al Quirinale?”.

C’è una piccola folla di contestatori che comincia a radunarsi sotto gli uffici. Ha i fischietti in bocca, urla, profetizza il compiersi di tutto, augura la caduta rovinosa. Festeggia alla liberazione. Arriva quello dei numeri: “E’ ormai ufficiale, non abbiamo quelli necessari per andare avanti. Meglio sentire gli altri”. “E allora attaccati al telefono e comincia a sentirli”. I telefoni suonano, la gente corre per i corridoi, le gole profonde fingono di andare in bagno per rivelare tutto: quei maledetti retroscena da piazzare in terza pagina andranno pure riempiti, in un modo o nell’altro.

Poi di nuovo silenzio. Si riapre la porta di quella stanza con quel telefono. Nessuno che fiata, nessuno che si azzarda ad aprir bocca. “E allora?”. “Allora cosa?”. “Che ha detto?”. “Ma niente, che staserà arriverà in ritardo. Poi altre cose, di minore importanza”.

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